Cos’è Internet in Italia?

Sono persone che diffidano del fax e sono state incaricate di discutere della banda larga.

Sono i redattori di corriere.it che riducono tutto agli strilli impazza sul web o un milione di contatti su youtube.

Sono gli status e i twit di presunti vip divorati da smanie di protagonismo.

Ma, soprattutto, è questo impressionante stralcio appena trovato mentre compivo una ricerca sul sito della SIAE:

«Qual è la normativa di riferimento per la tutela del diritto d’autore su Internet?
La normativa di riferimento è la legge n. 633 del 22 aprile 1941, e successive modificazioni, “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”.»

Internet in Italia fa riferimento a una legge del 1941. Comunque alla SIAE si sono modernizzati e dalla data hanno tolto XIX Era Fascista.

Ero entrato nella hall dell’albergo con almeno trenta minuti di anticipo per approfittare dell’aria condizionata. Dovevo intervistare lo scrittore greco Petros Markaris e mentre chiedevo alla reception dove fossero le responsabili della Bompiani, si è avvicinato un signore anziano e mi ha domandato: «Scusi, sta cercando La Capria? Sono io…».

Era lo scrittore Raffaele La Capria (n. 1922), anche lui in città per La Milanesiana, come Markaris.

Gli ho spiegato che ero lì per intervistare Markaris, allora lui ha sorriso ed è tornato a sedersi. Quando è arrivata la persona che stava aspettando, si è alzato e prima di andar via mi ha guardato e salutato.

C’è un punto in Gli spietati in cui i Baustelle si propongono di «migliorare con l’età». Mi auguro di poterlo fare anche io. Forse La Capria non è «migliorato con l’età» ed è stato sempre così gentile e modesto nei comportamenti, non lo so. Comunque non ho potuto fare a meno di ripensare all’arroganza sciattona e immotivata con cui Pulsatilla tratta il mondo. Rifletteteci da soli. Io non mi metto a fare qui paralleli tra comportamenti, carriere e risultati (ma sul divanetto dell’albergo, mentre aspettavo che Markaris finisse l’altra intervista, li ho fatti).

Se poi vi interessa, ecco l’intervista a Petros Markaris che oggi è stata pubblicata da Libero.

«Nella Grecia messa in ginocchio dalla crisi, un misterioso individuo che si fa chiamare l’Esattore Nazionale minaccia ricchi evasori fiscali: se non salderanno quanto devono al fisco, li ucciderà con una puntura di cicuta. Terrorizzati, in soli dieci giorni gli evasori riportano nelle casse ateniesi otto milioni di euro e il criminale diventa un eroe nazionale. Al punto che persino Kostas Charitos, il commissario incaricato delle indagini, quasi non riesce a stare dalla sua parte. È intriso della realtà più drammatica e bollente L’esattore (Bompiani, pagine 340, € 18,50) di Petros Markaris, a Milano ospite della Milanesiana, la rassegna diretta da Elisabetta Sgarbi.

Signor Markaris, in una intervista del 2004 a un quotidiano americano, lei disse che non si sentiva tanto uno scrittore greco, quanto un autore tedesco. Oggi i tedeschi non godono di grande popolarità in Grecia, i media parlano addirittura di boicottaggi.

La realtà è diversa. C’è una certa aggressività reciproca tra tedeschi e greci. Però si incontrano poco, anche i turisti tedeschi sono sempre meno. I rapporti tra i due popoli sono sempre stati incomprensibili. Io sono arrivato in Grecia nel 1965 e già allora non riuscivo a capire come mai i miei connazionali non amassero inglesi e americani che li avevano liberati e provassero tanta simpatia per un popolo che li aveva occupati crudamente e che non aveva mai chiesto scusa. Oggi non è questione di essere greco o tedesco. L’importante è essere un buon osservatore, come Brecht, autore che ho tradotto e che amo proprio per questa sua capacità analitica. Tenga presente che io in Germania sono molto seguito, forse proprio per questa mia imparzialità.

Spesso nei suoi libri certi personaggi, comportamenti, scorci fanno quasi pensare a una ambientazione italiana. Se siamo così uguali, perché non riusciamo a contrastare i problemi insieme?

Si resta sbalorditi quando ci si accorge di quanto spagnoli, greci e italiani siano simili. Lo dico sempre ai tedeschi: quando viaggiate nel Mediterraneo e vi estasiate di fronte alle spiagge o ai paesaggi, voi non capite che per noi tutto quello non è lo scenario di una vacanza, ma è la nostra cultura. Quel mare che da millenni ci accomuna in una sola cultura è una cosa che le nazioni dell’Europa settentrionale non riescono a capire. In presenza di differenze culturali così marcate, anche le sterili cifre dei conti che si continuano a fare a Strasburgo risultano diverse. Ritengo che la creazione degli Stati Uniti d’Europa sia una cosa impossibile, soprattutto per gli egoismi che serpeggiano nel continente. Per salvare l’euro stiamo affossando le nostre peculiarità tradizionali. Mi domando, ne vale la pena?

Solitamente la letteratura è sempre in ritardo sulla realtà che vuole rappresentare. Lei ha mutato questa regola. Ha raccontato la crisi in presa diretta. E non in un libro, ma prevede addirittura una trilogia.

Questo è il secondo momento di quella trilogia. Nel 2010, quando si sono avuti i primi segnali forti della crisi, i politici alla televisione dicevano che nel giro di due anni tutto sarebbe passato. Ma io sapevo che non sarebbe stato così, per questo mi sono impegnato nella scrittura della trilogia. Quando uscì il primo libro, una giovane giornalista mi domandò se davvero credevo che la crisi sarebbe stata così lunga da darmi il tempo di scrivere tre romanzi. Oggi temo che avrò il tempo di scrivere una seconda trilogia…

C’è una frase nel suo libro che mi ha colpito: “Certi piegano la testa, altri qualche testa la spaccano. La questione è quando cominceremo tutti a sbattere la testa contro il muro”. Da osservatore, quando cominceremo a dare testate nei muri?

Abbiamo già cominciato. Solo che non abbiamo ancora capito se siamo noi che ci scagliamo contro i muri o se c’è qualcuno che ci prende la testa e ce la sbatte contro le pareti.

L’inizio del suo ultimo romanzo è davvero lancinante, con quelle quattro povere pensionate che preferiscono uccidersi, di fronte all’incapacità di far fronte alla vita materiale. La letteratura sa essere cruda, laddove la televisione tende a edulcorare la realtà. Com’è la televisione in Grecia?

La televisione greca è una delle cause dei nostri problemi, ingranaggio del sistema politico. Non offre soluzioni, non dà risposte, non alimenta l’ottimismo. La sua unica preoccupazione è diffamare, creare scandali e speculare su quegli scandali. Ogni giorno, il telegiornale delle 20 ripete le stesse cose, al punto che ho smesso di seguirlo, ormai disgustato. Preferisco leggere i giornali. Ma quando sto scrivendo un nuovo romanzo torno a seguire i telegiornali per avere un quadro della situazione. Ed è una vera tortura per me, mi creda.

Lei legge i quotidiani. Invece il commissario Charitos, che da sempre è il protagonista dei suoi romanzi, preferisce solo i dizionari. È per sfuggire alla realtà?

Charitos consulta i dizionari per trovare risposte semplici e dirette ai suoi crucci. Lui è un uomo molto legato al passato, ai valori di quel periodo. Non a caso legge solo vocabolari stampati almeno cinquant’anni fa, rifiutandosi di consultare quelli attuali. Rispetto ai primi libri Charitos è invecchiato. Oggi è più vicino ai 60 che ai 50, eppure non è lento o fiacco. Per questo non capisco quando i critici si adagiano su paralleli di comodo, dicendo che Charitos è un Maigret greco. I due non hanno nulla in comune, a iniziare dalle famiglie. Maigret ha solo una moglie, per di più silenziosa. Charitos ha una moglie che parla anche troppo, una figlia, un genero e la sua cerchia familiare è in crescita.

Lei è stato anche accostato a Camilleri. Com’è la lingua greca che usa nei suoi romanzi? Immaginifica e ibrida come quella di Montalbano?

No, è un greco moderno del registro parlato. Non uso una lingua letteraria, trascrivo praticamente il modo in cui le persone parlano nella vita di tutti i giorni.

«Mia figlia e Mània sicuramente non conosceranno i giorni ancora migliori. Ma possono almeno lottare per giorni non peggiori.» Il suo romanzo termina con questa frase. Non è una resa alla disperazione?

Assolutamente no. Io la trovo invece una affermazione piena di speranza. Già evitare che le cose peggiorino è un modo di dimostrare che si sta lottando. Basta poco per farlo, per esempio restare in Grecia. Nel romanzo racconto anche le storie di giovani che vogliono andare via, convinti che in una nazione straniera troveranno quelle soddisfazioni professionali che da noi sembrano impossibili da ottenere. Il mio non è un discorso patriottico. Se invito a restare è solo per dmostrare riconoscenza alla terra in cui sei nato e vissuto finora e che non puoi abbandonare nel momento più difficile.

Succede anche da noi. Sono tutti sempre pronti a fuggire. Un altro punto di contatto tra italiani e greci. Infine, voi greci cosa pensate di noi italiani?

Le dico solo una cosa. La sera in cui avete incontrato la Germania agli Europei di calcio, ad Atene ci sentivamo tutti italiani.»

Lo so che c’è la crisi, che la Siria sta esplodendo e che ricominciano gli sbarchi di clandestini. Però non è colpa mia se, al pari dei potenti del mondo, non riesco ad appassionarmi a questi temi. Così, quando sono in metropolitana vengo colto da altri dubbi più frivoli.

Per esempio… perché, a parità di calzino, quello a sinistra è considerato fashion e quello a destra no?

No comment.

Se non siete al mare come il 90 per cento della popolazione (fonte: Studio Aperto), approfittatene per ascoltare questo:

PS: Non ricorda vagamente…

Sconsiglio caldamente la visita alla mostra Kitsch organizzata alla Triennale di Milano.

Motivi:

1. Non si riesce a capire quale filosofia unisca i quadri di Savinio e Baj a certe insulse produzioni di ignote artiste.

2. Si torna a ribattere il tasto sul presunto cattivo gusto di soprammobili e oggettistica da zia.

3. È una esposizione piccolissima. Se si facesse un rapporto superficie-prezzo del biglietto si eguaglierebbe il costo al metro quadro di un appartamento in pieno centro cittadino.

4. È piena di lavori di artisti campioni della banalità (Corrado Bonomi in primis) che ripetono alla nausea l’ammasso di plastiche in una stanca ripetizione della pop, per  di più viziato dall’intento accusatorio-sociologico che alla pop non appartiene.

5. È affollata di signore rugose dal capello liscio che sorridono sarcastiche di fronte alle statuine sacre. Quelle che già in Almodóvar venticinque anni fa ti spingevano a dire: «Basta!». Sono le stesse signore che, se fotografate quando in piazza, avvolte di veli, urlavano «La liberazione comincia da Milano» o «Se non ora quando?», sarebbero state perfetti esempi di pessimo gusto.

6. C’è un video con un collage di immagini raccolte da Las Vegas a Pontida proiettate con Elvis in sottofondo. Aspettiamo ancora una spiegazione precisa sul perché siano state scelte quelle immagini e quella musica.

7. La mostra fa sinceramente schifo.

Sono orgoglioso di essere egoista, di camminare mugugnando per la strada pensando solo ai miei problemi.

Sono fiero di insultare l’incolpevole prossimo solo perché mi ha appena telefonato la commercialista e mi ha detto che devo pagare una quantità inattesa di tasse nonostante abbia trascorso un 2011 all’insegna della quasi-indigenza.

Sono soddisfatto quando rispondo in maniera irripetibile alla solita buffoncella in dread e casacca di gomma che ti blocca per strada per parlarti dei poooveri bambini medio-orientali.

Quando andavo alle elementari, il benchmark della povertà-babau era rappresentato dai bambini del Biafra. Oggi l’ipocrisia ben pasciuta occidentale trova più cool l’Afghanistan. Comprensibile. Gli abitanti del Biafra sono tutti morti, il loro piccolo Stato reincorporato nella Nigeria e possiamo anche dimenticarli senza sentirci dei vermi. Meglio accodarsi alle fila dei cacciatori di aquiloni e leggere i best-seller con i lacrimoni agli occhi.

Anche 78.08 si apre con i fastidiosi incontri che il buonismo dello I Care nato negli anni Novanta continua a mettere sul nostro cammino. E siccome tendo a ripetermi, ne ho riscritto in un recente Collateralino. Questo.

«L’eroe della mia infanzia e che ancora mi porto dentro era Calimero, il pulcino nero che subiva umiliazioni d’ogni genere e alla fine trionfava uscendo dal mastello.

Come Calimero, mi muovo in città cercando di non farmi notare, cammino rasente al muro e svolto lesto nelle traverse più oscure. Ma ecco ogni volta dei novelli Bravi che mi sbarrano il cammino.  Scrive Manzoni che gli abiti dei Bravi seicenteschi “non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione”. A cominciare dalla reticella verde intorno al capo da cui usciva un gran ciuffo.

I Bravi del 2012 hanno i dread, il piercing e indossano ampie casacche di gomma colorata: sono i cacciatori di contributi solidali. Non c’è associazione più o meno umanitaria che non ricorra a queste bande di fastidiosi clown di strada. Cambia il logo e il colore della casacca. Non cambia l’atteggiamento spavaldo da Bravo con cui ti fermano. Occupano l’intero marciapiede per non farti passare. Ti aggrediscono con richiami insultanti: “Signora in pelliccia, lo sai che indossi dei cadaveri?” oppure “Signore paffutello, lo sai quanti bambini non hanno mangiato oggi?”. Attirano la tua attenzione con lazzi e pernacchi da animatore di villaggio vacanza e poi ti mettono sotto il naso foto di mari inquinati e curdi squartati.

Piccoli buffoni con il look da centro sociale anticapitalista che vogliono solo una cosa: i tuoi soldi. E non un semplice obolo, ma un versamento mensile da cui svincolarsi è quasi impossibile. Quando rispondi che non hai tempo o non ti interessa, quando dici che non puoi permetterti di pagare una quota mensile per dei presunti infanti afghani con le emorroidi perché lavori poco e di notte sogni l’IMU, non demordono, ma continunano a insultarti alle spalle mentre ti allontani, ti fanno il verso, ti urlano che non hai sensibilità, che dovresti vergognarti.

Tu ti senti come i borghesi che Grosz disegnava con le fattezze di grassi maiali, anche se in realtà sei messo peggio dell’ultimo miserabile brechtiano e vorresti dirlo a quel ragazzotto passato all’antagonismo nauseato dai troppi omogeneizzati che trova a casa della mamma. Ma cosa ne sa uno così dei tempi di Weimar?»

Ai primi posti della Hit Parade delle Parole Più Stronze c’è sicuramente generazione.

Termine fastidiosissimo, applicato solitamente da chi non condivide nulla con i propri coetanei, pur credendosi loro portabandiera. O, peggio, da persone di precedenti generazioni che fiutano l’affare e cercano di vendere qualsiasi schifezza a un target accomunato dall’età e dalla sprovvedutezza.

Ultimo esponente di questi stolti che credono di essere migliori di altri solo sulla base di un fenomeno biologico come l’età è tale Il Cile, aretino acclamato come genio anche dai grandi quotidiani nazionali. L’abilità degli uffici stampa delle major non ha davvero limiti.

Avevamo già le nostre spine nel fianco e nelle orecchie con Vasco Brondi, Dente e tutta la paccottiglia finto-alternativa benedetta da XL di Repubblica. Avevamo davvero bisogno di un nuovo trentenne che finge di essere un adolescente incompreso? Di un altro lanciatore di escrementi contro un mondo ricco, vecchio e cattivo di cui lui non s’accorge di essere un ingranaggio? Ha senso fare i dissidenti, gli indignati, gli occupytuasorella con i soldi della grande Casa discografica internazionale e l’avallo dei quotidiani engagés? Tutti puri e duri… Però quando si va in heavy rotation su MTV non dicono di no. Però quando la nota birra rockettara li invita a suonare nel suo festival estivo, non dicono di no.

Ma con che faccia Il Cile, a 30 anni suonati, latra il suo disagio giovanile? Ma lo sa che nel 1973 il trentenne Lucio Battisti, con alle spalle una storia musicale che lui non avrà nemmeno se si reincarna altre sette volte, stava preparando una vera rivoluzione con Anima Latina? Altro che chitarrina e testi di una ipocrisia sociale rivoltante.

Infine, chi ha concesso a codesto Il Cile e alla sua insopportabile vocina l’incarico di rappresentare la generazione di tutti i trentenni? Sbraitano tanto che vogliono ottenere la libertà e difendere il loro essere diversi. Poi, al primo bonifico, non ci pensano due volte e si allineano alle più squallide massificazioni delineate dal marketing.

Unica consolazione: tra sei mesi sarà dimenticato.

Milano, via Boccaccio (zona Cadorna).

Avrete letto che negli ultimi tempi il sito linkedin.com ha subito furti di password. Forse troppo impegnati nel risolvere quel problema, i responsabili non si sono accorti della follia che dilaga nei meccanismi del loro database.

Ricevo continuamente mail con «proposte di lavoro che potrebbero interessarti» e che dovrebbero essere inviate in base ai dati che ho inserito nella mia scheda. Dovrebbero. In realtà credo procedano per sorteggio. Oggi mi hanno proposto un impiego come agente di commercio nel ramo prosciutti, uno di dirigente commerciale nel settore torni e uno come controllo qualità nell’estrazione diamantifera. Il tutto, naturalmente, espresso con i soliti fantasiosi neologismi anglosassoni.

La cosa più umiliante, però, è quando ricevo proposte in cui si specifica «età massima 25 anni». Oltre il danno, la beffa.