Archives for category: ¡Ya basta!

Contravvenendo alla mia sana abitudine di non includere i commenti al blog (tanto a scrivere sono solo gli offensivi lettori trasversali), inserisco alcune mail ricevute a proposito del post Pure Shit.

G.P.D. scrive
Conosceva questo? Non so cosa aspettino i due blog piagnoni di corriere.it a contattare l’autrice. Qui ci sono delle perle come il nazionalismo meridionale (non sono coraggiosa, sono sarda), esperienze come scalare la muraglia cinese che diventano parte del curriculum, una mancanza totale di modestia e lucidità («Passo il primo colloquio telefonico, la Media Relations & Events Manager mi adora e “caldeggia la mia candidatura”» per quello che poi si rivelerà essere un lavoro a 700 euro). All’inizio c’è scritto Riproduzione consigliata.

Rispondo a G.P.D.
Non ne posso più, davvero. Non ne posso più di queste persone che passano da un’esperienza banale all’altra, convinte di essere speciali. Gente che crede di diventare giornalista frequentando facoltà-fuffa. Gente che si fa ritrarre con la digitalona in mano e poi produce cartoline sfocate. Gente che pensa per età, per regionalismi. E tutti i giovani sono buoni e tutti i vecchi sono cattivi. E i sardi sono testardi e vittime e i milanesi sono cattivi e famelici.
Ho solo una risposta ormai. Questa.

G.P. scrive:
Le volevo segnalare, se le interessa, che la ragazza che ha scritto l’articolo su corriere.it vanta tra i suoi amici di Facebook vari aristocratici dai nomi altisonanti e rampolli delle più importanti “dinastie industriali” italiane. Inoltre, tra i suoi album di foto spiccano le immagini dell’allevamento di cavalli di famiglia. Direi che  il Corriere come al solito si dimostra molto sensibile alle problematiche di questi poveri trentenni costretti ad emigrare per trovare argomenti da salotto per le prossime vacanze in Costa Smeralda.

Rispondo a G.P.
L’unica risposta possibile è grazie! Non sono su Facebook da anni (i motivi sono noti) e quindi non posso verificare certe realtà. Ho visto che la suddetta riesce a essere allo stesso tempo dalla parte di Sabina Guzzanti e di Anne Wintour. Credo di essere più coerente io: per me esiste solo la Wintour. Ed è sbellicante vederla iscritta al Forum della Meritocrazia!!!
Per consolarmi andrò a rileggermi Il diario della signorina Snob di Franca Valeri oppure qualche pagina di viaggio scritta da Alberto Arbasino. Sono righe piene di grandi borghesi, nobili, titolati e industriali. Ma almeno lì nessuno finge di essere vittima del sistema che papy ha contribuito a creare.
PS: un giorno marceremo su via Solferino!

V.P. scrive:
Utile è quanto ho visto a Dublino (in vacanza da mia sorella che vive lì, non per “disgusto” italico ma per (!) amore). L’esotica (quanto Milano) Dublino, è invasa da numerosi creativi (in realtà impiegatucci, solo un po’ più trasandati) che hanno lasciato Milano (ripeto, City identica a Dublino) perché guadagnavano 1000 euri e l’affitto costava 700 euri. Ora vivono e lavorano felici lontani da Milano ( = Dublino) in un bilocale a 900 euri al mese e guadagnano 1300 euri. Ovvio che poi papy interviene a ogni fine mese.

Rispondo a V.P.
Non mi scrivi nulla che io già non abbia sperimentato di persona. Persone senza alcun talento o specializzazione che abitavano in tristi monolocali in periferia e  poi partivano convinti che il favoloso estero fosse la soluzione a ogni loro problema. Lì sarebbero stati coperti di soldi senza nemmeno lavorare e avrebbero fatto la stessa vita che avevano provato durante uno squallido weekend alcolico low cost. Finiva che abitavano in una periferia ancora più brutta di quella meneghina e mi scrivevano mail in cui dicevano: «Torno in Italia perché qui nei supermercati di Amsterdam non si trova la pasta di grano duro». La racconto spesso, ma ogni volta stento persino io a credere che esistano persone così sprovvedute.

D.A. scrive:
Può darsi che la mia personale esperienza non sia indicativa, ma ho notato che a fare discorsi del tipo «Che schifo l’Italia, bisogna emigrare» sono soprattutto persone con lavori prestigiosi e ben retribuiti: autori televisivi di successo, chirurghi con redditi mensili a cinque zeri, professionisti con comodi posti fissi. Il convivente di mia cugina, che fa il lattoniere e si alza ogni mattina alle cinque, non l’ho mai sentito fantasticare di fughe all’estero. E dire che lui, forse, ne avrebbe ben donde.

Rispondo a D.A.
Sono gli stessi misteriosi meccanismi che causano intolleranze alimentari al nomicillo di sodio nelle art director di Brera, mentre i braccianti lucani mangiano di tutto, senza problemi.

P.C. scrive:
A proposito di film di quando si stava meglio che raccontano di come si stesse da schifo, non so se hai presente Sfrattato cerca casa equo canone di Pingitore con Pippo Franco. Ora, anch’io vado matto per la commedia all’italiana più blasonata (Un borghese piccolo piccolo… cosa mi hai fatto venire in mente) e un film di Pingitore potrebbe fare pensare a una gran boiata, in realtà in quel film c’è un ritratto di un’epoca e di un tipo di italiano (forse i genitori dei tuoi Neoproletari) davvero riuscito. C’è il film completo su YouTube.

Zeniba scrive:
Una cosa su cui combatto ogni giorno sono tutti questi 30enni che dicono: «Come possiamo farci una famiglia se non possiamo comprar casa». Prima degli anni 90 io tutti questi operai con casa di proprietà non li avevo mai visti. È materia moderna quella secondo cui  «tutti devono vivere in casa di proprietà».
I miei cambiavano casa in base al potere economico. Quando erano un po’ più ricchi, si andava in una casa più grande, se calavano le possibilità si andava in una casa dove c’erano solo 2 camere con bagno e cucinino. Eppure di figli se ne facevano eccome, molti più di ora.
Sono tutti insopportabili. E poi vanno a mangiare in quegli agriturismo «tutto compreso, primo secondo caffè e ammazza caffè» e dicono di aver mangiato benissimo e costa tutto pochissimo. Guai ad ammettere di aver preso una gran fregatura.
Meglio lamentarsi invece col pakistano che ti porta la pizza a casa per 3,50 euro: «Controllo perché l’altra volta era cotta troppo».
Andate a fare in culo, magari fuori confine, trentenni di merda (scusa il francesismo, mi è andato in fuga un attimo il cervello).

Rispondo a entrambi.
Non ricordo più dove l’ho scritto. Però da qualche parte devo aver parlato di certi personaggini, del tutto assimiliabili a quelli che oggi sono presentati come vittime su 27ora o viasolferino28, che mi deridevano perché abitavo in una casa di mia proprietà.
«La trovo una scelta borghese e inutile. Io e il/la mia compagno/a* siamo in affitto perché tanto oggi siamo qui, domani potremo essere a Berlino o non so dove…»
Potere della Rete che mi permette di controllare a distanza queste persone e vedere che, dopo anni, non solo non si sono trasferite nelle loro illusorie metropoli estere, ma continuano a lavoricchiare per pagarsi la stessa stamberga in affitto.
Sono i classici Alieni di cui ho illustrato le miserie in Astrakhan. E come certi alieni hanno la capacità di trasformarsi in base a chi hanno davanti. Fanno le vittime sacrificali se parlano con i giornalisti, fanno gli arroganti se parlano con me. Purtroppo sono talmente paraculati che se la caveranno sempre.

* Nella Grande Classifica Generale dei Termini Più Stronzi trovo che compagno/a occupi le primissime posizioni.

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Lo so. Ripeto le stesse invettive. Ma solo perché loro ripetono le stesse boiate. Ormai non varrebbe più la pena commentare i deliri giornalistici di certe sezioni in corriere.it. Però, come trattenersi davanti a questo, alla foto da divetta in auto con gli occhialoni neri (ma chi si crede? Oriana Fallaci?) o quando si legge che «A metà degli anni Settanta (…) era facile trovare un posto di lavoro, comprare una casa, costruire una famiglia e quindi lavorare e riuscire a vivere le relazioni. C’era posto per tutti e questo vuol dire entusiasmo, fiducia e progettualità.» A metà degli anni Settanta fiducia ed entusiasmo! Negli anni in cui, mentre attraversavo la strada per andare a scuola in via De Amicis a Milano, c’era un tizio mascherato in mezzo alla carreggiata con la pistola puntata, immortalato in una celebre foto. Negli anni più neri della crisi petrolifera e dell’austerity…

Era facile trovare lavoro! Se la carenza in cultura letteraria non fosse pari a quella in storia recente, ci si ricorderebbe dei mille sotterfugi cui ricorre il protagonista di Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami (1976) pur di trovare un posto di lavoro al figlio.

Che se ne vada. Subito. Ogni volta che un figlio di papà passa il confine la nazione plaude. L’importante è che non torni.

Perché la mia paura è che stiano per tornare. Tutti quelli che hanno giocato a fare i confinati volontari a Parigi o ad Amsterdam per sfuggire alla “dittatura italiota” e che avrebbero davvero meritato il confino, quello vero, quello inflitto dal fascismo ai dissidenti. Torneranno tutti quelli che si sono proclamati resistenti, infangando la memoria dei Partigiani che hanno conosciuto la fame, la sofferenza e la morte, mentre loro ingrassano presso qualche amico dove si rovinano di canne e scrivono librini che per fortuna vengono dimenticati ancora freschi di stampa.

Non ricordo più il nome di un tale  che aveva pubblicato un poco interessante romanzetto autobiografico rimasto per una settimana scarsa a impolverarsi nelle librerie prima di essere rimesso negli scatoloni delle rese. Nelle note di copertina l’autore specificava di essere scappato a Parigi, dove vive facendo il lettore e il traduttore per Adelphi (che saggiamente non gli ha pubblicato il libro).

Ora, Parigi è una delle città più care del mondo. Le spiegazioni sono quindi solo due: o Adelphi compensa lettori & traduttori con cifre pari agli stipendi manageriali. O dietro tutti questi Cervelli In Fuga c’è la solita figura orwelliana del Big Father.

*In inglese, tanto i Cervelli in Fuga non dovrebbero aver problemi a tradurselo da solo, visti i loro prolungati soggiorni ça et là.

Come nelle barzellette delle medie, c’erano un Giulio Iacchetti, un Tommaso Labranca e un Giampiero Mughini dietro il tavolo a parlare non so nemmeno più di cosa per conto di una nota azienda cosmetica che ci aveva invitati a farlo a beneficio di alcuni suoi collaboratori.

E lì ne incontrai uno. Accento laziale, barbetta corta ed elaborata, abito di pessima fattura preso in un grande magazzino, ma che avrà destato orgoglio in mammà quando lui le mandava le foto in cravattona da aspirante manager. A un certo punto, vincendo la noia che causavamo in lui, alzò il braccio tintinnante di bigiotteria in ferraglia da calciatore e disse: «Sì, però la vostra è una visione da vecchi. Io ho 35 anni. Voi cosa ne avete? Dieci, quindici più di me… Quindi la vostra è una visione superata…» Tre minuti di delirio prima di essere divorato da Mughini.

Per caso ieri sera in una trasmissione radiofonica in cui gli ascoltatori chiamano per essere trattati male dal conduttore, eccone un altro: «In fondo a me cosa interessa delle nomine Rai? Io sono giovane, ho 35 anni, e la tv è fatta per gli anziani».

Gentili trentacinquenni, non vorrei deludervi, ma voi non siete giovani. Anche se continuate a vivere in casa e vi fate passare dal papà i soldi per andare in pizzeria a vedere il posticipo con gli amici alla domenica sera, siete inesorabilmente adulti. Siamo tutti adulti. Si finisce di essere giovani a 25 anni. Si è adulti da 26 a 64. Si entra nell’anzianità dai 65 in poi. Ammesso che l’età abbia qualche importanza.

Dante Alighieri aveva 35 anni quando scrisse la Divina Commedia e, poiché considerava di 70 anni la vita media dell’uomo, definì la sua età il «mezzo del cammin di nostra vita». Dico, almeno il primo verso del poema lo conoscerete, altrimenti è inutile che venite a piangere perché i vecchi vi calpestano e voi siete costretti a fuggire all’estero con il cervello nel bagaglio a mano.

Quindi, cari trentacinquenni che vi sentite teen-ager, avete già sprecato metà del patrimonio che vi è stato concesso. Da vecchio, vi assicuro che la seconda e ultima parte scorre via molto più in fretta.

Vi invito a leggere l’articoletto che Ceronetti ha scritto sul telefonino (e scusate la raffica di diminutivi). E poi a ridere ogni volta che i giornali parlano del ritardo tecnologico che vessa il nostro Paese. O magari anche a stupirvi di frasi come «imbrattarmi nell’etica brutale e sofisticata dei comportamenti umani», che rivelano quale esagerata autostima superumana Ceronetti abbia di sé. O ancora a chiudere la pagina con una smorfia di compatimento dopo aver letto che per Ceronetti «lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l’Utente (l’essere, l’anima umana), una volta catturato, precipita senza fine». Non è quindi la violenza, il razzismo. Non sono le dittature, le menzogne. Non è lo sfruttamento, la guerra, la fame nel mondo, l’AIDS, il cancro, l’infibulazione, la distruzione ambientale e le altre mille e mille finte emergenze con cui ogni giorno i quotidiani ci sommergono. La vera rovina dell’umanità è il cellulare.

Ceronetti, vedo per lei un grande futuro come CEO di Nokia. Ha tutte le non-qualità per diventarlo. Esattamente come la signora Tarantola diventata presidente della Rai che si è molto stupita l’altro giorno quando le hanno fatto vedere quella scatola in cui le figure si muovono.

Se serviva un’altra dimostrazione di quanto falsa e manierata sia la partecipazione ai Grandi Temi, la giornata in ricordo di Falcone l’ha fornita. Chiacchiere a raffica in attesa dell’aperitivo solo per non sentirsi esclusi dal rito officiato dai media. Perché non riesco a vedere ciò che vedono gli altri? Perché sostituire su Facebook la propria foto con quella di Falcone appare solo a me come un modo squallido di lavarsi le coscienze?

Quando mi sento così isolato ricorro a una soluzione infallibile: anche solo dieci minuti di musica di Mozart e mi sento meglio. Ieri mi sono ascoltato il finale dell’Hypochritus, un’opera mozartiana poco conosciuta, ma che io amo molto.

Don Concetto (misurando a larghi passi l’open space)
Cinque… dieci… venti… trenta
Trentasei… quarantatrè…
O che noia, o quale impiccio,
Misurando io vo l’ufficcio,
Lenta lenta passa l’ora
Ed ancora non si pranza
E qui ormai s’è già discusso
Di pallone e di vacanza
Deh che noia, quale impiccio
Sai mia bella cosa faccio?
Mi collego a qualche social
E mi metto a commentar!

Borsettilla
Mio diletto don Concetto
Cosa credi ch’abbia fatto
Dopo aver strisciato il badge?
Ho postato un po’ d’insulti,
Sempre anonimi s’intende,
Qualche I Like però mirato
Su bacheche intelligenti
Di scrittori con la scorta.
Giungo a sera e sono morta
Per il troppo commentar!

Lavativus (sollevando il capo dalla tastiera)
Se t’annoi c’è un solo trucco
Ti colleghi su Feisbucco
Ed esprimi un’opinion.
Ma sta’ attento Don Concetto
Non far mai l’original
Copia & Incolla quanto hai letto
Questo è il diktat dei sociàl!

Tutti
Oh che bello questo mondo
Siamo tutti uniti in Rete
Quando il Capo non ci vede
Corriam presto a commentar!

Don Concetto
Siamo attivi e militanti
Senza alzarci dalla sedia!
Su, consulta Wikipedia
E controlla nell’annuario
Se per caso in questa data
Cade qualche anniversario.
E poi presto c’accodiam
Al dolore nazional!
E poi presto c’indigniam
Per lo spreco general!

Borsettilla
Sono ore un po’ scontente
In cui non succede niente
Non c’è fatto cruccio o dolo
Che si possa meritar
Quello slogan a noi sì caro
del “Per non dimenticar”!

Lavativus
Ieri invece a casa mia
(Ero in finta malattia)
Sono stato proprio bene
Quando insieme a tutti l’altri
Ho cambiato il mio avatar.
Via la solita fotina
Della mia vacanza al mar!
Non si può più fare senza
Del lavaggio di coscienza
C’è voluto invero poco:
La fotina di Falcon
Inserita dal mio iPhone!

Tutti
Oh che bello questo mondo
Siamo tutti uniti in Rete
Quando il Capo non ci vede
Corriam presto a commentar!

(Entrano i due stagisti-uccellatori, Twitterino e Twitterina)

Twitterino
Twi… twi-twi..

Twitterina
Twi… twi- twi…

Twitterino
Twi… twi.. twi.. Twitterina!

Twitterina
Twi… twi.. twi… Twitterino!

Twitterino
Cosa fai, mia bella sposa?
Il mio smartphone non riposa!
Sempre attivo ho l’polpastrello
E commento questo e quello
(Pur essendo un gran buzzurro)
Grazie all’uccellino azzurro.

Twitterina
Twitta twitta bel maschietto
Lo fa anche Twitterina
Nemmen io sarò da meno
Corro subito a postar
Un commento un poco scemo
Sulla rabbia popolar!

Tutti
Oh che bello questo mondo
Siamo tutti uniti in Rete
Quando il Capo non ci vede
Corriam presto a commentar!

(Escono in marcia, diretti alla mensa)

Sarkozy se ne ve e queste sono cose che interessano soprattutto i francesi. Se ne va anche Carla Bruni e questa è una buona cosa per tutti.

Nell’occasione recupero un Collateral di qualche anno fa, scritto dopo che la superba e viziata potiche presenziò imbalsamata davanti a uno sbavante Fazio.

Alla fine di un giornale radio Rai delle 19 di domenica 25 gennaio ecco la notizia-bomba: «Stasera sarà ospite di Che tempo che fa Carla Bruni. Nel corso dell’intervista la first lady francese ha detto che l’elezione di Obama è un fatto storico». Resto sconvolto: una affermazione di tale originalità potrebbe influire domani mattina sull’andamento delle Borse europee.

Corro dunque a casa per seguire Carlà e scopro un genio. Da sempre simpatica come un’invasione di cavallette nel giorno del tuo matrimonio, la Bruni ci ha già deliziato con le sue canzoncine profonde come quelle di Katia Svizzero. Adesso in tv esegue due brani, accompagnandosi alla chitarra come una Joan Baez più avezza ai salons de beauté che ai campus universitari. Ha una vocina che sembra una fuga di gas. Precisa che i ricavati delle vendite andranno tutti in beneficenza. Ma la vera opera di bene sarebbe smettere di cantare.

Carlà: faccino e cervellino da concorrente del Grande Fratello. Toccata da un fato benevolo sotto forma di perfezione deretana, appoggia quella perfezione sulla poltroncina delle interviste con la stessa aria rilassata che potremmo avere noi sulla poltrona del dentista.

A ogni domanda, prima di rispondere, si perde in un lungo silenzio e sbarra gli occhi. Ricorda Maria Bianca Zellanti, l’astrologa, uno dei primi personaggi di Carlo Verdone a Non Stop (1978). Cercatevelo su YouTube e stupitevi: pause, modo di parlare, banalità e tono apocalittico sono gli stessi.

Esordisce dicendo che prima gli uomini politici erano segreti, oggi sono più trasparenti e giovani. In Francia, ma anche da noi, dove i politici sono trasparenti (molti perdono i capelli al pensiero che vengano rese pubbliche le intercettazioni telefoniche) e giovani (Giorgio Napolitano, 83 anni*). Comunque è già una bella perla di riflessione e il fatto di essere stata compagna del filosofo Raphaël Enthoven ha dato i suoi frutti a livello mentale. Poi si lamenta del fatto che il marito abbia così tanto lavoro. L’avesse saputo prima, col cavolo che si sposava un presidente.

Nel mondo di frutta candita di Carlà tutto è bellino e pulitino, anche le disgrazie. Così con le sue royalties lei aiuta un ospedale dove ci sono bambini malatissimi. Non malati, che sarebbe volgare. Malatissimi, un superlativo che sa di grandeur! E aiuta anche una scuola di Haiti dove ci sono due suore adorabili. Non stremate dal lavoro in aiuto dei poveri, ma adorabili. Come fossero due modellini della collezione primavera-estate.

Veniamo a sapere che Carlà è sempre stata vicina a posizioni socialiste. Ma Nicolas la sera a cena le dice che lei è molto più complessa di una persona di sinistra. Allora dicci qualcosa di sinistra, Carlà! Per esempio, cosa significa essere di sinistra?

Trascrivo integralmente la risposta perché nemmeno Rosa Luxembourg…

«…sinistra sarebbe (pausona) poter (pausona) sentirsi toccato dai problemi che uno non ha personalmente. Tener conto delle grandi ingiustizie che subiscono gli altri. Tener conto delle ingiustizie altrui senza averle».

Preciso che a queste uscite il pubblico spesso applaude. Forse in studio c’era una pessima diffusione audio e nessuno capiva cosa l’ex modella stesse dicendo. Applaudivano sulla fiducia. Mal riposta.

Carlà si sveglia dal suo torpore solo in due momenti. Quando smentisce di aver avuto un ruolo nell’affaire Battisti l’occhio destro pare aprirsi per l’indignazione. «È una cosa del governo brasiliano io non ne ho l’ideologia, non difendo Battisti. E sono contenta di poterlo dire perché è deplacé. La moglie di un presidente francese mai potrebbe andare a parlare con il presidente brasiliano».

Signore, se i vostri mariti vi costringono a fare qualcosa che non vi garba, rispondete che non potete, perché sarebbe deplacé.

Ma è quando viene sollecitata a parlare dei cappellini indossati all’incontro con Elisabetta II che sguardo e favella di Carlà si animano e in lei torna a riaccendersi l’antica mannequin.

A noi che ci domandiamo il perché di tutta questa inutile fiera televisiva sfugge quasi una lacrima pensando a quanto deve essere triste aver abbandonato le passerelle per occuparsi di suorine frou-frou, bambini mortissimi e presidenti che non hanno il tempo di fare pipì. Ops… ho scritto pipì. Scusatemi… sono veramente deplacé.

*Lo so che Giorgio Napolitano ha quasi 85 anni, ma questo testo risale. Lo specifico, prima che qualche Maestrina Anonima & Insultante si attacchi alla mail.

Letto notizia. Stop. Felice vostro arrivo in Malesia. Stop. Restateci. Stop.