Ero entrato nella hall dell’albergo con almeno trenta minuti di anticipo per approfittare dell’aria condizionata. Dovevo intervistare lo scrittore greco Petros Markaris e mentre chiedevo alla reception dove fossero le responsabili della Bompiani, si è avvicinato un signore anziano e mi ha domandato: «Scusi, sta cercando La Capria? Sono io…».

Era lo scrittore Raffaele La Capria (n. 1922), anche lui in città per La Milanesiana, come Markaris.

Gli ho spiegato che ero lì per intervistare Markaris, allora lui ha sorriso ed è tornato a sedersi. Quando è arrivata la persona che stava aspettando, si è alzato e prima di andar via mi ha guardato e salutato.

C’è un punto in Gli spietati in cui i Baustelle si propongono di «migliorare con l’età». Mi auguro di poterlo fare anche io. Forse La Capria non è «migliorato con l’età» ed è stato sempre così gentile e modesto nei comportamenti, non lo so. Comunque non ho potuto fare a meno di ripensare all’arroganza sciattona e immotivata con cui Pulsatilla tratta il mondo. Rifletteteci da soli. Io non mi metto a fare qui paralleli tra comportamenti, carriere e risultati (ma sul divanetto dell’albergo, mentre aspettavo che Markaris finisse l’altra intervista, li ho fatti).

Se poi vi interessa, ecco l’intervista a Petros Markaris che oggi è stata pubblicata da Libero.

«Nella Grecia messa in ginocchio dalla crisi, un misterioso individuo che si fa chiamare l’Esattore Nazionale minaccia ricchi evasori fiscali: se non salderanno quanto devono al fisco, li ucciderà con una puntura di cicuta. Terrorizzati, in soli dieci giorni gli evasori riportano nelle casse ateniesi otto milioni di euro e il criminale diventa un eroe nazionale. Al punto che persino Kostas Charitos, il commissario incaricato delle indagini, quasi non riesce a stare dalla sua parte. È intriso della realtà più drammatica e bollente L’esattore (Bompiani, pagine 340, € 18,50) di Petros Markaris, a Milano ospite della Milanesiana, la rassegna diretta da Elisabetta Sgarbi.

Signor Markaris, in una intervista del 2004 a un quotidiano americano, lei disse che non si sentiva tanto uno scrittore greco, quanto un autore tedesco. Oggi i tedeschi non godono di grande popolarità in Grecia, i media parlano addirittura di boicottaggi.

La realtà è diversa. C’è una certa aggressività reciproca tra tedeschi e greci. Però si incontrano poco, anche i turisti tedeschi sono sempre meno. I rapporti tra i due popoli sono sempre stati incomprensibili. Io sono arrivato in Grecia nel 1965 e già allora non riuscivo a capire come mai i miei connazionali non amassero inglesi e americani che li avevano liberati e provassero tanta simpatia per un popolo che li aveva occupati crudamente e che non aveva mai chiesto scusa. Oggi non è questione di essere greco o tedesco. L’importante è essere un buon osservatore, come Brecht, autore che ho tradotto e che amo proprio per questa sua capacità analitica. Tenga presente che io in Germania sono molto seguito, forse proprio per questa mia imparzialità.

Spesso nei suoi libri certi personaggi, comportamenti, scorci fanno quasi pensare a una ambientazione italiana. Se siamo così uguali, perché non riusciamo a contrastare i problemi insieme?

Si resta sbalorditi quando ci si accorge di quanto spagnoli, greci e italiani siano simili. Lo dico sempre ai tedeschi: quando viaggiate nel Mediterraneo e vi estasiate di fronte alle spiagge o ai paesaggi, voi non capite che per noi tutto quello non è lo scenario di una vacanza, ma è la nostra cultura. Quel mare che da millenni ci accomuna in una sola cultura è una cosa che le nazioni dell’Europa settentrionale non riescono a capire. In presenza di differenze culturali così marcate, anche le sterili cifre dei conti che si continuano a fare a Strasburgo risultano diverse. Ritengo che la creazione degli Stati Uniti d’Europa sia una cosa impossibile, soprattutto per gli egoismi che serpeggiano nel continente. Per salvare l’euro stiamo affossando le nostre peculiarità tradizionali. Mi domando, ne vale la pena?

Solitamente la letteratura è sempre in ritardo sulla realtà che vuole rappresentare. Lei ha mutato questa regola. Ha raccontato la crisi in presa diretta. E non in un libro, ma prevede addirittura una trilogia.

Questo è il secondo momento di quella trilogia. Nel 2010, quando si sono avuti i primi segnali forti della crisi, i politici alla televisione dicevano che nel giro di due anni tutto sarebbe passato. Ma io sapevo che non sarebbe stato così, per questo mi sono impegnato nella scrittura della trilogia. Quando uscì il primo libro, una giovane giornalista mi domandò se davvero credevo che la crisi sarebbe stata così lunga da darmi il tempo di scrivere tre romanzi. Oggi temo che avrò il tempo di scrivere una seconda trilogia…

C’è una frase nel suo libro che mi ha colpito: “Certi piegano la testa, altri qualche testa la spaccano. La questione è quando cominceremo tutti a sbattere la testa contro il muro”. Da osservatore, quando cominceremo a dare testate nei muri?

Abbiamo già cominciato. Solo che non abbiamo ancora capito se siamo noi che ci scagliamo contro i muri o se c’è qualcuno che ci prende la testa e ce la sbatte contro le pareti.

L’inizio del suo ultimo romanzo è davvero lancinante, con quelle quattro povere pensionate che preferiscono uccidersi, di fronte all’incapacità di far fronte alla vita materiale. La letteratura sa essere cruda, laddove la televisione tende a edulcorare la realtà. Com’è la televisione in Grecia?

La televisione greca è una delle cause dei nostri problemi, ingranaggio del sistema politico. Non offre soluzioni, non dà risposte, non alimenta l’ottimismo. La sua unica preoccupazione è diffamare, creare scandali e speculare su quegli scandali. Ogni giorno, il telegiornale delle 20 ripete le stesse cose, al punto che ho smesso di seguirlo, ormai disgustato. Preferisco leggere i giornali. Ma quando sto scrivendo un nuovo romanzo torno a seguire i telegiornali per avere un quadro della situazione. Ed è una vera tortura per me, mi creda.

Lei legge i quotidiani. Invece il commissario Charitos, che da sempre è il protagonista dei suoi romanzi, preferisce solo i dizionari. È per sfuggire alla realtà?

Charitos consulta i dizionari per trovare risposte semplici e dirette ai suoi crucci. Lui è un uomo molto legato al passato, ai valori di quel periodo. Non a caso legge solo vocabolari stampati almeno cinquant’anni fa, rifiutandosi di consultare quelli attuali. Rispetto ai primi libri Charitos è invecchiato. Oggi è più vicino ai 60 che ai 50, eppure non è lento o fiacco. Per questo non capisco quando i critici si adagiano su paralleli di comodo, dicendo che Charitos è un Maigret greco. I due non hanno nulla in comune, a iniziare dalle famiglie. Maigret ha solo una moglie, per di più silenziosa. Charitos ha una moglie che parla anche troppo, una figlia, un genero e la sua cerchia familiare è in crescita.

Lei è stato anche accostato a Camilleri. Com’è la lingua greca che usa nei suoi romanzi? Immaginifica e ibrida come quella di Montalbano?

No, è un greco moderno del registro parlato. Non uso una lingua letteraria, trascrivo praticamente il modo in cui le persone parlano nella vita di tutti i giorni.

«Mia figlia e Mània sicuramente non conosceranno i giorni ancora migliori. Ma possono almeno lottare per giorni non peggiori.» Il suo romanzo termina con questa frase. Non è una resa alla disperazione?

Assolutamente no. Io la trovo invece una affermazione piena di speranza. Già evitare che le cose peggiorino è un modo di dimostrare che si sta lottando. Basta poco per farlo, per esempio restare in Grecia. Nel romanzo racconto anche le storie di giovani che vogliono andare via, convinti che in una nazione straniera troveranno quelle soddisfazioni professionali che da noi sembrano impossibili da ottenere. Il mio non è un discorso patriottico. Se invito a restare è solo per dmostrare riconoscenza alla terra in cui sei nato e vissuto finora e che non puoi abbandonare nel momento più difficile.

Succede anche da noi. Sono tutti sempre pronti a fuggire. Un altro punto di contatto tra italiani e greci. Infine, voi greci cosa pensate di noi italiani?

Le dico solo una cosa. La sera in cui avete incontrato la Germania agli Europei di calcio, ad Atene ci sentivamo tutti italiani.»

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