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Avrete letto che negli ultimi tempi il sito linkedin.com ha subito furti di password. Forse troppo impegnati nel risolvere quel problema, i responsabili non si sono accorti della follia che dilaga nei meccanismi del loro database.

Ricevo continuamente mail con «proposte di lavoro che potrebbero interessarti» e che dovrebbero essere inviate in base ai dati che ho inserito nella mia scheda. Dovrebbero. In realtà credo procedano per sorteggio. Oggi mi hanno proposto un impiego come agente di commercio nel ramo prosciutti, uno di dirigente commerciale nel settore torni e uno come controllo qualità nell’estrazione diamantifera. Il tutto, naturalmente, espresso con i soliti fantasiosi neologismi anglosassoni.

La cosa più umiliante, però, è quando ricevo proposte in cui si specifica «età massima 25 anni». Oltre il danno, la beffa.

Ora, mettiamo che invece di aver buttato via la mia esistenza tra le peggiori scempiaggini io fossi oggi un imprenditore cinquantenne benestante e proprietario di un paio di aziende. Credete che assumerei uno che mi si presentasse con questa faccia spiritata da Apparizione a Međugorje e quell’impressionante curriculum CEPU a metà prezzo?

P.C. mi manda una mail che ben si addice a questa immagine. Mi segnala un libro di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie (ISBN Edizioni) e mi acclude anche il testo di quella che deve essere la quarta di copertina (che comunque immagino splendida come sono tutte le copertine di ISBN, davvero un unicum nello sconfortante panorama grafico-editoriale che osserviamo nella patria del design).
«… uno dei tanti ritratti, geniali e disarmanti, che il protagonista di questo libro fa della sua generazione di idealisti e insicuri, impiegati di call center e aspiranti professori … la storia di un dottorando padovano e dei suoi – altrettanto precari – coinquilini, che, tra un prosecco di sottomarca e un pezzo rock improvvisato in sala prove …».
Purtroppo le misere condizioni dei precari sono diventate un canovaccio da Commedia dell’Arte, gremito anch’esso di maschere rinnovate: el siorazo  de la multinaxionale, el poareto del colsènter, la tosa che fa la zerca ne la università… Così si svilisce la gravità del problema, mentre il birbo fa i schei.

PS: il pezzo rock improvvisato… certo, rock fa giovane. Ma chi suona ancora rock in Italia mentre le classifiche sono piene di rapper e si usano per lo più  i computer? Ricordo che questo insistere sull’equazione rock = giovane era già vecchia ai tempi della prima Silvia Ballestra, vent’anni fa. Oggi sa di sala d’aspetto dell’INPS.

Sì, davvero. Prometto che non toccherò più il tema. Però devo raccontarvi di quanto ho ascoltato un paio di mesi fa in metropolitana. Fare il flâneur ha i suoi lati positivi perché ti permette di conoscere l’altro lato delle cose, quello che i giornali non ti presentano, impegnati come sono a imbellettare la realtà.

Saranno state le dieci di sera. Ero partito da una fermata abbastanza periferica su un metrò semivuoto. Con me era salita lei. Sui 50, portati maluccio, una borsa di plastica piena di scatole. Cerotti, bende, boccette di disinfettante. All’improvviso ha visto lui, sui 35, portati peggio, quasi un revival della moda Tossico Milanese 1981. Saluti e abbracci.

Brandelli di conversazione mi facevano sapere che l’anno prima i due avevano lavorato insieme per una associazione non meglio precisata che raccoglieva fondi, per scopi non meglio precisati, sguinzagliando per le strade alcuni disperati con il compito di vendere prodotti farmaceutici di pessima qualità. Gli stessi che lei aveva ancora nella borsa. Perché lei non aveva mollato e ogni giorno girava per Milano fermando le persone con il solito incipit: “Spero che tu non ne hai mai bisogno, ma compra questi cerotti. Sono per una buona causa…”

Lui invece no. Lui aveva fatto il grande passo. Era andato via da questa Italietta che si ostinava a non dargli un incarico di tutto riposo con stipendio da Tronchetti Provera. Così era partito per la Svezia, Paese molto più civile. Talmente civile che non l’avevano fermato alla frontiera rispedendocelo a casa, ma l’avevano fatto passare. E lui si era sistemato a casa della fidanzata svedese.

Avrei voluto conoscerla questa scandinava che aveva detto no a tutti i vikinghi che popolano il suo Paese per mettersi con questo ex sconvolto che in auto avrà avuto ancora le cassette del primo Vasco.

“E che lavoro facevi?” ha chiesto lei, che in fondo è una pragmatica.

“Facevo l’animatore.”

“Nei locali? Con i bambini?”

“No, per strada.”

“Ma conosci lo svedese?”

“No, facevo delle cose da mimo…”

“E con la tua ragazza come comunicavi?”

“Mah… un po’ in inglese, un po’ a gesti.”

“E ora?”

“Ora sono dovuto tornare perché ho litigato con lei, poi mia mamma non stava bene da sola, sai…”

Ahimè, la mia fermata. Sono sceso e li ho lasciati, senza sapere null’altro del loro destino. Ma sono certo che se la caveranno sempre e ovunque. Un po’ in inglese, un po’ a gesti.

Dovrebbe essere nota la mia insofferenza per i discorsi triti sui poveri giovani che vanno a cercare lavoro all’estero. Immaginate quindi come avrò reagito oggi vedendo questo gioiellino sul solito Solferino28.

Cameriere in Australia nonostante la laurea in Bocconi. Intanto, prendere una laurea in Bocconi non significa essere automaticamente un genio. Si può uscire dal costosissimo ateneo milanese anche dopo una frequentazione svogliata, con una votazione bassissima e una tesi stupidella. Inoltre Milano è piena di ristoranti e bar che cercano camerieri. Certo servire al tavolo alla Bovisa non è altrettanto cool quanto farlo in Australia. Soprattutto non ti garantisce quell’attimo di patetismo patinato tipico di Solferino28. Non chiediamoci chi avrà pagato il biglietto per l’Australia. Il ragazzo sarà un altro Andrea De Carlo, lo scrittore che, appena laureato, viaggiò in Australia con la sponsorizzazione del papà?

Qualche settimana fa ho incontrato casualmente un mio giovane cugino che non vedevo da tempo. Cosa fa? Dopo una laurea breve, pur avendo un minimo impiego, anche lui ha preso la grande decisione: “Me ne vado a lavorare a Londra. Mi ospita una mia amica. Così imparo l’inglese”.

Meglio, ho pensato, un posto libero in più in metropolitana. Beata innocenza. Davvero il ragazzo pensa di imparare una lingua stando in casa di una conterranea magari in un quartiere pieno di pakistani? Ma forse si fa così. Si sta quindici giorni in un ostello londinese e si torna a casa con la favella di Margaret Thatcher. E io, sciocco, che da quarant’anni mi ostino ad approfondire ogni giorno la lingua d’Albione.

Ho il sospetto che nessuno nella City penserà mai di assumere mio cugino come avvocato, anche dopo che avrà appreso l’inglese in quindici giorni. Quindi la strada sarà una sola: cameriere in un ristorante italiano. Se gli andrà bene si troverà al tavolo il redattore di Solferino28 e io vedrò mio cugino in home page su corriere.it.

O farà come un’altra mia conoscente. Partita per Londra senza arte né parte, ha lavoricchiato qualche mese, quanto è bastato per godere ora del sussidio di disoccupazione. Quando passa in Italia a trovare la nonna non manca di scagliarsi contro i nostri politici lazzaroni che rubano lo stipendio senza fare nulla invece di aiutare i giovani (categoria di cui lei non fa più parte da un po’).

Alla base di tutto c’è una grande ignoranza. Come definire, se non ignorante, la figlia di conoscenti appena tornata da un Erasmus ad alta gradazione alcolica a Madrid che sputa ora su tutto ciò che è italico ed è decisa a trasferirsi in Spagna convinta che lì ci si diverte di più, si trova lavoro e casa più facilmente che da noi? In tutti questi mesi iberici la ragazza non ha mai avuto il tempo di leggere un solo giornale per accorgersi che il tanto amato Zapatero si è lasciato alle spalle 5 milioni di disoccupati? No. La signorina è convinta che in Spagna aspettino solo lei per offrirle lavori riccamente pagati.

E il mio stesso cuginetto che gira con iPad e iPhone non ha mai pensato di usarli per abbonarsi all’edizione inglese del free-press Metro? È gratuito. Basta un’occhiata ai titoli per capire che forse è meglio stare alla larga dalla Gran Bretagna. Scandali di medici generici che continuano a tenere tra i clienti migliaia di defunti per rubare soldi al servizio sanitario, indignazione verso i ricchi che non pagano le tasse (“i multimilionari dichiarano meno delle loro domestiche”), gente disperata perché quest’anno i mutui per la casa aumenteranno in media di 630 sterline, disoccupati come nemmeno ai tempi degli Wham!.

Dimenticavo… mio cugino non può aver letto questi titoli. Lui va a Londra per imparare la lingua.

Stesso scenario di pensionati disperati e misera incombente anche in Francia, come si sente nei reportage dalle piazze parigine in cui si esibiscono i candidati presidenziali.

Eppure sono tutti lì a piangersi addosso, pronti a partire come piccoli emigranti di lusso. Credo che l’equivoco nasca da una carenza di informazione. Tutti questi ragazzotti non leggono i giornali e non ascoltano i notiziari nemmeno in italiano. Al massimo vedono MTV con il suo carico di menzogne.

NOTA: Darlene mi consiglia “la lettura del saggio C’è del marcio in Inghilterra della giornalista italiana naturalizzata inglese Gaia Servadio. Vi si descrive il Regno d’Albione come un Paese in pieno declino, dove la qualità di molti servizi (su tutti, sanità e scuola pubblica) è nettamente inferiore rispetto a quella italiana (o almeno a quella di alcune zone d’Italia)”. Accolgo il consiglio e lo giro anche a voi.

Tra le tante fonti di nervosismo che si trovano in Rete, il blog Solferino28, contenuto in corriere.it, è una delle più potenti.

Facile dire: “Se ti irrita, non passarci”. Infatti non ci passo. Ma quando scorro le notizie sul sito ecco che, bene in vista, appare la finestrella che anticipa il tema trattato all’interno. E bastano il titolo e l’immagine a far scattare il panico.

Solferino28 è un blog dedicato ai giovani. Ma non ai giovani veri che si incontrano per strada e neppure a quelli che abbiamo tra i parenti. I giovani di Solferino28 sono una razza particolare. Solitamente rampolli di ricchi imprenditori brianzoli del mobile o paraculatissimi figli di giornalisti che lavorano stranamente nelle stesse redazioni paterne, tutti amano vestirsi di lane grezze e stracci con cui poi vengono ritratti nella fotina messa in home page. Perché nulla è più figo oggi del fingersi vittime della crisi. Le storie narrate sono quasi tutte su questo tono. Si inizia dal titolo: “Giulia, porto il sorriso e vivo con 100 euro al mese”. Segue il racconto.

“Giulia, 22 anni, una laurea in causologia parassitica dello spettacolo conseguita allo IULM, un master in Pirology a Boston e un corso di pechinese antico a Shangai, è uno dei tanti cervelli italiani che non trovano un lavoro. Così se ne è inventato uno: clown di strada nei quartieri più disagiati di Cesano Lombardone. «Nel mio lavoro le soddisfazioni sono tante, ma i soldi pochi. Purtroppo devo vivere con cento euro al mese. E già verso il 2 sono finiti.» E allora? «Allora il 3 mattina chiamo la segretaria di papà nella sua azienda di estintori e mi faccio fare un bonifico sostanzioso. Però adesso ho deciso: basta con questo Paese che non lascia speranza a noi giovani preparati. Con una amica stiamo pianificando un trasferimento a Budapest dove apriremo un’agenzia di editing per il web.» E papà è felice di questa scelta? «Mica tanto. Dice che i bonifici internazionali costeranno di più».”

Un Tavor, grazie.

Però sappiamo che non è più il 2002. Siamo in pieni anni Dieci, ci piaccia o no. E francamente non ci piace. Nemmeno quando ci ritroviamo a pensare che non siamo i soli.

In una settimana il telefono ha suonato solo tre volte. E tutte e tre le volte era una impostatissima addetta del “Nuovo servizio broker assicurativo di American Express” che senza nemmeno farti dire “Pronto?” attaccava una lagna per vendere una polizza. Io chiudevo, convinto che fosse una registrazione, lei richiamava.

Una settimana poco incoraggiante. Ho pensato che redazioni e uffici fossero pieni di gente troppo stanca dalle vacanze pasquali per sollevare la cornetta, forse. Sono dubbi che non fanno dormire, così alle 6.30 mi sono svegliato. Alle 7.00 ho letto la notizia sul flop dell’ultimo cd di Madonna che non vende (mi son detto: mal comune… ma non mi è stato d’aiuto). Alle 7.30 ho scritto a un caporedattore di “Oggi”, proponendogli un articolo sull’argomento. Alle 7.45 mi ha risposto dicendo che ne parlerà al direttore. Che mi ha risposto alle 8.45 dicendo di farlo subito perché il giornale sarebbe andato in stampa nel pomeriggio. Non dormiva nessuno, quindi.

Consegnato l’articolo (che uscirà mercoledì prossimo) ho provato la stessa sensazione che deve provare un giaguaro quando si trascina una gazzella nella tana: “Anche questa settimana si mangia”. Sono gli anni Dieci, ci piaccia o no.