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Ho inventato un nuovo termine, lungo e cacofonico, ma utile: debanalizzazione.

Debanalizzare significa togliere dalla propria esistenza tutto quanto è solo insincera assuefazione ai diktat culturali.

Si debanalizza chi elimina con un gesto coraggioso tutti quei libri, quella musica, quelle idee che si devono avere per ben figurare nel contesto intellettuale.

Si va a casa di qualcuno e ci sente moralmente soddisfatti perché vi si trovano gli stessi cd, gli stessi volumi che abbiamo anche noi. Però sia chi visita sia chi è visitato li possiede ed espone per convenienza sociale, senza amarli veramente.

Nel mondo della zia e di Astrakhan c’era il servizio buono da tè conservato in sala nella apposita e inutile vetrinetta. Nel mondo Alieno ci sono le banalizzazioni.

Nel mio iPod conservo oltre 13000 brani. Nessuno di De André. Per quanto possa rispettare l’uomo e la sua arte, non provo alcuna emozione nell’ascoltare le sue canzoni. Dovrei tenerle solo perché le signorine pervenute alla cultura quando si parla di musica pronunciano a fior di labbra: “Ah, Faber…” e poi svengono?

Sto eseguendo le annuali grandi pulizie domestiche. Ho preso tutti i libri di Barthes e Baudrillard che continuavo a tenere sugli scaffali pur detestandoli e dopo li regalerò alla biblioteca.

Fatelo anche voi. Eliminate quello che tenete per convenienza. Smettete anche voi di essere vittime della più aberrante integrazione solo per dimostrare di non essere integrati.

Debanalizzatevi.

Siate banali, ma mai banalizzati.

PS: Perché la copertina di Tutu di Miles Davis? Perché per me rappresenta l’inizio della banalizzazione. Era il 1986 ed era impossibile non averlo e non esporlo per tutti coloro che si credevano colti. Quelli che dopo il lavoro di ragioniere mettevano un foulard al collo o il dolcevita nero e andavano a posare da intellettuale al Portnoy, allora sedicente caffè letterario milanese. Credo che nessuno di loro lo abbia mai ascoltato davvero tutto. Al massimo si fermavano alla prima traccia.

PS2: avevo fatto un refuso meraviglioso. Avevo scritto denabalizzare invece di debanalizzare. In fondo cerco costantemente di deNABAlizzare la mia esistenza in quanto evito gli arroganti neo-artisti di quella nota scuola milanese.

La settimana è iniziata da poche ore. Saranno altri sette giorni da dedicare alla flânerie? Quella che si è conclusa non è andata benissimo: nemmeno un cosciotto di gazzella. Se si decide di vivere allo stato brado si devono mettere in conto anche i periodi di carestia.

Ci sono momenti in cui rimpiango di non aver scelto la via dello zoo. In gabbia, ma con un guardiano che passa a riempirti la ciotola. Mi capita soprattutto verso le sei e mezzo del mattino, quando di solito gli occhi mi si aprono come se fossero collegati a un orologio atomico. Allora sento molto distante il rumore dei veicoli che percorrono la Paullese: furgoni pieni di muratori orobici, camion colmi di merci da scaricare, dipendenti che preferiscono partire prima per evitare la congestione all’imbocco della tangenziale est e l’impossibilità di trovare un parcheggio a Rogoredo.

Mi sento in colpa in quei momenti, per questo mi alzo prestissimo anche se non ho nulla di urgente da fare.

Anche io partivo molto presto in quei due soli anni in cui sono stato in uno zoo, ovvero ho lavorato come dipendente. Dal 1991 al 1993, poi ho detto basta. Non capivo come mai dovessi restare chiuso in una stanza fino a una certa ora anche quando avevo ormai fatto tutto quello che dovevo fare.

Cosa facevo in quella stanza? Questo:

Ho trovato per caso questa immagine su Internet. Un utente eBay vendeva l’intera enciclopedia dell’Arte della Pesca, edita da De Agostini e da me curata come redattore, grafico, photo editor eccetera per 120 settimane. Non ricordo nulla delle tecniche per pescare il barbo, però mi è rimasto impresso nella memoria il tremendo modo di scrivere degli esperti che collaboravano all’opera. “La trota è un simpatico pennuto che va colto di sorpresa alle spalle” è una delle frasi che non si cancellerà mai dalla mia memoria. E che ancora mi è ronzata in testa in questi giorni. “Il trota è un simpatico (?) pennuto che va colto di sorpresa alle spalle”.

NB: rispondo a chi mi ha scritto. “Pennuto” non è un mio refuso. L’autore aveva proprio scritto così, intendendo “pinnuto”.