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Mu è sempre vissuto con persone fatte così, che ignorano e non vogliono conoscere. Cos’è sua madre, cos’è suo fratello, cosa sono tutti i suoi compaesani, la collega grassa del cementificio e cos’è Niki o l’Uomo Noioso. Sono tutti malati di un’ignoranza che non vuole guarire, convinti che al di sopra di una certa latitudine vi siano solo orchi grassi e crudeli che divorano i deboli, mentre al di sotto vivono solo tritoni nullafacenti che giocano nell’acqua marina.

Sono coloro che vivono chiusi in una forma geometrica spigolosa e irregolare, immersi in una luce soffocante che tende al marrone. Coloro che non gettano mai uno sguardo oltre il perimetro della propria scomoda culla. E anche quando sembrano farlo, come fa adesso l’Uomo Noioso mentre sospira guardando la Grigna in fondo al viale intasato di auto, in realtà non vedono l’altrove. Ogni paesaggio rimanda un riflesso della loro ignoranza coriacea.

Anche Mu è un ignorante. Ma la sua ignoranza non è irregolare e spigolosa. Ha la forma fantastica di un frattale, dell’isola a fiocco di neve di Koch, e della neve ha i colori inafferrabili, gli azzurri, i rosa, i grigi nascosti dentro il candore quando ancora nessuno lo ha calpestato. L’ignoranza di Mu non è coriacea, è fragile. Ha un altro nome meno greve, più sognante. Si chiama illusione. Come ogni fiocco di neve, anche l’illusione di Mu si scioglierà e già tante altre volte si è sciolta.

Mu ha un fratello maggiore.

Finalmente ho trovato una sua foto.

The ideogram “無”, transcribed “MU” in English has become much the same kind of hallmark-mantra of Zen as the sacred syllable “ॐ” (“ŌM”) has become for Hinduism.

This comes from a famous kōan, the first of the Mumonkan, telling of how master Jōshū answered to a monk who asked “has even a dog the Buddha-nature?”: Jōshū’s answer was “MU”.

We could waste tedious hours trying to explain this MU. Basically, the Chinese ideogram 無 means “no”, “not”, “none”, “have no”, “lack”, “not to exist”; this is a pretty vague semantic field, but it seems anyhow that Jōshū is not merely stating that a dog does not have the Buddha-nature: rather, his reply is more something like “nothing exists”, or, even more closely, a denial of the dualism of “is” and “is-not” (or “has” and “has-not”).

According to Mumon’s comment on this kōan, Jōshū’s MU is the very barrier set up by the patriarch, which to go through one must uproot all the normal working of the mind: it is the gateless gate (and the MU ideogram is the first ideogram in 無門關).

Now the Hackers, following Douglas Hofstadter, have made MU into something rather different (or, if not different, differently interpreted and less sacred). Namely, answering “mu” to a question means refusing to be trapped in the answers “yes” or “no” (which is certainly what Jōshū did, in refusing their dualism). In the words of Hofstadter, answering “mu” is to “unask” the question. Sometimes, as a pun, the Greek letter μ (mu) is used for this MU.”

(cit.)

Non saprei spiegarmi altrimenti il senso del ritrovamento che Marco Parlato (topomagico.wordpress.com) ha fatto ieri mattina a Napoli. Una copia dell’introvabile Neoproletariato a 2 euro! È un’emozione per me vedermi nello stesso reparto con Andreotti e con C’est moi – Paolo Maldini e il Pallone (d’Oro).

Lo prendo davvero come un segno e mi metto celermente al lavoro per la riedizione 2012 di NP. Ho intenzione di riprendere tutti i testi originari, più una serie di articoli in cui ho toccato il mondo neoproletario e magari anche un paio di pagine scritte per l’occasione. Insomma, sarà la stessa cosa che fanno serissimi giornalisti quando tirano fuori compilation-fuffa dei loro articoli. Solo che nel mio caso sarà fuffa vera!

Un altro pezzetto di Mu ha preso forma. Non quella scritta, ma la forma più vaga della suggestione. Appena finito l’ennesimo temporale ho girato un po’ in zona Garibaldi e ho fatto qualche foto con l’effetto Lomo di una app per Android (Man With A Camera). Dopo, aspettando il treno urbano nella stazione del Passante, ho preso qualche appunto.

A volte mi dicono che scrivo sempre degli stessi luoghi. È vero e non ho alcuna intenzione di cambiare. Mi hanno anche domandato perché non faccio un viaggio da cui trarre una ispirazione differente. Semplice: perché tornerei con una guida turistica in cui presento posti che non mi appartengono descrivendo fotografie d’agenzia.

Ho sempre presente il “pericolo stupidità” del caso Achille Occhetto. Quando andò a New York per la prima volta, l’uomo che distrusse il PCI disse: “Sembrava di essere in un film di Woody Allen”. Guarda caso, uno che appena abbandona Manhattan produce pellicole imbarazzanti.

Ho presente anche i tanti casi di scrittori che passano tre mesi in capanne della Mauritania, in ville veneziane o nelle campagne irlandesi per “scrivere”. Di cosa? Delle scorribande sui colli bolognesi, delle serate balorde con gli ex compagnucci della parrocchietta marchigiana o di rustici eventi del Frusinate.

Io preferisco scrivere nei luoghi stessi di cui parlo, al solo costo di un abbonamento ai mezzi pubblici. Sarà per questo che non mi traducono in diciassette lingue, compreso il lituano e il norvegese Bokmål.

Verso il chilometro 129 della A1 Mu si risveglia dal torpore in cui era caduto un paio di ore prima e inizia a gridare nell’orecchio del senegalese al volante di fermare l’auto.

«Stop! Stop!»

Abituato alla guida creativa dei dintorni di Dakar, l’africano non perde tempo. Abbandona la corsia centrale senza nemmeno mettere la freccia e taglia la strada a un pullman che sopraggiungeva. L’auto va a fermarsi nella corsia di emergenza mentre il guidatore del pullman non smette di suonare il clacson, si rotola nel turpiloquio senza un pubblico, perché ieri sera ha depositato la comitiva di pensionati in un albergo di Bellaria, e continua la sua marcia fino a scomparire in fondo alla prospettiva della carreggiata deserta.

Sarà giusto anticipare quello che si sta facendo? Sì. Anche se il risultato finale sarà diverso.

Non è corretto esporsi solo a libro pronto, come ho visto fare recentemente sui social network. Autori che appaiono per autopubblicizzarsi e poi scompaiono. Lo fanno anche i divi della televisione.

Non crederete che scrivere significhi mettersi al tavolo, cominciare dalla prima riga a andare avanti fino all’ultima in una costruzione pianificata. A volte sento qualcuno dire che per scrivere un libro è rimasto davanti al computer otto ore ogni giorno. Magari lo farà anche. Ma a cosa serve usare il computer come se fosse un tornio verticale?

La parte fondamentale nella scrittura di un libro sta nell’elaborazione mentale della sensazione di base intorno alla quale poi crescerà tutto il resto. Può essere una sola parola, un titolo, un brano musicale, un oggetto. Questo è il vero lavoro, quello che non dura otto ore al giorno, ma ventiquattro e può andare avanti per anni.

Arriva poi il momento in cui gli eventi precipitano e l’accumulo di materiale intorno a quel nucleo accelera, ma non siamo ancora alla scrittura vera e propria. Sono  appunti sparsi, tracce lasciate negli articoli o nei post dei blog spesso senza nemmeno rendersi conto che si sta prendendo spunto da quel materiale. È successo che qualcuno abbia ritrovato quelle tracce in un libro finito e mi abbia rimproverato di essermi ripetuto. Quel qualcuno non sa evidentemente come si scrive.

La scrittura vera e propria, quella che le oleografie romantiche, da Hemingway alla Santacroce, vogliono prolungata, disperata, notturna, isolata, tra mucchi di carta stracciata è in realtà una semplice e ordinata sistemazione finale di tutto il materiale già mentalmente organizzato. Come ribattere degli appunti scritti da un’altra persona. È quello l’inizio del distacco che si perfeziona quando ti arriva la prima copia stampata e ti sembra tutto così estraneo e lontano.

Il nucleo di Mu è nato nel 2007 ed è rimasto tale mentre sviluppavo altri nuclei che si erano formati  prima. Poi è ricomparso. Il materiale si accumulava e io non sapevo come organizzarlo. Ora sono a buon punto. Del nucleo 2007 non è rimasto che un paio di elementi. L’importante è aver finalmente definito la struttura, le scatole in cui il materiale sta ricadendo, ricomponendosi quasi automaticamente.

Mu sarà composto da quattro capitoli. Ogni capitolo avrà come titolo il nome di un architetto.

1. Santiago Calatrava

2. Adolf Loos

3. César Pelli

4. Luigi Lorenzo Secchi.

Se dovessi suggerire degli ascolti musicali per ogni capitolo potrei citare:

1. Out of Body Experience (Rabbit in the Moon)

2. Vapour (Loscil)

3. Il terzo movimento dal terzo Brandeburghese di Bach

4. Theme for Great Cities (Simple Minds)

Per ora è tutto.