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Ecco il Collateralino cui accennavo nel post sulla lettura trasversale.

“Quanti problemi hanno i critici militanti? Troppi.

In primo luogo sono convinti che il passato sia stato migliore del presente. Lo dicono i vecchi che l’hanno vissuto e dovrebbero sapere quanto poco sia cambiato. Lo ripetono i giovani, quelli che pur se nati nel 1984 parlano come se avessero partecipato al Sessantotto e alla Carboneria.

Invece nel mondo non cambia niente. Me ne accorgo ascoltando certe dichiarazioni di Nanni Moretti, presidente di giuria a Cannes, che se la prende con «i film americani troppo costosi, troppo laccati, levigati e poco forti». Pare di rileggere i tremendi strali che da sinistra giungevano a Luchino Visconti quando lasciò i pescatori siciliani al loro destino per diventare cantore di scenari decadenti maniacalmente laccati e levigati.

In secondo luogo, questi moralisti pervengono con notevole ritardo ai fenomeni, dimostrando quando siano scollegati dalla realtà.

Simili critici hanno trovato una invitante palestra nel film di Matteo Garrone premiato a Cannes, Reality. Tutti si sono lanciati a stigmatizzare questa Italietta «abbacinata dal facile successo televisivo». Ora, il fenomeno del Grande Fratello è globale, ma il critico militante non lo sa. La sua visione non va al di là della trattoria romana in cui fa cose e vede gente, ammazzandosi di carboidrati (alla Dukan arriverà tra una ventina d’anni).

Garrone viene incolpato di non aver fatto un film politico di forte polemica contro la televisione. Non credo fosse quella l’intenzione del regista che ha preferito raccontare una storia e non fare inutili proclami. Il suo unico errore, semmai, è l’essere arrivato troppo tardi a raccontare qualcosa che già poteva essere raccontato dieci anni fa.

E che in fondo era stata già raccontato nel 1958 da Camillo Mastrocinque in Domenica è sempre domenica, film che racconta un’Italia «abbacinata dal facile successo televisivo» dove tutti, dal severo industriale alla procace cameriera, sognavano di arricchirsi con Il Musichiere.

Ma il critico militante non lo sa, perché non ha mai avuto l’umiltà di studiare quel passato che tanto rimpiange.”

Si sa che invece di andare un mese in Namibia per scrivere il romanzo che ho dentro preferisco farlo al Parco Sempione, in Triennale, al McCafè di Porta Venezia o al bar dell’Ikea di San Giuliano Milanese. Il problema è che in questi due ultimi luoghi la colonna sonora che invade i locali è in continuo peggioramento. Se sopporto tutta la produzione giovanilistica con le voci effettate, provo davvero crisi di panico ogni volta che mettono Jovanotti, Negramaro, Emma e i Modà. E purtroppo lo fanno spesso. Risolvo inserendomi gli auricolari fin dove posso nelle orecchie.

È successo anche pochi minuti fa. Per esorcizzare l’evento, riprendo uno degli ultimi Collateral della prima serie (era il numero 126) e lo incollo qui.

«La cronaca macina uno scandalo dopo l’altro e quando presenta il più recente relega nell’oblio quello che fino al giorno prima sembrava un esecrabile motivo di indignazione. È lo stesso procedimento messo in atto dalla discografia quando offre alla venerazione del pubblico meno preparato gruppi di scarso valore presentati però come coloro che faranno impallidire Euterpe. Giusto per limitarci agli ultimi anni, abbiamo visto esplodere Le Vibrazioni subito sepolti da quella operazione marketing, degna del lancio di un nuovo prosciutto, con cui si sono imposti i Negramaro. Dopo un dischetto pieno di motivetti mediocri eseguiti con un accento strascicato talmente irritante da farti rimpiangere il vibrato budinoso di Riccardo Fogli ai tempi dei Pooh, ecco i salentini già in fase down che incolpano la mancanza di promozione perché schiacciati dal lancio dei Modà. Che poi sarebbero l’ultima puntata in questa vertiginosa successione di carne da playlist radiofonica.

Credo che i Modà meritino una attenzione entomologica. Noi che non frequentiamo le radio fatte con le divette televisive, con le prese in giro agli ascoltatori che telefonano e con le canzoncine imposte dalla case discografiche, ci siamo visti esplodere tra le mani troppo tardi questo ennesimo Progetto Bufala. Da quando nei supermercati, nelle pubblicità truffaldine di suonerie telefoniche e nelle autoradio periferiche a palla abbiamo sentito note sparse di una canzone-collage, tale La notte. Pare che abbia fatto impazzire eserciti di shampiste, troppo giovani per rendersi conto di alcune cose. Che la canzone, con i suoi toni infuocati, sembra Se bruciasse la città, antico successo di Massimo Ranieri. Che, come dimostrato dall’imperdibile sito plagimusicali.net, contiene un taglia-e-incolla da un noto brano di Elton John. E che il cantante, tale Kekko, urla troppo.

Ogni tanto nel corso della storia si urla. Negli anni Sessanta artisti come Tony Dallara e la prima Mina erano definiti urlatori perché avversavano il bel canto italiano e festivaliero, sussurrato e melodico, con un’onda energica e davvero rivoluzionaria. Oggi gente come i Modà e i loro sodali Emma Marrone e Francesco Renga quando sul palco urlano in maniera beluina non fanno la rivoluzione, ma credono di essere i portabandiera del bel canto italico. Purtroppo non basta lanciare grida lancinanti da film horror giapponese per porsi a eredi di Claudio Villa. Serve scuola, educazione, esercizio, preparazione. Leggete invece cosa scrive sul sito della band il Kekko: «Beh io sono un perito informatico ma non ci capisco molto…per quanto riguarda la musica…boh… schiaccio i tasti e mi vengono le parole…poi non so…a volte vengono le canzoni, altre le porcate. In pratica non sono un figlio d’arte o uno di quei manici che hanno studiato una vita…».

Se avete studiato dieci anni al conservatorio siete solo dei poveri cretini perché per avere successo nella vita basta frequentare svogliatamente un ITIS di periferia, girare tutto il giorno in motorino e ogni tanto pestare dei tasti a caso. Un bel messaggio educativo. Grazie, Kekko. E complimenti per le k nel tuo nomignolo, un ammiccamento all’ormai sbiadito giovanilismo da sms. Te l’ha suggerito Federiko Moccia?

Rozzi, periferici, incolti, ma senza la forza animale dei Rolling Stones, i Modà si definiscono una band rock. Ma la loro musica sta al rock come Giampiero Galeazzi sta all’anoressia. Si definiscono allo stesso tempo romantici, ma a Sanremo hanno saputo proporre solo un’altra canzone-collage di frammenti già sentiti, rubati al patrimonio musicale degli anni Sessanta. Noi abbiamo amato il citazionismo postmoderno, dichiarato e ironico di Franco Battiato. Non si può fare lo stesso con il continuo taccheggio dei Modà, anche perché in loro non c’è ironia, ma l’arroganza di chi si sente forte solo perché giovane.

Anche se a ben vedere così giovani non sono stando alle capigliature in rapida fuga. Modà, fate qualcosa subito per salvare i capelli! Non fate come me che ho commesso un errore: non ho mai usato la brillantina Linetti.

(Non l’avete capita? Era uno slogan pubblicitario molto in voga nel periodo in cui andavano le canzoni che oggi impunemente depredate.)»

Pochi alla parola “asta” associano ormai le sale ovattate di Sotheby’s, dove grattarsi la punta del naso significa essere costretti ad acquistare una mummia bantù per importi con molti zeri.

Oggi l’asta è solo quella online. Ci siamo passati tutti nei momenti di crisi nera, quando anche vendere a 20 euro l’orologio ricevuto in dono per la Prima Comunione può essere ossigeno puro. Nessuno ne fa mistero: confessare di essere andati al Monte di Pietà era umiliante, vendere online fa sentire moderni.

Purtroppo il fenomeno ha diffuso un nuovo tipo di essere fastidioso: il Furbetto d’asta. Dieci minuti dopo che avete messo in Rete il vostro annuncio lui vi ha già risposto con la domanda fatidica: “Hai lo scontrino? La garanzia?”. Il Furbetto vive per lo scontrino e lo pretenderà anche se state vendendo due cànopi di età etrusca che avete ritrovato scavando in giardino.

Il Furbetto d’asta proietta sugli altri i propri difetti. Così lui, noto per aver rifilato clamorose sòle a gente che lo sta ancora cercando con i cani, è malfidente nei confronti di chi vende e arriva a chiedere le cose più assurde. “Non credo che la foto che hai messo sia reale. Per cui mandami un’altra immagine dell’oggetto con accanto un gufo impagliato, così so che l’annuncio è affidabile”.

Trovato il gufo impagliato e spedita la foto inizia la contrattazione da suq. Il Furbetto le tenta tutte. Se vendete un iPad ultimo modello a 400 euro lui esordirà con una mail arrogante in cui, senza convenevoli, scrive: “Te ne do 15. Prendere o lasciare”. Naturalmente voi lasciate. Lui no, insiste. “Facciamo 25 euro più la mia collezione di tappi a corona”. Non rispondete, lui riscrive.

Il Furbetto è convinto che le cose che lui possiede siano degne di essere esposte al MOMA, mentre gli altri offrano solo rottami: “Ti propongo uno scambio alla pari. Il tuo iPad per il mio Grillo Parlante Clementoni. Oh, è quello che usavo da piccolo! Ha due tasti “scancellati”, ma funziona.”

Finalmente raggiunto un accordo sul prezzo, ecco l’ultima mail del Furbetto: “Va bene, spediscimi l’oggetto. Io controllo che sia a posto e poi ti mando i soldi”.

A quel punto non resta che la funzione “Blocca mittente”.

(Da FilmTv – Collateral nuova serie)

È appena uscito il nuovo disco di Bruce Springsteen dedicato alla crisi che colpisce i lavoratori statunitensi. Springsteen è una persona seria e non si è messo a cavalcare un’onda emotiva: sono anni che sta dalla parte della classe operaia e non solo a parole.

In Italia, colpiti dal gran parlare che signore e signori in Tod’s fanno della miseria, un ragazzotto ha deciso di fare il grande e di scrivere una canzone impegnata. Si tratta di Kekko Silvestre e mi scusi il Boss se accosto il Suo nome a quello dell’ululante frontman dei Modà. Poi Kekko passa il pezzo a tale Emma, idolo e prototipo delle nullafacenti che stazionano da Abercrombie per vedere i commessi seminudi.

La canzone parla della disoccupazione, problema che non tocca né Kekko né  Emma, visto che riescono a coniugare pranzo e cena urlando malamente nei microfoni.

Il testo del brano è esilarante sin dall’inizio: “Ho dato la vita e il sangue per il mio Paese / e mi ritrovo a non tirare a fine mese”. Chi parla? Un ex combattente del fronte greco-albanese? Un donatore AVIS? No, è Emma che pare si rivolga addirittura al Presidente della Repubblica, credendolo un giudice di Amici.

“Se tu hai coscienza guidi e credi nel Paese dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare”. Il verso vuole essere drammatico, ma cantato dalla florida Emma Marrone risulta credibile come le promesse di Wanna Marchi quando vendeva dimagranti.

Kekko, Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Valerio Scanu. Tutti uniti da una stolta arroganza giovanilistica e da una inesistente autonomia. Tutti cantantini la cui data di scadenza sarà più breve di quella delle mozzarelle. Una si crede diva e blinda la sala trucco quando tocca a lei imbellettarsi. L’altra, dimostrando mancanza di spirito, non accetta le ironie di Fiorello e risponde offendendo. E questi vogliono dare lezioni di moralità al Paese?

Signor Kekko  e signorina Marrone, vi prego. Tornate a cantare storielle da tre metri sopra il cielo e lasciate perdere i mali della società.

A proposito, il brano si chiama “Non è l’inferno”. Infatti non era l’inferno, ma qualcosa di peggio: Sanremo.

(Pubblicato su FilmTv nella rubrica Collateral – seconda serie)

MORE: tutta questa patetica farsa precaria di Emma risulta ancora più evanescente quando il personaggino appare invischiato in storie di corna, pseudoballerini, argentine in caduta più rapida dei bond connazionali, moto di lusso e altra paccottiglia che riempie le home page di nobili quotidiani.

AND MORE: Nemmeno il tentativo fatto a sinistra da XL di Repubblica di spacciare tale Vasco Brondi (aka Luci della Centrale Elettrica) come cantore del lavoro precario ha avuto successo. Però queste piccole icone con cui le multinazionali della musica cercano di sfruttare anche la crisi globale hanno un certo patetismo che commuove. Forse sono loro i veri sfruttati dai cattivissimi capitalisti che gli antagonisti continuano a disegnare con cilindro, redingote e dollari che escono dalle tasche.

A voi interesserà poco. E a me ancora meno. Ma qualche giorno fa ho compiuto 50 anni. Pur cercando di non pensarci, qualche riflessione mi è sfuggita. Una in particolare. Non sul tempo passato, perché ricordo molto poco, non sul futuro, perché non esiste. Ho pensato al presente, anzi al mio non-presente. Fossi vissuto in un’altra epoca, giunto a questo accumulo di lustri mi sarei confrontato con la figura paterna, valutando i suoi risultati contro i miei. Invece vivo in un tempo in cui i modelli di riferimento sono quelli della pubblicità. E l’analisi è stata impietosa.

Secondo gli spot, alla mia età io dovrei essere un atletico signore che ogni mattina si sveglia, si guarda allo specchio per complimentarsi della pelle senza rughe ottenuta grazie a qualche costoso intruglio a base di vinavil. Poi indossa un doppiopetto grigio e fa colazione con la famiglia in una stanza inondata di sole. Intorno al tavolo ci sono una moglie perennemente intasata che divora yogurt esplosivi e due figli biondi, un maschio e una femmina, che non hanno la testa china sui cellulari, ma sorridono al papino dal volto plastificato e alla mammina stitica.

Per la pubblicità dovrei poi prendere una valigetta, uscire e andare al lavoro usando un’auto grossa come un pullman. Lì mi aspettano riunioni in uffici di cristallo, segretarie scosciate come soubrette e uno stipendio da faraone che mi permette di mantenere una villa sulla Riviera Ligure dove mi dedico a passatempi come la vela e il golf. Ah, in inverno naturalmente vado anche a sciare a Gstaad. Spesso penso a come investire il mio patrimonio in previsione della vicina vecchiaia che sarà come quella degli opuscoli bancari: sulla mia barca, vestito di cachemire bianco, stringo mia moglie che finalmente sorride (forse lo yogurt ha funzionato).

Così, il mattino del mio cinquantesimo compleanno, mentre con addosso una maglietta lisa aspettavo che il latte si scaldasse nel microonde, mi sono confrontato con il cinquantenne degli spot e ho capito di aver buttato al vento il mio tempo. In mezzo secolo non ho conseguito nemmeno la patente velica.

(Pubblicato su FilmTv nella rubrica Collateral – seconda serie)

 

C’è una forte tendenza nel mondo dell’infotainment: la ricerca disperata delle virgolette. Ancora non è passata l’orrida moda dell’air quoting, la deplorevole abitudine di segnare nell’aria due grosse virgolette con le dita per indicare il senso lato di un vocabolo, ed eccoci subissati dal media quoting. Che sarebbe la spietata gara tra anchormen ad avere più citazioni sui giornali. Fazio e Vespa, David Parenzo e Klaus Davi sono campioni di media quoting, vivono quasi solo per quello: finire sui quotidiani accanto ai virgolettati dei loro ospiti. Ogni citazione non solo è uno scatto di potere contrattuale, ma è anche un modo per soddisfare la propria vanità.

Ognuno ha il suo metodo. Fabio Fazio predilige il “virgolettato automatico”. Invita ospiti sempre più potenti (manca ormai solo Ratzinger), li lascia monologare per trenta micidiali minuti e prima ancora che la trasmissione sia terminata già i siti di informazione riportano tra virgolette ciò che Passera o Monti hanno detto “da Fazio”.

Bruno Vespa è il re del “virgolettato anticipato”. Intervista i suoi pezzi da novanta al pomeriggio e poi diffonde ai giornali l’intero colloquio. Così, prima ancora che Porta a Porta sia andato in onda, siamo sommersi da ondate di virgolettati di quanto Berlusconi ha detto “da Vespa”.

In radio brilla il “virgolettato maieutico” di David Parenzo, co-conduttore con Giuseppe Cruciani di La zanzara. Parenzo è un socratico alla rovescia: esaspera il ministro X, che detesta il brodo di pollo, fino a fargli dire ciò che il ministro non pensa. E corona il tutto con la frase: “Quindi possiamo dire ‘Il ministro X afferma, due punti, virgolette: Mi piace il brodo di pollo…’”. E regolarmente  l’annunciato due punti-virgolette finisce sui giornali, accompagnato però dal nome del solo Cruciani. Ma Parenzo è di gomma, e subito torna all’attacco.

Infine c’è Klaus Davi e il suo gioco fin troppo facile. Basta invitare qualche roboante leghista sempre pronto a spararle grosse e l’eco mediatica per mezza giornata è garantita. Nulla di nuovo e successo assicurato. Per questo definirei quello di Davi il “virgolettato usato-garantito”.

(Pubblicato su FilmTv nella rubrica Collateral – seconda serie)

Avevo un vicino di casa che lavorava al Centro Smistamento delle Poste. Per otto ore, in un gabbiotto di vetro, premeva un pulsante e faceva passare i furgoni. Ma gli avevano dato una brutta giacca grigia con il logo di Poste Italiane e lui si sentiva un generale. Quando litigava con altri vicini indossava la giacca che gli dava autorità, come una toga d’avvocato.

Il vizio umano di credersi qualcuno perché si adora un simbolo trova da noi un terreno d’elezione. Lo dimostra la differenza di comportamento tra Wikipedia Italia e le altre versioni dell’enciclopedia online. Un comportamento ottuso e offensivo, operato da persone che hanno l’arroganza tipica di chi, senza alcuna credenziale, si arroga il diritto di decidere cosa abbia “valore di enciclopedicità”.

Nel Settecento a stilare l’enciclopedia erano Diderot e D’Alembert. Oggi questo ruolo tocca, tra gli altri, a una tizia che senza motivazioni precise, ma con molta volgarità e scarsa democrazia, cancella frasi, rifiuta voci e deride il prossimo. È una volontaria, pagata solo con la stupida moneta della vanità. Il fatto di potersi autopresentare con un ridicolo trafiletto in cui dice di essere “siciliana, testarda e vegetariana convinta” vale per lei più di uno stipendio da parlamentare. Ma questo è stato un mio caso personale e non farebbe notizia se, sull’onda di una rabbia stupita, non avessi compiuto qualche ricerca. E ho scoperto così che Wikipedia Italia è oggetto di giusto disprezzo da parte di molti. Tra questi l’astrologo Ciro Discepolo che sul suo sito racconta una esperienza assurda e scrive di non voler apparire su Wikipedia Italia perché “non è ispirato a principi di libertà e censura il sapere”.

Non solo lo censura: lo altera. Ci sono centinaia di forum pieni di utenti inviperiti, gente esperta di una qualsiasi materia che ha voluto partecipare alla enciclopedia libera e si è vista correggere i propri testi da gente senza alcuna preparazione nel settore, nascosta dietro pseudonimi e che non risponde mai quando viene contattata. Ecco Wikipedia Italia: gentucola che riveste la propria ignoranza con la brutale prepotenza di chi indossa una brutta giacca grigia delle Poste.

(Pubblicato su FilmTv nella rubrica Collateral – seconda serie)