Sì, davvero. Prometto che non toccherò più il tema. Però devo raccontarvi di quanto ho ascoltato un paio di mesi fa in metropolitana. Fare il flâneur ha i suoi lati positivi perché ti permette di conoscere l’altro lato delle cose, quello che i giornali non ti presentano, impegnati come sono a imbellettare la realtà.

Saranno state le dieci di sera. Ero partito da una fermata abbastanza periferica su un metrò semivuoto. Con me era salita lei. Sui 50, portati maluccio, una borsa di plastica piena di scatole. Cerotti, bende, boccette di disinfettante. All’improvviso ha visto lui, sui 35, portati peggio, quasi un revival della moda Tossico Milanese 1981. Saluti e abbracci.

Brandelli di conversazione mi facevano sapere che l’anno prima i due avevano lavorato insieme per una associazione non meglio precisata che raccoglieva fondi, per scopi non meglio precisati, sguinzagliando per le strade alcuni disperati con il compito di vendere prodotti farmaceutici di pessima qualità. Gli stessi che lei aveva ancora nella borsa. Perché lei non aveva mollato e ogni giorno girava per Milano fermando le persone con il solito incipit: “Spero che tu non ne hai mai bisogno, ma compra questi cerotti. Sono per una buona causa…”

Lui invece no. Lui aveva fatto il grande passo. Era andato via da questa Italietta che si ostinava a non dargli un incarico di tutto riposo con stipendio da Tronchetti Provera. Così era partito per la Svezia, Paese molto più civile. Talmente civile che non l’avevano fermato alla frontiera rispedendocelo a casa, ma l’avevano fatto passare. E lui si era sistemato a casa della fidanzata svedese.

Avrei voluto conoscerla questa scandinava che aveva detto no a tutti i vikinghi che popolano il suo Paese per mettersi con questo ex sconvolto che in auto avrà avuto ancora le cassette del primo Vasco.

“E che lavoro facevi?” ha chiesto lei, che in fondo è una pragmatica.

“Facevo l’animatore.”

“Nei locali? Con i bambini?”

“No, per strada.”

“Ma conosci lo svedese?”

“No, facevo delle cose da mimo…”

“E con la tua ragazza come comunicavi?”

“Mah… un po’ in inglese, un po’ a gesti.”

“E ora?”

“Ora sono dovuto tornare perché ho litigato con lei, poi mia mamma non stava bene da sola, sai…”

Ahimè, la mia fermata. Sono sceso e li ho lasciati, senza sapere null’altro del loro destino. Ma sono certo che se la caveranno sempre e ovunque. Un po’ in inglese, un po’ a gesti.

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