Era il 9 febbraio scorso, l’avevo scritto in fondo alla pagina su cui avevo preso gli appunti. Faceva davvero freddo ed ero andato al McCafé di Porta Venezia per scrivere un articolo che dovevo consegnare entro un’ora. Il locale era impraticabile: c’era una festa di bambini urlanti e molti nullafacenti come me si erano rintanati lì dentro per sfuggire al freddo. Così mi sono seduto nel cortiletto esterno. Due gradi sottozero, senza poter mettere i guanti. Non avevo nemmeno il computer con me e allora ho scritto sull’iPad usando la terribile tastiera virtuale. Comunque ci sono riuscito, in tempo per andare al Museo del Novecento dove quella sera si presentava un libro su Lucio Fontana a New York. La presentazione era in una saletta introvabile, una specie di sala-macchine talmente sotterranea che i telefoni non prendevano.

C’era molta gente che ascoltava l’editore Gribaudo, un arzillo e divertente signore che oltre ai libri d’arte pubblica il Barbanera e gli Orari Ferroviari Gribaudo, quelli con la copertina gialla, irti di numeri, misteriosi come grimori. Gribaudo ha detto che “Giulio Einaudi era il peggiore snob che avessi mai incontrato. Peggio di Gianni Agnelli!”

Quanto mi è piaciuta quell’uscita! È vero. Quello spirito snob e spocchioso si è ben trasmesso alla casa editrice. Come se avessero ancora i numeri per tirarsela così. Certo, in passato hanno pubblicato cose meravigliose, ma l’ultimo libro con cui stanno affollando i banchi delle novità nell’aprile 2012 è di Ligabue.

Lo snobismo einaudiano è talmente contagioso che si espande a tutti coloro che si credono nati da un uovo di struzzo. Mi ricordo quando morì Giulio Einaudi. Erano i tempi della mia breve e infelice parentesi con un editore mainstream. Insieme ad Aldo Nove e Tiziano Scarpa eravamo andati in treno a Torino alla cerimonia. C’erano centinaia di fotografi e giornalisti e altrettanti intellettuali che gemevano intorno alla bara. Scarpa ripeteva a Nove e a me di non fare i cretini e poi a una giornalista confessò in lacrime di come Giulio lo chiamasse tutte le mattine per avere il suo parere sulle lettere e sul mondo.

Non lo invidiavo. Già uno che mi chiama tutti i giorni mi darebbe fastidio. Figuriamoci se poi lo facesse per chiedermi un parere sul mondo. Non sempre ne ho uno pronto, soprattutto di mattina.