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Sconsiglio caldamente la visita alla mostra Kitsch organizzata alla Triennale di Milano.

Motivi:

1. Non si riesce a capire quale filosofia unisca i quadri di Savinio e Baj a certe insulse produzioni di ignote artiste.

2. Si torna a ribattere il tasto sul presunto cattivo gusto di soprammobili e oggettistica da zia.

3. È una esposizione piccolissima. Se si facesse un rapporto superficie-prezzo del biglietto si eguaglierebbe il costo al metro quadro di un appartamento in pieno centro cittadino.

4. È piena di lavori di artisti campioni della banalità (Corrado Bonomi in primis) che ripetono alla nausea l’ammasso di plastiche in una stanca ripetizione della pop, per  di più viziato dall’intento accusatorio-sociologico che alla pop non appartiene.

5. È affollata di signore rugose dal capello liscio che sorridono sarcastiche di fronte alle statuine sacre. Quelle che già in Almodóvar venticinque anni fa ti spingevano a dire: «Basta!». Sono le stesse signore che, se fotografate quando in piazza, avvolte di veli, urlavano «La liberazione comincia da Milano» o «Se non ora quando?», sarebbero state perfetti esempi di pessimo gusto.

6. C’è un video con un collage di immagini raccolte da Las Vegas a Pontida proiettate con Elvis in sottofondo. Aspettiamo ancora una spiegazione precisa sul perché siano state scelte quelle immagini e quella musica.

7. La mostra fa sinceramente schifo.

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La Triennale ha organizzato con Gillo Dorfles una grande esposizione dedicata al kitsch. Non sono ancora riuscito a visitarla, ma già tremo pensando a ciò che accadrà tra molte Mediocri Redattrici. Il femminile è d’obbligo, perché sono soprattutto le signore a usare il termine kitsch, accompagnandolo con un grazioso arricciamento dei nasini spesso innaturali.

Condivido pienamente la definizione che del kitsch diede Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere: il kitsch è la rimozione delle brutture dalla nostra vita. Kundera scriveva rimozione della merda. Ho addolcito il termine proprio per compiere un atto kitsch.

Ogni volta che compiamo quella rimozione operiamo in realtà una addizione. Per rendere meno volgare un oggetto lo rendiamo ancora più volgare aggiungendovi una patina di presunte bellezza, ricchezza, dignità che tali non sono.

Il mio kitsch è quindi ben diverso da quello che molti considerano tale. Un servizio da tè barocchetto che la Mediocre Redattrice definirebbe kitsch con un sorrisino di compatimento è in realtà figlio di una preciso gusto legato a un’epoca. La Mediocre Redattrice non ha la cultura necessaria per eseguire la giusta attribuzione delle produzioni artistiche e solitamente condivide con i teen ager l’idea che tutto ciò che è vecchio è equiparabile al brutto. A meno che qualche altra Mediocre Redattrice appena più potente non decida di usare il bollino Vintage. Così nascono gli errori, l’idea che kitsch sia sinonimo di cattivo gusto e che quel cattivo gusto appartenga sempre a un’altra epoca e, soprattutto, ad altri esseri umani.

Invece il kitsch nasce proprio quando si gioca a fare la donna à la page, nascondendo le proprie brutture naturali, e quindi giustificabili, con altre brutture artificiali, e quindi condannabili. Decorare un fondo schiena cellulitico con un tatuaggio tribale è kitsch perché cerca di rimuovere la bruttura, creandone però un’altra.

Come avviene per certe rappresentazioni popolari dei soggetti religiosi. Il Cristo dai boccoli biondi o la Madonnina vestita d’azzurro sono prodotti kitsch in quanto rimuovono da quelle immagini il sangue, la sofferenza e lo sporco che ricopriva gli abitanti della Palestina di 2000 anni fa. Tutte cose che in un milieu per bene non possono essere mostrate.

Certe immagini sacre tridimensionali vendute per strada dai pakistani, quelle in cui il volto di Gesù si trasforma in una colomba, non sono kitsch, benché la solita Mediocre Redattrice potrebbe definirle tali. Sono soltanto bizzarria, una categoria del tutto diversa.

Ma quando non si hanno gli strumenti necessari per analizzare tutto finisce nello stesso calderone del kitsch o, peggio, del trash. La Mediocre Redattrice non concepisce la regola base del kitsch, ovvero la riduzione di qualunque cosa al livello del grazioso. In quarta di copertina del volume Kitsch, curato dallo stesso Gillo Dorfles, c’è una tazza dal bordo oro zecchino, decorata con la svastica nazista. Ecco il kitsch: l’orrore al massimo livello, l’ideologia nazista, reso grazioso perché applicato sulla tazza da tè con finiture in oro zecchino che richiama eleganti consessi di signore perbene.

La ripulitura dello sgradevole attraverso una patina di grazioso e di sentimentalismo rendono davvero kitsch prodotti come il musical West Side Story, i romanzi di Federico Moccia, la visione del popolo nelle pubblicità della Coop, le sfide di Amici, la musica di Giovanni Allevi, il mondo candito delle troppe mamme-giornaliste.

Dal 1968, anno della prima edizione del libro di Dorfles, a oggi nulla è cambiato. Il kitsch ha conservato la sua meccanica immutabile di parolina magica che aiuta persone mediocri a trasformarsi in paladine del buongusto. Al massimo si è notato un certo atteggiamento che porta a esporre oggetti strani, particolari, imbarazzanti sottolineando però numerose volte che lo si fa per gioco, per spettacolarità. Che niente di tutto ciò rientra nell’ambito reale del proprio gusto. Chi ha letto l’ormai lontano Andy Warhol era un coatto (e ogni volta chiedo scusa per il titolo che non è opera mia) ricorderà che questo atteggiamento è propriamente camp.

La Triennale di Milano è rinata dopo un breve periodo dedicato solo a qualche frattaglia. Un tempo che è apparso infinito a chi passa spesso in quegli spazi e si ritrova davanti gli annunci di minimostre su goniometri, porcellane sbeccate e follie di sedicenti designer alternativi.

Il ritorno alla sostanza è avvenuto con Trilogia del Moderno, una mostra di fotografie grande come il formato delle immagini esposte realizzate da Gérard Rancinan.

Come avviene per molti altri fotografi, anche Rancinan è come se fosse il CEO di una azienda che produce queste immagini. Ma il suo caso è particolare in quanto ha una collaboratrice importante, la scrittrice Caroline Gaudriault. Il rapporto lavorativo tra i due non è definito chiaramente. Credo che si parlino continuamente e da quella discussione nascano poi le foto. Forse Gérard ha un’idea, una suggestione che comunica a Caroline. Lei è il côté filosofico, allora organizza quell’idea e man mano nasce l’opera Per alcune sono serviti anche quattro mesi di lavoro tale è la loro complessità scenografica. Nell’Azienda Rancinan oltre ai soliti assistenti c’è anche un musicista che crea dei brani ispirandosi alle immagini fotografiche.

Se si considera che la Trilogia è composta dalle sezioni Metamorphoses, Hypothèses e A Wonderful World ecco che l’offerta di cataloghi, edizioni speciali e cd occupa un intero banco nel bookshop della Triennale.

A volte l’istituzione milanese organizza visite alle mostre guidate dagli stessi artisti o curatori. Così è avvenuto venerdì scorso, quando la visita è stata condotta dagli stessi Rancinan e Gaudriault. Ed è stato come essere presenti al momento dello scatto.

La mia sezione preferità è Metamorphoses, quella in cui alcuni grandi e celebri capolavori pittorici sono rielaborati da Rancinan in chiave consumistico-moderna. Esemplificativa l’immagine scelta come simbolo dell’esposizione, un remake del Radeau de la Méduse di Géricault, pesante pittore francese che ritorna in altre immagini di questa sezione. La zattera di Rancinan è piena di nostri contemporanei a malapena coperti da vesti stracciate su cui sono identificabili i marchi più celebri. Rancinan ha specificato che tutti i capi d’abbigliamento utilizzati sono “tarocchi”, contraffazioni acquistate nei mercati.

È bastata questa precisazione per destare un senso di fratellanza. Anche perché pur puntando il dito conto l’abuso delle merci, Rancinan e Gaudriault hanno sottolineato come anche loro ne siano vittime. Gli iPhone che spuntavano dalle tasche posteriori dei loro jeans lo dimostravano.

Quindi ho deciso.

A dicembre dell’anno scorso è scaduto il contratto di Neoproletariato i cui diritti ora sono tornati di mia proprietà. È il momento di pensare a una riedizione del libro visto che dopo dieci anni le cose non sono cambiate. Più che il contenuto del libro è conosciuto il titolo, anche perché Castelvecchi rifallì poco dopo l’uscita.

Ci furono alcuni responsabili culturali di provata fede maoista che si rifiutarono di parlarne perché mi consideravano “un fascista che parla male dei poveri che vanno al discount”. Se avessero letto davvero quanto avevo scritto, si sarebbero resi conto che descrivevo un fenomeno diverso. Ma questa scarsa voglia di approfondire e, soprattutto, la disattenzione verso la realtà, sostituita da una rappresentazione favolistica del proletariato, sono stati i motivi che hanno prepensionato certe ideologie.

La recensione migliore apparve su un giornalino di universitari afflitti del pavese in cui scrissero che si trattava di un “pamphletino” e che “Labranca, si sa, non è Baudrillard”. E allora? Nemmeno Pulp è il New Yorker.

Vi terrò informati sull’andamento del progetto Neoproletariato Again in cui di sicuro non mancherà un accenno a Rancinan.

Ho visto una delle mostre peggio allestite degli ultimi trent’anni. Si chiama Ultrabody (chiamarla Ultracorpo sarebbe stato troppo provinciale!), i manifesti con due modelli che si baciano indossando una specie di museruola dicono che l’evento mescola arte, design e moda, proprio come le peggiori rivistine free press che si trovano nei locali e che nessuno legge (i locali hanno il vizio di essere sempre oscuri).

La mostra è stata aperta ieri nelle cripte del Castello Sforzesco e per qualche giorno si potrà visitare gratuitamente sino alle 23. Scaduta la frenesia del Salone del Mobile si torna alle belle abitudini: mostra a pagamento e chiusura alle 17.30 (!).

Cosa mi disse quella siciliana dalle grosse tette un giorno di maggio 2011 nello studio di Fiorucci? “Con Pisapia la cultura tornerà a Milano!”

Al di là delle dispute sulla giunta, si tratta davvero di una mostra che potete saltare senza problemi. L’ambiente è immerso nel buio totale, esattamente come i locali di cui sopra. I 208 oggetti sono esposti dentro gabbie di tulle nero che non ne permettono una chiara visione. I cartelli esplicativi sono posti sotto le gabbie di tulle nero, esattamente nel cono d’ombra. Per leggere di cosa si tratta bisogna abbassarsi e far luce con lo schermo del cellulare.

L’unica cosa perfettamente visibile è una automobile a fine percorso che reca il logo dello sponsor. Anche in tv quando c’è la pubblicità alzano il volume, quindi nessuna sorpresa.

Altra pecca: sono esposti troppi oggetti di Fabio Novembre. Il Novembre non dovrebbe mai partecipare a collettive. I suoi lavori messi vicino a quelli di grandi maestri rivelano quello che sono: nulla.

E allora ben venga il buio!

* Il titolo si ispira all’omonimo film softporn che andò in onda un venerdì notte di troppi anni fa su Tele Reporter e di cui seguii le prime battute via telefono con l’amica Giovannona bisbigliando nel bigrigio Sip. Altro che social network!
E giusto per non lasciarvi con il dubbio che mi sia inventato tutto… (qui)