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Se non siete al mare come il 90 per cento della popolazione (fonte: Studio Aperto), approfittatene per ascoltare questo:

PS: Non ricorda vagamente…

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Ai primi posti della Hit Parade delle Parole Più Stronze c’è sicuramente generazione.

Termine fastidiosissimo, applicato solitamente da chi non condivide nulla con i propri coetanei, pur credendosi loro portabandiera. O, peggio, da persone di precedenti generazioni che fiutano l’affare e cercano di vendere qualsiasi schifezza a un target accomunato dall’età e dalla sprovvedutezza.

Ultimo esponente di questi stolti che credono di essere migliori di altri solo sulla base di un fenomeno biologico come l’età è tale Il Cile, aretino acclamato come genio anche dai grandi quotidiani nazionali. L’abilità degli uffici stampa delle major non ha davvero limiti.

Avevamo già le nostre spine nel fianco e nelle orecchie con Vasco Brondi, Dente e tutta la paccottiglia finto-alternativa benedetta da XL di Repubblica. Avevamo davvero bisogno di un nuovo trentenne che finge di essere un adolescente incompreso? Di un altro lanciatore di escrementi contro un mondo ricco, vecchio e cattivo di cui lui non s’accorge di essere un ingranaggio? Ha senso fare i dissidenti, gli indignati, gli occupytuasorella con i soldi della grande Casa discografica internazionale e l’avallo dei quotidiani engagés? Tutti puri e duri… Però quando si va in heavy rotation su MTV non dicono di no. Però quando la nota birra rockettara li invita a suonare nel suo festival estivo, non dicono di no.

Ma con che faccia Il Cile, a 30 anni suonati, latra il suo disagio giovanile? Ma lo sa che nel 1973 il trentenne Lucio Battisti, con alle spalle una storia musicale che lui non avrà nemmeno se si reincarna altre sette volte, stava preparando una vera rivoluzione con Anima Latina? Altro che chitarrina e testi di una ipocrisia sociale rivoltante.

Infine, chi ha concesso a codesto Il Cile e alla sua insopportabile vocina l’incarico di rappresentare la generazione di tutti i trentenni? Sbraitano tanto che vogliono ottenere la libertà e difendere il loro essere diversi. Poi, al primo bonifico, non ci pensano due volte e si allineano alle più squallide massificazioni delineate dal marketing.

Unica consolazione: tra sei mesi sarà dimenticato.

È finalmente uscito O casta musica (Volo Libero), il pamphlet che il musicista Fabio Zuffanti ha scritto per far sentire la propria voce su una certa realtà musicale.

Scrivo “finalmente” perché era inverno quando Fabio mi incontrò per farmi un’intervista oggi inclusa nel libro. Purtroppo questa mia presenza nel volume mi impedisce di parlarne su qualche organo ufficiale e Fabio dovrà accontentarsi di questo post.

Ho collaborato con Zuffanti qualche anno fa per un reading chiamato Appelsina e poi per uno che non è mai stato eseguito intitolato Una zampa più corta, ma nulla si butta e tutto verrà riutilizzato.

In questo suo libro, che sviluppa una lettera-sfogo del gennaio 2011, Fabio da musicista si scaglia contro una situazione musicale che lui trova sconfortante: i soliti dieci nomi italiani che hanno in mano il mercato, le furberie dei discografici che sfruttano e discreditano i talenti e il potere di alcuni dj che decidono cosa passare alle radio. In realtà è sempre stato così. Oggi forse la cosa si è amplificata perché sono cresciuti i canali attraverso cui viene diffusa la stessa musica imposta: le radio private e quelle legate ai negozi che le diffondono, i P2P, le televisioni musicali, ovunque la stessa sequenza di Negramaro, Jovanotti, Ligabue, Ferro, Pausini, Modà e via da capo.

Concordo con quasi tutto ciò che Fabio ha scritto, tranne due punti.

Il primo nasce dall’amore che Zuffanti ha verso la musica prog e che lo porta a lamentare la scarsa diffusione del genere presso un pubblico che preferisce produzioni più facili.

Il progressive ha avuto e ha la sua importanza, è stupido farlo coincidere solo con il suo decennio di nascita in quanto non è una moda, ma un vero e proprio stile che continua a ispirare. Ma proprio per la sua raffinatezza, per la sua specificità e per i suoi mille riferimenti extramusicali è quasi meglio che non sia gettato in pasto a un pubblico che ama girare con l’autoradio a palla.

L’avevo già scritto nel Piccolo Isolazionista (il libro che ha causato l’incontro con Fabio). Alle medie avevo in classe un solo ragazzo che ascoltava rock e prog e lui era conscio della propria diversità e ci snobbava, ricambiato da tutti gli altri che lo consideravano un extraterrestre. Credo sarà stato da lui che ho imparato a essere felice ogni volta che faccio qualcosa che gli altri non fanno, a godere dell’essere impopolare. Però comprendo che per Fabio sia difficile comportarsi così quando assiste al successo di persone chiaramente meno preparate, ma di certo meglio gestite dall’establishment e più vicine al gusto medio. O  quando gli viene impedito di esibirsi dal vivo perché secondo i gestori dei locali il pubblico vuole solo le terrificanti tribute band di Ligabue (come se già l’originale non fosse di troppo).

L’altro punto su cui non sono d’accordo con Zuffanti è l’abitudine purtroppo diffusa a credere che il passato sia stato un paradiso. Il tempo è un gran filtro che fa passare attraverso il suo vaglio le cose minime che dimentichiamo. Così oggi ci sembra che gli anni Settanta fossero favolosi perché in classifica c’erano Le Orme, EL&P, i grandi cantautori, impressione confermata quando si guardi la classifica di quarant’anni fa. Ma quella sequela di nomi impressionanti e di brani che ancora oggi si ascoltano non deve trarre in inganno. A fianco di questi prosperava tanta musica non proprio di qualità, come quella di  certi gruppetti sentimental-militare ed era quella che si ascoltava per strada e nei juke box. Allo stesso modo, leggendo la classifica di questa settimana dei brani più scaricati, si resta allibiti nel non trovare una proposta di qualità nemmeno al numero cento. Ma questo è solo perché il mercato si è diversificato. Un tempo c’era solo il disco. O lo comperavi o lo comperavi e quindi la fascia colta della popolazione riusciva a fare entrare certi dischi in classifica. I nipotini di quegli intenditori oggi acquistano dai siti delle netlabel o delle piccole etichette specializzate che non vengono presi in considerazione dagli stilatori di classifiche.

Inoltre è cambiato lo scenario politico, manca quella fascia di musicisti legati alla protesta, alla contestazione che trovavano un grande consenso tra chi si avversava gli stili di vita democristiani. Oggi la sinistra musicale è rappresentata dai soliti cadaveri intoccabili, penso a Fiorella Mannoia o a Jovanotti, gente che crede di fare ancora parte del dissenso e che invece è immersa fino al collo nella pozzanghera della convenienza discografica.

La distanza della musica meditata dal mainstream tamarro si è quindi fatta ancora più ampia. Le due fazioni non lottano nemmeno più tra loro perché l’una ignora l’esistenza dell’altra.

Il gesto provocatorio di Zuffanti che si scaglia contro il nemico e grida che esiste anche lui diventa quindi quasi un atto antico. Per questo mi piace.

 

Dite tutto ciò che volete. Mandatemi mail ironiche. Fate risolini sarcastici. Per me i Sigur Rós sono l’unica band attuale che valga la pena seguire in ogni sua espressione.

Siamo nel 2012 e ancora sono legato a tutti i loro dischi, sarò rimasto l’unico tra coloro che nel 2002 ne fecero un must tra i blogger e che poi, infedeli, si sono lasciati conquistare da altri fenomeni usa e getta di cui non ricorderanno neppure i nomi.

Odio i concerti dal vivo. Invece i Sigur Rós li ho visti due volte, una volta Jónsi da solo e ho già il biglietto per il concerto di settembre a Verona (e grazie a coloro che sanno perché li ringrazio).

Sono dieci anni che i Sigur Rós mi accompagnano, sono stati tra le fonti di ispirazione del Piccolo Isolazionista e lo sono anche di Mu, benché non verranno mai citati.

Sono dieci anni e dovrei essermi un po’ raffreddato. Invece no. Ascoltando in queste ore Valtari nella sua compiutezza ho compreso che questo cd è il capolavoro della band. Quasi non ci sono canzoni. C’è solo lo spirito del gruppo, la sua filosofia musicale nella forma più pura.

I suoni-giocattolo, le note distese, i vocalizzi, i momenti low-fi, i passaggi struggenti di piano, i cori da piccola chiesa protestante che costellavano le canzoni degli altri dischi qui sono accumulati quasi in maniera disorganica, in quantità esagerata, ti disorientano perché non sai in quale nicchia sonora devi rifugiarti.

Si arriva alla fine del disco solo per ricominciarne subito l’ascolto.

Che forse in islandese significa “l’attesa è finita”. Mai fidarsi dei traduttori automatici. Quello che importa è che oggi, 28 maggio, è stato dato il via libera al download digitale di Valtari, il nuovo cd dei Sigur Rós. In attesa che mi spediscano quello fisico completo di t-shirt.

Non ci sono per nessuno per tutto il pomeriggio.

PS: NIENTE DA FARE. Hanno mandato una mail con due link (uno per il solo Ekki Múkk, l’altro per l’intero album), ma entrambi dirigono solo al brano singolo. Poi non venitemi a raccontare di come all’estero tutto funzioni perfettamente, mentre in Italia…

E in una notte insonne, ascoltando il Quinto Canale della Filodiffusione, mi sono imbattuto in quello che sarà il mio tormentone estivo.

 

Dopo quasi venti anni di silenzio tornano i This Mortal Coil! Almeno questa è la notizia che ho trovato su un sito gallese (orfathffug.co.uk). Il disco si chiamerà Star-spangled Puddles e dovrebbe uscire a metà giugno.

Odio ferocemente i dischi dal vivo, godo della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte e sapete quanto m’importa dell’aura?

L’unico disco live che abbia comperato e amato in vita mia compie 30 anni nel 2012: Oil on Canvas dei Japan. L’antitesi perfetta di tutta la paccottiglia che segna i live act. Per cominciare David Sylvian non grida nessuna delle solite frasi da animatore di villaggio vacanza scadente. Niente “Ciao Milano” o “Su le maniiii…” come si sentono in dovere di urlare tutti, da Madonna ai Simpatici del Liscio.

Di solito gli artisti pop dal vivo eseguono qualunque cosa, dai canti medievali all’inno della Champions League, ma non fanno mai volentieri le loro maggiori hit, tranne quando il pubblico inizia a far roteare i cappi. I Japan in Oil on Canvas eseguono tutti i pezzi che ci si aspetta da loro e li fanno proprio come li conoscevamo. Sarà stato perché il loro repertorio era abbastanza ridotto. Oppure, come dicono i più cattivi, perché non sapevano suonare e improvvisare. Ma io preferisco la riproducibilità tecnica anche in concerto invece del metodo che attuano certi gruppetti. Quelli che devono il loro successo a melodie melense e sviolinanti poi dal vivo rinnegano i Pooh e si mettono a fare i Metallica, distruggendo con le schitarrate le loro fragili canzonette.

Poi: le foto della copertina non fanno pensare a un concerto dal vivo. Niente folle sudate, biglietti stracciati, musicisti rozzi e burini che cercano di rubare la scena alla star almeno nelle foto. Solo ritratti silenti di Corbjin.

Ancora: in Oil on Canvas gli effetti sonori del pubblico sono abbassati al punto da far sospettare molti che la registrazione non fosse live. Nei dischi dal vivo dei piccoli idoli del pop il volume delle urla è pompato, si ascolta il pubblico cantare al posto dell’artista, che comunque viene strapagato per puntare muto il microfono verso la platea.

Purtroppo nel 1982 non ero presente all’Hammersmith di Londra né a Nagoya, ma da trent’anni mi piace perdermi in questo algido e perfetto esempio di disinteresse reciproco tra chi è sul palco e chi sta in platea.

PS: questo piccolo post, che deve essere già apparso altrove cinque anni fa, è dedicato a Mick Karn (1958 – 2011).

Prendiamola un po’ alla lontana e torniamo al settembre dell’anno scorso. A un giorno in cui ero in fila alla posta per pagare qualche bolletta. Allo sportello accanto c’era un signore sui 70 con moglie. Il pensionato medio del circondario milanese, con le scarpe da ginnastica Naik, i bermuda e la maglietta con le scritte in pseudoamericano, tutto preso al banchetto dei cinesi, quelli che stanno divorando non solo il mercato globale, ma anche quello rionale.

L’uomo ha ritirato un pacchetto e ha pagato con una banconota da 50 euro. Mentre la moglie continuava a brontolare in dialetto sulla necessità di “buttare via così i soldi”, lui ha aperto la busta e, con gli occhi luccicanti, ne ha tratto alcuni cd di musica liscio-melody che aveva ordinato tramite qualche programma televisivo locale. Lei macinava insulti, lui non la sentiva, già con le orecchie piene di quelle note che tra poco avrebbe ascoltato davvero.

Sarei uscito dalla fila e avrei perso il mio turno per andarlo ad abbracciare come un fratello. Ah, quante volte hanno detto anche a me quelle cose! Che buttavo via i soldi per comperare i dischi. Ma lo facevo volentieri e quando non ne avevo li rubavo dal portafogli di mio padre. Poi nascondevo gli LP nuovi nello zaino della scuola e nessuno si accorgeva di come il volume di vinili aumentasse mese dopo mese.

Per quanto diversi potessero essere i nostri gusti musicali, quello che mi accomunava al fan dei Girasoli era la dipendenza musicale.

C’è in giro molta musica in cui non mi ritrovo, che magari prendo di mira quando scrivo, però davanti a tutti i musicisti io provo un rispetto che sconfina nel timore. Perché loro hanno la capacità magica di trarre dei suoni da pezzi di legno o metallo e io non ne sono mai stato capace.

Questa lunga introduzione mi serve a spiegare una cosa: che la mia insofferenza verso il Concertone del Primo Maggio non nasce dalla differenza di gusti. Il fatto che gli stili, gli strumenti, le sonorità degli artisti sul palco non coincidono con quelli che preferisco non ha importanza e non deve averne. La vera lotta non è quella tra generi diversi, ma tra gli appassionati di musica e quelli che non sopportano nemmeno l’ascolto di una nota. Ne esistono molti, ne ho incontrati parecchi ed erano tutte brutte persone.

Quello che continua a non convincermi del Concertone è l’aria decrepita che si respira: sempre le stesse frasi, sempre le stesse facce, sempre lo stesso pubblico vagamente stracciarolo e del tutto disinteressato, ma attratto solo dalla gratuità dell’evento e dal piccolo spaccio. Sempre gli stessi gruppi che invecchiano male e che ormai hanno un po’ di visibilità nazionale solo in questo giorno grazie all’inutile diretta del TG3, condotta con toni epici, nemmeno fossimo a Woodstock.

Quest’anno ci sarà una massiccia presenza di quei tremendi registini cinematografici che invocano continui finanziamenti governativi per girare male film che nessuno vedrà, ma con cui sistemano felicemente se stessi, fidanzate attrici e amici sceneggiatori. Al confronto la famiglia Bossi è composta da dilettanti.

Tante chiacchiere sempre più lontane dal Paese reale dei pensionati in Naik. Ma l’importante è fare i moralisti.

A San Giovanni non si fa economia di moralismo appiccicoso e noioso. Lo dispensano Caparezza, Sud Sound System, Dente, Almamegretta. E anche i  Subsonica con Boosta che nei giorni dispari canta in piazza di Prodotto Interno Lurido e in quelli pari va alle riunioni della casa editrice che gestisce con Andrea Agnelli.

L’incoerenza è una virtù quando è intrisa di follia. Quando si vena di moralismo cambia nome e diventa ipocrisia.

PS: Buon Primo Maggio a tutti con l’assurdo doodle odierno di Google. Una delle aziende che ha trasformato il lavoro smaterializzandolo non trova di meglio che celebrare con l’immagine di una specie di operaio. Poi torna a immergersi nella solita fuffa zen:

L’incoerenza eccetera.