Archives for the month of: June, 2012

Chi mi conosce personalmente e non solo attraverso le futile scrittura non riesce a crederci. Davvero giovedì sera ero davanti al televisore con i due amici più intimi a divorare pizze (carboidrati dopo le 20!) e tifare per l’Italia? Sì, davvero. Aggiungo che ho sentito molto la cosa. E benché non capisca molto di quello che avviene in campo, domenica replicherò.

Non c’è alcun disegno dietro questa mia forse momentanea conversione al tifo indiavolato & rutto libero. Sentivo di farlo e l’ho fatto. Allo stesso modo in cui avevo apertamente snobbato la kermesse mondiale del 2006, quando già presentivo la crisi imminente e vedevo l’orgia di tatuaggi, tv al plasma e popopopò come l’espressione finale di un popolo cieco.

Sono passati sei anni, i tatuaggi si sono scoloriti, i plasma hanno rivelato la loro scarsa affidabilità e mi sembra che pochi, per fortuna, osino cantare quel gutturale coro. Abbiamo toccato il fondo, su cui stazioniamo in attesa che qualcosa ci riporti su. Sarà stato per questo che ieri mi sono tifosizzato. Ho condiviso involontariamente il sentimento di rivalsa di una nazione che forse sta capendo di essere stata troppo cicala e che ora viene punita troppo duramente.

Solo nel pomeriggio di oggi, venerdì, mi sono reso conto di aver fatto la scelta giusta. Ho capito che ho fatto bene per una sera a darmi alla pizza e al pallone dopo aver riascoltato e riletto gli interventi anti-italiani di Grillo, Marco Travaglio e di tutta la banda dietrologo-complottista che si moltiplica su blog, trasmissioni d’approfondimento, rubriche sui giornali che contano. Quelli che detestano la televisione pur essendone ingranaggio onnipresente e cafone. Basta vedere come siedono scomposti, sdraiati come vacche, sulle solite poltroncine di RaiTre e La7.

Sono piombo, zavorra pesante dell’intraprendenza e della fantasia, freno alla ripresa e al cambiamento, affossatori di entusiasmi, agguerriti difensori della propria seggiolina mediatica. Un esercito allo sbando che non ha più un nemico e cerca mille maniere per non finire nell’oblio. Ed eccoli gufare contro l’unico elemento che, magari anche figlio del populismo, può essere un collante per rimettere insieme milioni di delusi, depressi, disperati.

Siamo sopravvissuti agli anni di piombo. Cosa mai sarà sbarazzarci degli zanni* di piombo?

*Lo zanni, nella Commedia dell’Arte, era la maschera che rappresentava il servitore sciocco.

Ora, mettiamo che invece di aver buttato via la mia esistenza tra le peggiori scempiaggini io fossi oggi un imprenditore cinquantenne benestante e proprietario di un paio di aziende. Credete che assumerei uno che mi si presentasse con questa faccia spiritata da Apparizione a Međugorje e quell’impressionante curriculum CEPU a metà prezzo?

P.C. mi manda una mail che ben si addice a questa immagine. Mi segnala un libro di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie (ISBN Edizioni) e mi acclude anche il testo di quella che deve essere la quarta di copertina (che comunque immagino splendida come sono tutte le copertine di ISBN, davvero un unicum nello sconfortante panorama grafico-editoriale che osserviamo nella patria del design).
«… uno dei tanti ritratti, geniali e disarmanti, che il protagonista di questo libro fa della sua generazione di idealisti e insicuri, impiegati di call center e aspiranti professori … la storia di un dottorando padovano e dei suoi – altrettanto precari – coinquilini, che, tra un prosecco di sottomarca e un pezzo rock improvvisato in sala prove …».
Purtroppo le misere condizioni dei precari sono diventate un canovaccio da Commedia dell’Arte, gremito anch’esso di maschere rinnovate: el siorazo  de la multinaxionale, el poareto del colsènter, la tosa che fa la zerca ne la università… Così si svilisce la gravità del problema, mentre il birbo fa i schei.

PS: il pezzo rock improvvisato… certo, rock fa giovane. Ma chi suona ancora rock in Italia mentre le classifiche sono piene di rapper e si usano per lo più  i computer? Ricordo che questo insistere sull’equazione rock = giovane era già vecchia ai tempi della prima Silvia Ballestra, vent’anni fa. Oggi sa di sala d’aspetto dell’INPS.

La Grecia sta già vivendo momenti terribili. Aggiungervi anche un commento di Chiara Gamberale mi sembra puro sadismo.

 

Che cosa faccio? Un altro instant book?

Contravvenendo alla mia sana abitudine di non includere i commenti al blog (tanto a scrivere sono solo gli offensivi lettori trasversali), inserisco alcune mail ricevute a proposito del post Pure Shit.

G.P.D. scrive
Conosceva questo? Non so cosa aspettino i due blog piagnoni di corriere.it a contattare l’autrice. Qui ci sono delle perle come il nazionalismo meridionale (non sono coraggiosa, sono sarda), esperienze come scalare la muraglia cinese che diventano parte del curriculum, una mancanza totale di modestia e lucidità («Passo il primo colloquio telefonico, la Media Relations & Events Manager mi adora e “caldeggia la mia candidatura”» per quello che poi si rivelerà essere un lavoro a 700 euro). All’inizio c’è scritto Riproduzione consigliata.

Rispondo a G.P.D.
Non ne posso più, davvero. Non ne posso più di queste persone che passano da un’esperienza banale all’altra, convinte di essere speciali. Gente che crede di diventare giornalista frequentando facoltà-fuffa. Gente che si fa ritrarre con la digitalona in mano e poi produce cartoline sfocate. Gente che pensa per età, per regionalismi. E tutti i giovani sono buoni e tutti i vecchi sono cattivi. E i sardi sono testardi e vittime e i milanesi sono cattivi e famelici.
Ho solo una risposta ormai. Questa.

G.P. scrive:
Le volevo segnalare, se le interessa, che la ragazza che ha scritto l’articolo su corriere.it vanta tra i suoi amici di Facebook vari aristocratici dai nomi altisonanti e rampolli delle più importanti “dinastie industriali” italiane. Inoltre, tra i suoi album di foto spiccano le immagini dell’allevamento di cavalli di famiglia. Direi che  il Corriere come al solito si dimostra molto sensibile alle problematiche di questi poveri trentenni costretti ad emigrare per trovare argomenti da salotto per le prossime vacanze in Costa Smeralda.

Rispondo a G.P.
L’unica risposta possibile è grazie! Non sono su Facebook da anni (i motivi sono noti) e quindi non posso verificare certe realtà. Ho visto che la suddetta riesce a essere allo stesso tempo dalla parte di Sabina Guzzanti e di Anne Wintour. Credo di essere più coerente io: per me esiste solo la Wintour. Ed è sbellicante vederla iscritta al Forum della Meritocrazia!!!
Per consolarmi andrò a rileggermi Il diario della signorina Snob di Franca Valeri oppure qualche pagina di viaggio scritta da Alberto Arbasino. Sono righe piene di grandi borghesi, nobili, titolati e industriali. Ma almeno lì nessuno finge di essere vittima del sistema che papy ha contribuito a creare.
PS: un giorno marceremo su via Solferino!

V.P. scrive:
Utile è quanto ho visto a Dublino (in vacanza da mia sorella che vive lì, non per “disgusto” italico ma per (!) amore). L’esotica (quanto Milano) Dublino, è invasa da numerosi creativi (in realtà impiegatucci, solo un po’ più trasandati) che hanno lasciato Milano (ripeto, City identica a Dublino) perché guadagnavano 1000 euri e l’affitto costava 700 euri. Ora vivono e lavorano felici lontani da Milano ( = Dublino) in un bilocale a 900 euri al mese e guadagnano 1300 euri. Ovvio che poi papy interviene a ogni fine mese.

Rispondo a V.P.
Non mi scrivi nulla che io già non abbia sperimentato di persona. Persone senza alcun talento o specializzazione che abitavano in tristi monolocali in periferia e  poi partivano convinti che il favoloso estero fosse la soluzione a ogni loro problema. Lì sarebbero stati coperti di soldi senza nemmeno lavorare e avrebbero fatto la stessa vita che avevano provato durante uno squallido weekend alcolico low cost. Finiva che abitavano in una periferia ancora più brutta di quella meneghina e mi scrivevano mail in cui dicevano: «Torno in Italia perché qui nei supermercati di Amsterdam non si trova la pasta di grano duro». La racconto spesso, ma ogni volta stento persino io a credere che esistano persone così sprovvedute.

D.A. scrive:
Può darsi che la mia personale esperienza non sia indicativa, ma ho notato che a fare discorsi del tipo «Che schifo l’Italia, bisogna emigrare» sono soprattutto persone con lavori prestigiosi e ben retribuiti: autori televisivi di successo, chirurghi con redditi mensili a cinque zeri, professionisti con comodi posti fissi. Il convivente di mia cugina, che fa il lattoniere e si alza ogni mattina alle cinque, non l’ho mai sentito fantasticare di fughe all’estero. E dire che lui, forse, ne avrebbe ben donde.

Rispondo a D.A.
Sono gli stessi misteriosi meccanismi che causano intolleranze alimentari al nomicillo di sodio nelle art director di Brera, mentre i braccianti lucani mangiano di tutto, senza problemi.

P.C. scrive:
A proposito di film di quando si stava meglio che raccontano di come si stesse da schifo, non so se hai presente Sfrattato cerca casa equo canone di Pingitore con Pippo Franco. Ora, anch’io vado matto per la commedia all’italiana più blasonata (Un borghese piccolo piccolo… cosa mi hai fatto venire in mente) e un film di Pingitore potrebbe fare pensare a una gran boiata, in realtà in quel film c’è un ritratto di un’epoca e di un tipo di italiano (forse i genitori dei tuoi Neoproletari) davvero riuscito. C’è il film completo su YouTube.

Zeniba scrive:
Una cosa su cui combatto ogni giorno sono tutti questi 30enni che dicono: «Come possiamo farci una famiglia se non possiamo comprar casa». Prima degli anni 90 io tutti questi operai con casa di proprietà non li avevo mai visti. È materia moderna quella secondo cui  «tutti devono vivere in casa di proprietà».
I miei cambiavano casa in base al potere economico. Quando erano un po’ più ricchi, si andava in una casa più grande, se calavano le possibilità si andava in una casa dove c’erano solo 2 camere con bagno e cucinino. Eppure di figli se ne facevano eccome, molti più di ora.
Sono tutti insopportabili. E poi vanno a mangiare in quegli agriturismo «tutto compreso, primo secondo caffè e ammazza caffè» e dicono di aver mangiato benissimo e costa tutto pochissimo. Guai ad ammettere di aver preso una gran fregatura.
Meglio lamentarsi invece col pakistano che ti porta la pizza a casa per 3,50 euro: «Controllo perché l’altra volta era cotta troppo».
Andate a fare in culo, magari fuori confine, trentenni di merda (scusa il francesismo, mi è andato in fuga un attimo il cervello).

Rispondo a entrambi.
Non ricordo più dove l’ho scritto. Però da qualche parte devo aver parlato di certi personaggini, del tutto assimiliabili a quelli che oggi sono presentati come vittime su 27ora o viasolferino28, che mi deridevano perché abitavo in una casa di mia proprietà.
«La trovo una scelta borghese e inutile. Io e il/la mia compagno/a* siamo in affitto perché tanto oggi siamo qui, domani potremo essere a Berlino o non so dove…»
Potere della Rete che mi permette di controllare a distanza queste persone e vedere che, dopo anni, non solo non si sono trasferite nelle loro illusorie metropoli estere, ma continuano a lavoricchiare per pagarsi la stessa stamberga in affitto.
Sono i classici Alieni di cui ho illustrato le miserie in Astrakhan. E come certi alieni hanno la capacità di trasformarsi in base a chi hanno davanti. Fanno le vittime sacrificali se parlano con i giornalisti, fanno gli arroganti se parlano con me. Purtroppo sono talmente paraculati che se la caveranno sempre.

* Nella Grande Classifica Generale dei Termini Più Stronzi trovo che compagno/a occupi le primissime posizioni.

Lo so. Ripeto le stesse invettive. Ma solo perché loro ripetono le stesse boiate. Ormai non varrebbe più la pena commentare i deliri giornalistici di certe sezioni in corriere.it. Però, come trattenersi davanti a questo, alla foto da divetta in auto con gli occhialoni neri (ma chi si crede? Oriana Fallaci?) o quando si legge che «A metà degli anni Settanta (…) era facile trovare un posto di lavoro, comprare una casa, costruire una famiglia e quindi lavorare e riuscire a vivere le relazioni. C’era posto per tutti e questo vuol dire entusiasmo, fiducia e progettualità.» A metà degli anni Settanta fiducia ed entusiasmo! Negli anni in cui, mentre attraversavo la strada per andare a scuola in via De Amicis a Milano, c’era un tizio mascherato in mezzo alla carreggiata con la pistola puntata, immortalato in una celebre foto. Negli anni più neri della crisi petrolifera e dell’austerity…

Era facile trovare lavoro! Se la carenza in cultura letteraria non fosse pari a quella in storia recente, ci si ricorderebbe dei mille sotterfugi cui ricorre il protagonista di Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami (1976) pur di trovare un posto di lavoro al figlio.

Che se ne vada. Subito. Ogni volta che un figlio di papà passa il confine la nazione plaude. L’importante è che non torni.

Perché la mia paura è che stiano per tornare. Tutti quelli che hanno giocato a fare i confinati volontari a Parigi o ad Amsterdam per sfuggire alla “dittatura italiota” e che avrebbero davvero meritato il confino, quello vero, quello inflitto dal fascismo ai dissidenti. Torneranno tutti quelli che si sono proclamati resistenti, infangando la memoria dei Partigiani che hanno conosciuto la fame, la sofferenza e la morte, mentre loro ingrassano presso qualche amico dove si rovinano di canne e scrivono librini che per fortuna vengono dimenticati ancora freschi di stampa.

Non ricordo più il nome di un tale  che aveva pubblicato un poco interessante romanzetto autobiografico rimasto per una settimana scarsa a impolverarsi nelle librerie prima di essere rimesso negli scatoloni delle rese. Nelle note di copertina l’autore specificava di essere scappato a Parigi, dove vive facendo il lettore e il traduttore per Adelphi (che saggiamente non gli ha pubblicato il libro).

Ora, Parigi è una delle città più care del mondo. Le spiegazioni sono quindi solo due: o Adelphi compensa lettori & traduttori con cifre pari agli stipendi manageriali. O dietro tutti questi Cervelli In Fuga c’è la solita figura orwelliana del Big Father.

*In inglese, tanto i Cervelli in Fuga non dovrebbero aver problemi a tradurselo da solo, visti i loro prolungati soggiorni ça et là.

Ho sempre diffidato di chi arrivava in qualche redazione radio-televisiva vantando una laurea triennale in Scienze della comunicazione. Sarà stata quell’aria da saputello, da giovane pronto a sbaragliare i cattivi della casta quarantenne. O forse il continuo e vacuo far cadere i nomi maledetti di Baudrillard, McLuhan e Barthes anche quando bisognava decidere se mangiare in mensa o andare fuori.

Ieri, su un sito dell’università Statale di Milano, ho affrontato il test di ammissione simulato alla facoltà di Scienza delle comunicazioni. E da ieri la mia diffidenza verso quei laureati è raddoppiata.

Il test è vergognoso. Comprende venti domande a risposta multipla. Alcune non hanno alcun legame con la materia che poi si studierà. Domande di presunta logica o che richiamano una lontana insiemistica appresa alle elementari.

Poi quesiti culturali difficilissimi su «quale tra le seguenti opere liriche non è stata composta da Mozart» o «chi ha promosso il Compromesso Storico nel 1973». Siamo ai livelli dell‘Edipeo enciclopedico della Settimana Enigmistica. E persino un quiz grammaticale in cui bisognava individuare la frase scorretta. Che poi era quella che conteneva la parola “coscenzioso”, scritta senza i.

Ho visto domande così imbarazzanti solo nel famoso Questionario dei Tre Giorni che concludeva le visite di leva. Ricordo ancora la casella in cui bisognava indicare la frase corretta tra: «Ieri è scoppiato un violento acquassone» e «Ieri è scoppiato un violento acquazzone». Commentandola dopo, con un mio vicino di banco calato in via Pagano delle valli bergamasche, mi sentii dire che la risposta giusta era «acquassone», perché «le z le usano i terroni che non sanno l’italiano». Sicuramente quel ragazzo oggi prepara i test di ammissione alla facoltà di Scienze della comunicazione.

Ho realizzato un punteggio di 18/20, cadendo su due domande di logica, di cui sono carente, per di più formulate in maniera scorretta. Sto pensando seriamente di iscrivermi. È l’unico posto in cui potrei sentirmi come Gesù dodicenne al Tempio tra i Dottori.

Ecco il Collateralino cui accennavo nel post sulla lettura trasversale.

“Quanti problemi hanno i critici militanti? Troppi.

In primo luogo sono convinti che il passato sia stato migliore del presente. Lo dicono i vecchi che l’hanno vissuto e dovrebbero sapere quanto poco sia cambiato. Lo ripetono i giovani, quelli che pur se nati nel 1984 parlano come se avessero partecipato al Sessantotto e alla Carboneria.

Invece nel mondo non cambia niente. Me ne accorgo ascoltando certe dichiarazioni di Nanni Moretti, presidente di giuria a Cannes, che se la prende con «i film americani troppo costosi, troppo laccati, levigati e poco forti». Pare di rileggere i tremendi strali che da sinistra giungevano a Luchino Visconti quando lasciò i pescatori siciliani al loro destino per diventare cantore di scenari decadenti maniacalmente laccati e levigati.

In secondo luogo, questi moralisti pervengono con notevole ritardo ai fenomeni, dimostrando quando siano scollegati dalla realtà.

Simili critici hanno trovato una invitante palestra nel film di Matteo Garrone premiato a Cannes, Reality. Tutti si sono lanciati a stigmatizzare questa Italietta «abbacinata dal facile successo televisivo». Ora, il fenomeno del Grande Fratello è globale, ma il critico militante non lo sa. La sua visione non va al di là della trattoria romana in cui fa cose e vede gente, ammazzandosi di carboidrati (alla Dukan arriverà tra una ventina d’anni).

Garrone viene incolpato di non aver fatto un film politico di forte polemica contro la televisione. Non credo fosse quella l’intenzione del regista che ha preferito raccontare una storia e non fare inutili proclami. Il suo unico errore, semmai, è l’essere arrivato troppo tardi a raccontare qualcosa che già poteva essere raccontato dieci anni fa.

E che in fondo era stata già raccontato nel 1958 da Camillo Mastrocinque in Domenica è sempre domenica, film che racconta un’Italia «abbacinata dal facile successo televisivo» dove tutti, dal severo industriale alla procace cameriera, sognavano di arricchirsi con Il Musichiere.

Ma il critico militante non lo sa, perché non ha mai avuto l’umiltà di studiare quel passato che tanto rimpiange.”

Odio il caldo, odio i week end. Un fine settimana torrido può quindi essere fatale. Per contrastarlo sono andato nel discount locale a fare scorta di succhi di frutta. E alla cassa, davanti a me, c’era lui. Sessantacinque anni, camicia aderente nera che conteneva a fatica una pancia perfettamente tonda, fatica condivisa da un paio di pantaloni altrettanto aderenti, catena con ciondoli, capelli ingrigiti, ma tenuti lunghi al collo. Stava comperando quattro confezioni di un dolce industriale a base di grassi idrogenati. Illuminazione immediata: il signore a vent’anni doveva essere  stato un fan del beat italiano. Avrà consumato decine di tacchi ballando i Pooh, i Dik Dik, Patty Pravo, l’Equipe 84, Caterina Caselli, sentendosi fieramente giovane. Mentre lo osservavo intento a contare gli spiccioli di euro in un pomeriggio di 45 anni dopo, mi accorgevo come quel dandysmo, quella fierezza non si fossero dissolti, benché tutto nel mondo sia  cambiato, persino le monete che stava contando a fatica. L’ho invidiato molto, perché lui era stato qualcosa e lo è ancora.

Mi sono spesso interrogato su cosa diventa l’arroganza giovanile quando si spegne, frustrata dal tempo. E mi sono ricordato di aver già scritto al riguardo. Appena a casa ho messo a dura prova Spotlight, ma ho trovato quanto cercavo. Cinque anni fa, all’incirca in questo periodo, venivo invitato a Torino come osservatore del festival Traffic. Uno dei miei compiti era scrivere una pagina di diario per ognuna delle quattro giornate dell’evento. Dedicai la prima a Lou Reed.

«Appena arrivato a Torino, appena entrato in albergo, appena preso possesso della camera ho capito che qualcosa non andava più nelle nostre esistenze. Perché un tempo nemmeno troppo lontano mi sarei avventato sul frigobar, aprendo con cura le bottigliette senza deformare i tappi, svuotandole del contenuto fino a lasciare sul fondo solo un dito di bevanda che avrei poi allungato con acqua a ricreare un effetto “bottiglia-intatta” agli occhi di distratti camerieri al piano.

Oggi invece la prima cosa che ho fatto è stata estrarre dalla borsa il portatile e controllare la presenza di reti WiFi per poter scaricare la posta elettronica.

E il gusto che ho provato collegandomi di frodo a una rete non protetta del vicinato era superiore a quello che mi dava lo svuotare una mignon di cognac, rabboccandola poi con acqua di rubinetto.

Il dubbio mi ha colto solo più tardi, durante il tragitto al Parco della Pellerina dove si sarebbe tenuto il primo evento musicale di Traffic, “Berlin” con Lou Reed. Cosimo, uno degli organizzatori, invitava la ragazza al volante a superare con scioltezza ogni vincolo e barriera di ingresso con l’incitazione “Passa, tanto siamo rock’n’roll”.

Ed ecco il dubbio che mi si è accomodato accanto sul sedile posteriore: era più rock’n’roll il vecchio furto alcolico con destrezza dal frigobar o lo è di più l’attuale scrocco informatico e deludente? Deludente perché dopo tanta ansia di scaricare la posta elettronica gli unici messaggi email ricevuti erano la solita pubblicità di viagra (sesso), la solita réclame di psicofarmaci (droga) e il solito file Power Point pieno di frasi vomitevoli dell’amica cucciolosa da mandare ad altri dieci amici che ami (compreso chi te l’ha spedito) altrimenti ti sarebbe successo di tutto. E questo rovinava la triade, perché non aveva alcunché di rock’n’roll.

Arivati con l’auto praticamente sotto il palco, tra lo sgomento della security, mi portano nel backstage e lì mi sono trovato faccia a faccia con l’elemento che latitava: il rock’n’roll.

Alle 20.00 dell’11 luglio 2007 il rock’n’roll aveva la forma di un signore piuttosto anziano e anonimo che fumava appoggiato alla balaustra fuori da un prefabbricato. Come un qualsiasi panettiere che, uscito dal negozio, ha attraversato la strada per godersi una sigaretta.

Solo che il panettiere si chiamava Lou Reed e non aveva attraversato solo la strada, ma l’intera storia della musica, anzi dell’arte, visto che culturalmente proviene da New York, città dove nessuno è mai stato troppo interessato a creare barriere tra le diverse discipline artistiche e gli stili. Non a caso le scene di “Berlin” sono opera di Julian Schnabel che fa il pittore, il regista, il musicista e tutto quello che ha voglia di fare.

Non riesco ancora a capire quando si è avuta la svolta, quando l’idea di rock’n’roll ha smesso di essere legata all’immagine di giovanetti pieni di energia e dediti agli stravizi più demolitori e si è invece sovrapposta a quella di anziane lucertole come Mick Jagger, di affezionati clienti di coiffeur come Rod Steward o David Bowie e di pensionati che litigano tutto il giorno con la moglie come Paul McCartney.

Guardando Lou Reed mentre fumava fuori dal suo camerino lo avrei inserito nella categoria lucertole pensionate, una di quelle cui hanno tagliato tante volte la coda, prontamente ricresciuta più affusolata di prima. La lucertola Lou Reed dava le spalle al sole declinante e fumava. Sembrava pulito.

Perché nel mio completo cialtronismo mentale categorizzante, mi sarei aspettato di vedere Lou Reed dentro le orbite plurime di polvere, droga, sporco, sguardi lascivi, un po’ come Pig Pen, il bambino dei Peanuts perennemente infangato. Non riuscivo a non pensare a ciò che lessi nel 1981 su un giornale di inserzioni gratuite. Non c’era l’email. Bisognava telefonare e dettare gli annunci alle segretarie che forse non erano molto versate in campo musicale. Perché quella volta lessi questo annuncio: “Cerco dischi di lurid”. E questo errore non fece che aumentare in me l’idea di un rocker talmente sporco da essere lurid(o). Avrei avuto quasi voglia di raccontare questo assurdo refuso segretariale a Lou, ma la traduzione avrebbe reso tutto complicato.

Ho preferito così fermarmi con una scusa a meno di 3 metri da lui, come per entrare di frodo nella rete WiFi emessa dal suo cervello.

Recepire per esempio la visione che negli anni Settanta dovevano avere a New York dell’Europa, fatta di un’attrazione per la decadenza e di un totale disinteresse verso teorie assurde come quelle della Scuola di Francoforte. Lou Reed è infatti la perfetta antitesi di Sergiu Celibidache, il direttore d’orchestra rumeno che si rifiutava di realizzare registrazioni discografiche in nome di quella noiosissima aura di Walter Benjamin secondo cui le registrazioni ucciderebbero la componente eterea e irripetibile che si ha nelle esecuzioni dal vivo. Con uno sberleffo a Benjamin (che per di più era berlinese), Lou Reed incise l’album “Berlin” nel 1973 e solo trent’anni dopo ha deciso di proporlo dal vivo, ritendendo forse che l’esecuzione live avrebbe distrutto quell’antiaura propria di un’opera troppo complessa e nata solo per essere incisa.

E muovendomi sempre da clandestino nella rete WiFi delle esperienze di Lou percepivo tutta quella inestricabile connessione di presenze del mio Pantheon, da Andy Warhol a David Bowie a Laurie Anderson, che lui ha visto, toccato, magari picchiato.

E poi, finalmente, ecco la rappresentazione. “Berlin” è definito un concept-album, altri la chiamano opera. E anche io la definirei opera, perché ha una storia drammatica, perché ha degli interpreti, un coro, una ciclicità musicale. Un’opera pre-verista. Con la “Traviata” Verdi introdusse una recitazione “realista” della trama, senza le continue ripetizioni di pochi versi, tipiche di tutto il melodramma precedente, su cui poi il soprano infiorettava variazioni e trilli ribattendo le sillabe. Lou Reed presentando “Berlin” parlò di una “storia realistica” e proponeva una storia in fondo simile a quella della Traviata (Violetta e Caroline vivono e muoiono da donne perdute). Però musicalmente riprende la struttura della ripetizione preverdiana: per esempio, l’infinita reiterazione del coro che canta “Sad song” mentre il ruolo di improvvisazione virtuosistica che era proprio del soprano tocca alla chitarra elettrica. Perché non si deve dimenticare che è rock’n’roll.

E sotto questa emozione, a termine concerto, avevo deciso di tornare in albergo e distruggere qualche suppellettile della mia camera. Ma davanti all’ingresso c’era una volante della Polizia. Qualcuno mi aveva preceduto e aveva già sfasciato la reception a colpi di Stratocaster? No. Si trattava solo di un falso allarme incendio. Tutto era silenzioso e tranquillo in hotel. E un po’ mi dispiaceva. Quale finale di giornata sarebbe stato più rock’n’roll della fuga da un albergo in fiamme nel centro di Torino?»

 

Tra poco uscirò e andrò al supermercato.

Ho una nota passione per quelle strutture e questa attrazione è addirittura stata vaticinata non da una specifica conformazione del mio cielo di nascita, ma dalla copertina del numero di Topolino che arrivava in edicola lo stesso giorno in cui nascevo.

Sono una felice vittima del consumismo e riservo un risolino di disprezzo verso Ascanio Celestini, idolo di colte signore che non sanno nemmeno come si fa la spesa, quando bela che gli ipermercati sono i luoghi della follia. Forse ha ragione: proprio in un ipermercato ho visto mucchi di suoi librini in vendita e persino qualcuno che li comperava.

Il mio amore dichiarato per i centri commerciali ha tante spiegazioni oltre al desiderio di volermi distinguere dalle raffinate menti di Celestini, Baricco, Eco e  altri odiatori di quella GDO grazie alla quale possono festeggiare quando arrivano i rendiconto a primavera.

In primo luogo mi entusiasma la possibilità di osservare com’è, cosa dice, come si comporta, come veste veramente il Mondo prima che quelle parole, quegli abiti e quegli stili vengano depredati dagli autori dei finiti reality televisivi, quando ormai sono già vecchi. Perché nei centri commerciali il tempo corre rapido e inesorabile.

Ogni volta che inserisco la moneta da 1 euro per sbloccare il carrello, inizia un viaggio che mi allontana dai nostri verbosi letterati anticapitalisti e mi avvicina a un mio idolo giovanile, Werther. Nella lettera del 21 giugno (altro caso celeste: è lo stesso giorno in cui sto scrivendo questo post), Werther racconta all’amico Wilhelm: »Wenn ich des Morgens mit Sonnenaufgange hinausgehe nach meinem Wahlheim und dort im Wirtsgarten mir meine Zuckererbsen selbst pflücke, mich hinsetze, sie abfädne und dazwischen in meinem Homer lese; wenn ich in der kleinen Küche mir einen Topf wähle, mir Butter aussteche, Schoten ans Feuer stelle, zudecke und mich dazusetze, sie manchmal umzuschütteln: da fühl’ ich so lebhaft, wie die übermütigen Freier der Penelope Ochsen und Schweine schlachten, zerlegen und braten. Es ist nichts, das mich so mit einer stillen, wahren Empfindung ausfüllte als die Züge patriarchalischen Lebens, die ich, Gott sei Dank, ohne Affektation in meine Lebensart verweben kann.«

A beneficio di coloro che sono fuggiti da Tor Lupara per trasferirsi a Berliiiino, ma non hanno ancora avuto il tempo di imparare la lingua locale: «Quando la mattina al levar del sole io esco per recarmi al mio Wahlheim e lì nel giardino colgo da me stesso i piselli, poi mi siedo e li sgrano mentre leggo Omero; quando scelgo un pentolino nella cucina, taglio il burro, metto i piselli al fuoco, li copro, e siedo lì vicino per poterli di tanto in tanto rigirare, allora io capisco perfettamente come i superbi pretendenti di Penelope uccidessero buoi e maiali, li facessero a pezzi e li arrostissero. Nulla mi dà una così sincera e profonda sensazione di pace come i tratti di vita patriarcale che, ringraziando il Signore, posso senza affettazione introdurre nella mia vita».

Sembra una pagina dal diario di uno che oggi ha l’orto sul balcone. Perché già a fine Settecento Werther viveva in un contesto simile al nostro, di lontananza dalla fatica della terra, e solitamente i piselli li avrà comperati al mercato, pagando un prezzo che comprendeva la fatica della zappa e l’ansia dell’attesa. In quella piccola azione banale che è il cucinare, grazie alla quale prosperano oggi legioni di chef e giornaliste, il neoclassico Werther sente una comunanza naturale (ohne Affektation) con lontani padri omerici.

Con ancor meno affettazione, quando faccio la mia spesa usando i miei soldi ottenuti con il mio lavoro, provo la stessa stille, wahre Empfindung dei patriarchi che provvedevano da soli alla propria sussistenza. Per questo ieri, per ben due volte nella stessa giornata, ho provato vergogna per chi non riesce a fare lo stesso.

Al mattino, incontrando un conoscente ecuadoriano, ho scoperto che costui ogni giorno va a pranzare gratuitamente alla mensa dei poveri gestita dai Francescani. «Qui nessuno ti chiederà chi sei», dicono i frati. E invece dovrebbero farlo perché così si accorgerebbero che fuori dalla loro porta nella centrale piazza Tricolore di Milano aspettano centinaia di latinos dotati dei più sofisticati smartphone. Ne ho già parlato in Haiducii e proprio per questo le comari benefiche della gauche charitable hanno criticato e deriso il libro, perché non presentava l’icona piagnucolosa degli immigrati sofferenti e trattati male dalla nostra orrida società degli ipermercati.

Purtroppo, il loro buon selvaggio non esiste, il mio conoscente ecuadoriano sì. Ha saputo dal fratello che si poteva fregare l’ingenuità dei frati e con i soldi che risparmia paga il contratto-capestro stipulato con una telefonica e frequenta i locali da ballo dove mueve la colita grazie alle energie fornitegli dalle zuppe francescane.

Alla sera, invitato alla festa di inaugurazione di un nuovo canale televisivo, sono stato letteralmente lavorato ai fianchi dalle gomitate di certe eleganti signore che si occupano di PR, pubblicità, spettacolo, pronte a uccidere pur di spolverare un buffet per altro disgustoso e scavalcare le code al bar per ordinare con voce querula tre spritz, ignorando il rispetto dei turni.

I cattivi esempi sono sempre più forti di quelli positivi. Così ho abbandonato la festa e, pensando al Werther, prima di riprendere il passante ferroviario mi sono comperato una bottiglietta di tè freddo. Gott sei Dank, riesco ancora a provvedere da solo alla mia sussistenza, senza perdite di dignità, elemosine immeritate e volgarità da pierre permanentate.