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Ero entrato nella hall dell’albergo con almeno trenta minuti di anticipo per approfittare dell’aria condizionata. Dovevo intervistare lo scrittore greco Petros Markaris e mentre chiedevo alla reception dove fossero le responsabili della Bompiani, si è avvicinato un signore anziano e mi ha domandato: «Scusi, sta cercando La Capria? Sono io…».

Era lo scrittore Raffaele La Capria (n. 1922), anche lui in città per La Milanesiana, come Markaris.

Gli ho spiegato che ero lì per intervistare Markaris, allora lui ha sorriso ed è tornato a sedersi. Quando è arrivata la persona che stava aspettando, si è alzato e prima di andar via mi ha guardato e salutato.

C’è un punto in Gli spietati in cui i Baustelle si propongono di «migliorare con l’età». Mi auguro di poterlo fare anche io. Forse La Capria non è «migliorato con l’età» ed è stato sempre così gentile e modesto nei comportamenti, non lo so. Comunque non ho potuto fare a meno di ripensare all’arroganza sciattona e immotivata con cui Pulsatilla tratta il mondo. Rifletteteci da soli. Io non mi metto a fare qui paralleli tra comportamenti, carriere e risultati (ma sul divanetto dell’albergo, mentre aspettavo che Markaris finisse l’altra intervista, li ho fatti).

Se poi vi interessa, ecco l’intervista a Petros Markaris che oggi è stata pubblicata da Libero.

«Nella Grecia messa in ginocchio dalla crisi, un misterioso individuo che si fa chiamare l’Esattore Nazionale minaccia ricchi evasori fiscali: se non salderanno quanto devono al fisco, li ucciderà con una puntura di cicuta. Terrorizzati, in soli dieci giorni gli evasori riportano nelle casse ateniesi otto milioni di euro e il criminale diventa un eroe nazionale. Al punto che persino Kostas Charitos, il commissario incaricato delle indagini, quasi non riesce a stare dalla sua parte. È intriso della realtà più drammatica e bollente L’esattore (Bompiani, pagine 340, € 18,50) di Petros Markaris, a Milano ospite della Milanesiana, la rassegna diretta da Elisabetta Sgarbi.

Signor Markaris, in una intervista del 2004 a un quotidiano americano, lei disse che non si sentiva tanto uno scrittore greco, quanto un autore tedesco. Oggi i tedeschi non godono di grande popolarità in Grecia, i media parlano addirittura di boicottaggi.

La realtà è diversa. C’è una certa aggressività reciproca tra tedeschi e greci. Però si incontrano poco, anche i turisti tedeschi sono sempre meno. I rapporti tra i due popoli sono sempre stati incomprensibili. Io sono arrivato in Grecia nel 1965 e già allora non riuscivo a capire come mai i miei connazionali non amassero inglesi e americani che li avevano liberati e provassero tanta simpatia per un popolo che li aveva occupati crudamente e che non aveva mai chiesto scusa. Oggi non è questione di essere greco o tedesco. L’importante è essere un buon osservatore, come Brecht, autore che ho tradotto e che amo proprio per questa sua capacità analitica. Tenga presente che io in Germania sono molto seguito, forse proprio per questa mia imparzialità.

Spesso nei suoi libri certi personaggi, comportamenti, scorci fanno quasi pensare a una ambientazione italiana. Se siamo così uguali, perché non riusciamo a contrastare i problemi insieme?

Si resta sbalorditi quando ci si accorge di quanto spagnoli, greci e italiani siano simili. Lo dico sempre ai tedeschi: quando viaggiate nel Mediterraneo e vi estasiate di fronte alle spiagge o ai paesaggi, voi non capite che per noi tutto quello non è lo scenario di una vacanza, ma è la nostra cultura. Quel mare che da millenni ci accomuna in una sola cultura è una cosa che le nazioni dell’Europa settentrionale non riescono a capire. In presenza di differenze culturali così marcate, anche le sterili cifre dei conti che si continuano a fare a Strasburgo risultano diverse. Ritengo che la creazione degli Stati Uniti d’Europa sia una cosa impossibile, soprattutto per gli egoismi che serpeggiano nel continente. Per salvare l’euro stiamo affossando le nostre peculiarità tradizionali. Mi domando, ne vale la pena?

Solitamente la letteratura è sempre in ritardo sulla realtà che vuole rappresentare. Lei ha mutato questa regola. Ha raccontato la crisi in presa diretta. E non in un libro, ma prevede addirittura una trilogia.

Questo è il secondo momento di quella trilogia. Nel 2010, quando si sono avuti i primi segnali forti della crisi, i politici alla televisione dicevano che nel giro di due anni tutto sarebbe passato. Ma io sapevo che non sarebbe stato così, per questo mi sono impegnato nella scrittura della trilogia. Quando uscì il primo libro, una giovane giornalista mi domandò se davvero credevo che la crisi sarebbe stata così lunga da darmi il tempo di scrivere tre romanzi. Oggi temo che avrò il tempo di scrivere una seconda trilogia…

C’è una frase nel suo libro che mi ha colpito: “Certi piegano la testa, altri qualche testa la spaccano. La questione è quando cominceremo tutti a sbattere la testa contro il muro”. Da osservatore, quando cominceremo a dare testate nei muri?

Abbiamo già cominciato. Solo che non abbiamo ancora capito se siamo noi che ci scagliamo contro i muri o se c’è qualcuno che ci prende la testa e ce la sbatte contro le pareti.

L’inizio del suo ultimo romanzo è davvero lancinante, con quelle quattro povere pensionate che preferiscono uccidersi, di fronte all’incapacità di far fronte alla vita materiale. La letteratura sa essere cruda, laddove la televisione tende a edulcorare la realtà. Com’è la televisione in Grecia?

La televisione greca è una delle cause dei nostri problemi, ingranaggio del sistema politico. Non offre soluzioni, non dà risposte, non alimenta l’ottimismo. La sua unica preoccupazione è diffamare, creare scandali e speculare su quegli scandali. Ogni giorno, il telegiornale delle 20 ripete le stesse cose, al punto che ho smesso di seguirlo, ormai disgustato. Preferisco leggere i giornali. Ma quando sto scrivendo un nuovo romanzo torno a seguire i telegiornali per avere un quadro della situazione. Ed è una vera tortura per me, mi creda.

Lei legge i quotidiani. Invece il commissario Charitos, che da sempre è il protagonista dei suoi romanzi, preferisce solo i dizionari. È per sfuggire alla realtà?

Charitos consulta i dizionari per trovare risposte semplici e dirette ai suoi crucci. Lui è un uomo molto legato al passato, ai valori di quel periodo. Non a caso legge solo vocabolari stampati almeno cinquant’anni fa, rifiutandosi di consultare quelli attuali. Rispetto ai primi libri Charitos è invecchiato. Oggi è più vicino ai 60 che ai 50, eppure non è lento o fiacco. Per questo non capisco quando i critici si adagiano su paralleli di comodo, dicendo che Charitos è un Maigret greco. I due non hanno nulla in comune, a iniziare dalle famiglie. Maigret ha solo una moglie, per di più silenziosa. Charitos ha una moglie che parla anche troppo, una figlia, un genero e la sua cerchia familiare è in crescita.

Lei è stato anche accostato a Camilleri. Com’è la lingua greca che usa nei suoi romanzi? Immaginifica e ibrida come quella di Montalbano?

No, è un greco moderno del registro parlato. Non uso una lingua letteraria, trascrivo praticamente il modo in cui le persone parlano nella vita di tutti i giorni.

«Mia figlia e Mània sicuramente non conosceranno i giorni ancora migliori. Ma possono almeno lottare per giorni non peggiori.» Il suo romanzo termina con questa frase. Non è una resa alla disperazione?

Assolutamente no. Io la trovo invece una affermazione piena di speranza. Già evitare che le cose peggiorino è un modo di dimostrare che si sta lottando. Basta poco per farlo, per esempio restare in Grecia. Nel romanzo racconto anche le storie di giovani che vogliono andare via, convinti che in una nazione straniera troveranno quelle soddisfazioni professionali che da noi sembrano impossibili da ottenere. Il mio non è un discorso patriottico. Se invito a restare è solo per dmostrare riconoscenza alla terra in cui sei nato e vissuto finora e che non puoi abbandonare nel momento più difficile.

Succede anche da noi. Sono tutti sempre pronti a fuggire. Un altro punto di contatto tra italiani e greci. Infine, voi greci cosa pensate di noi italiani?

Le dico solo una cosa. La sera in cui avete incontrato la Germania agli Europei di calcio, ad Atene ci sentivamo tutti italiani.»

Per capire lo strano momento politico e sociale che stiamo vivendo sotto la guida di Mario Monti non dovete fare alcune cose.

In primo luogo non dovete affidarvi troppo a certi quotidiani che cambiano opinione sul governo tecnico a ogni fase lunare. Poi non dovete buttar via i vostri già pochi soldi comperando l’ennesimo instant book dell’ennesimo giornalista che pontifica su caste, scandali, sprechi e non dice una parola sui benefit di cui godono molti dei suoi colleghi. Infine, state alla larga da quella cloaca di commenti non richiesti che è Twitter, ultimo amore delle redattrici più à la page che ormai sanno comporre articoli solo citando decine di twitterate altrui.

Per capire lo strano momento politico e sociale simbolizzato da Mario Monti dovete leggere un libro insospettabile per argomento e data di pubblicazione: Neoclassicismo di Hugh Honour, scritto nel 1968 e ripubblicato più volte in Italia da Einaudi (l’ultima edizione è del 2010, quindi dovreste riuscire a trovarlo facilmente).

Honour è uno storico dell’arte britannico nato nel 1927 e che da tempo immemore ha scelto di abitare in Italia, presso Lucca. Leggere il suo breve testo sul Neoclassicismo è illuminante sia perché è scritto benissimo, senza le noiose involuzioni accademiche dei nostri storici dell’arte, sia perché dà una visione esatta della corrente neoclassica, spogliandola da certe idee errate e preconcette.

La razionalità e la severità degli Aufklärer germanici e degli Illuministi francesi non nacquero, secondo Honour, sulla spinta dei ritrovamenti archeologici del tardo XVIII secolo, come quelli di Pompei ed Ercolano. Il riferimento di artisti come David non era alle opere d’arte dell’antichità romana, né neoclassicismo era un termine programmatico che quegli artisti si erano auto-attribuiti. A generare il ritorno all’ordine classico e a una morale del tutto laica era il desiderio di superare le decadenze del recente rococò. Decadenza dell’eccesso decorativo, lascivia dei sensi, liaisons dangereuses tra Chiesa e potere. Massimo orrore per i compunti e severi censori della prossima Rivoluzione francese che volevano solo cancellare quella frivolezza, quella continua festa dei sensi per tornare alla chiarezza e all’ordine delle tele di Nicolas Poussain che già si ispirava agli antichi. Quella di David era quindi una ispirazione classicisita di seconda mano, supportata dal revival della grandeur artistica francese ai tempi di Luigi XIV.

Riuscite a vedere affinità con i nostri giorni? Pensate ai moralizzatori di fine Settecento, convinti di essere i salvatori della Patria solo perché nelle loro ricche biblioteche leggevano i poemi omerici affollati di eroi dall’etica monolitica. E raffiguretevi subito dopo i grandi moralisti che ci circondano, compresi gli scrittori che sui giornali giocano a fare gli opinionisti scomodi e nei libri si rivelano per quello che sono: vitelloni sprovveduti che descrivono coiti del tutto inventati. E quando Omero non bastò più, i neoclassici furono talmente sciocchi da cadere nella trappola di James Macpherson che si inventò Ossian, un finto eroe ancora più stoico degli antichi Romani. Dei testi di presunti paladini della società civile sono piene anche le librerie contemporanee.

Hounor racconta che folle di parigini di qualsiasi ceto, maggiordomi compresi, correvano a vedere le grandi tele classicheggianti di David in cui “la supremazia del patriottismo” trionfava “su tutti gli altri imperativi morali”. Una immagine che non solo dimostra quanto l’inverno della cultura di Clair regnasse già allora, ma che contiene tutta la retorica di certi discorsi che ancora sentiamo, dal Presidente della Repubblica in giù.

Se soltanto avessero un po’ di quella cultura che tanto invocano e difendono a gran voce, a certi paladini del buoncostume sarebbe stato facile accostare l’impudico e scandaloso stile di vita attribuito a Berlusconi alla decadenza del rococò. Alle immagini rubate di vallettume discinto accosterebbero le floride donne nelle alcove parigine di Fragonard, se lo conoscessero. Potrebbero citare Honour quando scrive “le forme rettilinee furono sostituite alle curve rococò” per descrivere la sostituzione ministeriale di Stefania Prestigiacomo con Elsa Fornero. Senza dimenticare però che proprio mentre i fustigatori neoclassicisti puntavano l’indice contro l’amoralità del rococò ed esaltavano la purezza degli antichi, gli scavi di Ercolano portavano alla luce una imbarazzante oggettistica, degna dei sex shop di Amburgo.

Oggi naturalmente i moralizzatori non si rifanno alle toghe e ai pepli di una classicità mitizzata, ma rimpiangono e ripropogono certe cupe grisaglie democristiane che tornano a vivere nell’armadio di Mario Monti e che vengono usate per veicolare il concetto di sobrietà. Gli eccessi e gli sprechi del rococò (quello di Parigi come quello di Arcore) furono e sono visti come causa di crisi economiche.

Quando morì nel 1761, l’arcivescovo di Colonia Clemens August, detto il Fastoso per la sua tendenza a spendere e folleggiare, lasciò una situazione finanziaria talmente disperata che il suo successore Maximilian Friedrich, in piena moralizzazione neoclassica, avviò un severo programma, tagliando spese e cerimonie, licenziando il personale superfluo e decurtando la lista delle pensioni elargite con prodigalità in precedenza. La colpa fu data tutta al povero Clemens August, dimenticando le tante cattive annate per l’agricoltura che avevano gettato nella crisi la città di Colonia. Tutti (compresi i parenti di Beethoven) iniziarono allora a rivolgersi servilmente a qualche aristocratico per non perdere il lavoro o il sussidio. Evito di indicarvi i raffronti con la situazione odierna per non intristirvi.

Come andò a finire lo sappiamo. In Francia i moralisti si incarognirono e iniziarono a giocare con la ghigliottina anche con chi fino al giorno prima chiamavano amico. “Come si stava bene quando si stava peggio”, avrà di certo pensato uno di quegli ex neoclassicisti sobri e moralizzatori. E un’alcova rococò sarà stato il suo ultimo pensiero prima che la lama gli cadesse sul collo.

Il libro che più detesto è Il piccolo principe. Non c’è romanzaccio, best seller, volume di Bruno Vespa che lo eguagli in quanto a orrore. Trovo Il piccolo principe una palude melmosa di finta poesia, la cui falsità è amplificata dal culto cui si dedicano certi animi delicati. È quasi automatico: chi mi parla del Piccolo Principe con le stelline negli occhi non si solleva oltre una cultura fatta di luoghi comuni. E si va dalle cugine stoltarelle al conduttore televisivo di successo che ha studiato francese alle medie.

Adesso hanno scritto una specie di seguito e lo hanno ambientato in Patagonia. Luogo che accende altre stelline negli occhi dei piccoli principi e desta in loro ricordi di viaggi favolosi, come quello di Jovanotti che ci è stato in bicicletta e poi quello che l’ha copiato, come si chiama… Ah, Ciatuin.

Che caso. Il libro che più amo è un’altra storia (apparentemente) per bambini. La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati. Ma questa non desta la sensibilità delle signorine acculturate.

Ho scaricato Ein deutsches Requiem di Brahms nella versione del 1961 diretta da Otto Klemperer e con due delle persone che avrei voluto almeno come zii, Dietrich Fischer-Dieskau ed Elisabeth Schwarzkopf.

Non è la versione fredda rimasterizzata e ripulita del recente cd, quindi stiano a bada i discografici pronti a piagnucolare contro la pirateria. È la copia digitale presa dal doppio, rovinatissimo vinile di cinquant’anni fa il cui fruscio non fa che aggiungere meraviglia alla musica.

Brahms non è tra i miei compositori preferiti, anzi. Per il Requiem faccio un’eccezione. Ogni volta che ascolto un pezzo di musica ispirata dal sacro mi domando come possano esistere persone che trovino piacere nella cosiddetta Christian Music. Canzoncine melense con testi che meriterebbero non dico il rogo eretico, ma almeno la scomunica.

I miei ex vicini, gli ormai celebri Petrescu di Haiducii, ne conoscevano centinaia e le provavano a tarda sera a casa con lui, Nicolae, che suonava un antico organo Bontempi.

A essere conquistati dalla mania musicale sono soprattutto gli evangelici latino-americani. Internet gronda di video in cui terribili bachatas che inneggiano a Jesus accompagnano immagini in cui il Cristo è sempre vestito di bianco. Pensate ai santini rielaborati dal pubblicitario del Mulino Bianco. Gesù, avvolto in una nuvola flou, compare sopra immagini di coppie di latinos che si guardano innamorati, intrecciano le dita paffute in un eterno legame d’amore. Poi compaiono tramonti, cagnolini, caramelle, cuoricini a iosa. Più che dal Vangelo l’ispirazione pare presa da un libro di Moccia.

Ieri in metropolitana c’era uno di questi seguaci della Bibbia a tempo di salsa. Aveva uno smartphone in mano sul quale andava uno di quei video e condivideva gli auricolari con un amico al quale traduceva dallo spagnolo le parole della canzone. Ad altissima voce, sembrava un predicatore invasato.

È sicuramente un segno aver visto quell’individuo proprio nel giorno in cui consegnavo una recensione a un bel libro di Errico Buonanno, L’eternità stanca, appena uscito per Laterza.

La recensione è uscita oggi nelle pagine culturali di Libero. Ve la incollo di seguito.

Squilli di trombe apocalittiche? Croci in cielo accompagnate da slogan prepubblicitari? Fulminazioni sulla via di Damasco? Nulla di tutto questo. Oggi la chiamata alla conversione e alla relativa salvezza dalla dannazione eterna è annunciata da un prosaico trillo di citofono. Alle sette e mezzo. Della domenica mattina. Evidentemente la severa regola dei Testimoni di Geova vieta loro di passare il sabato notte in discoteca e quindi si svegliano presto.

Non si può fare nulla. Viviamo in un Paese in cui vige la libertà di culto. Siamo come l’America di Tom Wolfe. Quella del Falò delle Vanità in cui il giudice subisce le letture coraniche di Herbert 92x, il folle musulmano che sta processando per omicidio, e un sedicente Reverendo, nominato dalla stessa madre capo di una Chiesa evangelica di Harlem, intasca ricchi finanziamenti.

In Italia non siamo ancora arrivati alla Religione Creativa statunitense, quella delle teologie fai da te. In fondo siamo intrisi di cattolicesimo e quindi rispettosi dei precetti. Anche i presunti atei hanno gli occhi pieni di splendide pitture, musiche meravigliose e di tutta l’arte commissionata dalla Chiesa. Allora da noi si prefisce il Remix alla Creazione e chiunque può prendere la Bibbia e leggerla ad personam. Visionarie e stigmatizzati abbondano.

È quindi sorprendente leggere L’eternità stanca – Pellegrinaggio agnostico tra le nuove religioni, il libro di Errico Buonanno che ci fa scoprire quanta terra c’è al di là dei grandi Credi stabiliti, quelli che ci chiedono i millesimi della nostra dichiarazione dei redditi.

Da oggi Errico è diventato un mio idolo, quasi avesse fondato involontariamente una nuova ennesima religione, il buonannismo, di cui mi proclamo sacerdote. E siccome non c’è religione senza una guerra santa da portare avanti, la nostra battaglia sarà contro l’odifreddismo. Ossia contro quell’ateismo adolescenziale che non nasce dalla riflessione matura, ma dal semplice sberleffo al professore di religione e ai tanti preti che hanno segnato la vita del matematico preferito dai liceali di sinistra.

Se il professore ha solo un’espressione, quella sorniona e fastidiosa di chi crede di aver capito tutto, Errico nelle pagine di questo volume svela un carattere multiforme. Svagato e illuso, curioso e deluso, ostinato e spaventato. Scoperto il substrato di fuffa che si nasconde dietro ogni culto, Buonanno non demorde e ogni volta ricomincia da capo, tra cripte antiche e seminterrati diacci di una Roma affascinante alla quale l’intento saggistico del libro non riesce a negare il ruolo di vera protagonista. «Straniante, spiazzante, incredibile Roma».

Il viaggio si snoda insieme a una moglie medico che lo tratta amorevolmente come un caso disperato e segnato da un rapporto sveviano con il tabacco.

«Vuoi sostituire il fumo con Dio?». «Il tabacco dei popoli! Forse dovrei cercare il mio idolo, la fede che fa più per me».

Errico intraprende un viaggio tra ogni tipo di culto, quelli noti e quelli che lasciano increduli. L’inizio con l’autore che suona il tamburello alla parata degli Hare Krishna è folgorante. Agli ordini di un capogruppo degno di Full Metal Jacket, si autoconvince che tutto è normale. Poi, incontrando una collega, per un istante «la mediocrità si rimpossessa di me: supremo imbarazzo, provo vergogna di essere stato sorpreso a cantare.»

Da quel momento inizia una giostra infinita tra adoratori di Giove, Venere e tutto il corteo olimpico pagano che alla fine rivelano ben altra natura, o evangelici guaritori esaltati al cui confronto Chuck e la scomparsa Nora erano due modelli di sobrietà oratoria.

Buonanno salta dal veganesimo quasi immangiabile degli Hare Krishna alla concreta pizza che divora con i Raeliani i quali a tavola dimenticano le teorie extraterrestri. Si fa sottoporre alla prova dello stress con la macchina di Scientology, la religione dei divi di Hollywood che mette in allarme la moglie dello scrittore. La quale, come Pina Fantozzi, lo saluta così: «Non firmare mai carte. Non mangiare, non bere, non accettare mai niente di quello che ti offrono! Buona giornata».

Ma Errico è adulto, vaccinato e intelligente e sa come cavarsela. In particolare, a differenza di Odifreddi, non pretende di dare giudizi definitivi dall’alto delle sue frustrazioni. E questo viaggio si conclude giustamente senza risposte ai tanti dubbi. Anzi, alla fine si aggiunge un nuovo dubbio. Saputo che la moglie è incinta, Errico si domanda in preda al panico: «Che, lo battezziamo?»

Qualche mese fa vidi sul New Yorker una vignetta molto divertente del celebre umorista di origine ebraica Hyzahac K. Schwindl. Tra nubi, fulmini e folate di vento c’era Mosè in cima al Sinai davanti alle Tavole della Legge ancora intatte. Nelle mani il condottiero aveva il martello e lo scalpello e teneva tra spalla e guancia un cellulare. Nel fumetto si leggeva: “Io sono…?? Non capisco… c’è la linea disturbata e troppo vento… (swooooshhh) Prova a spostarti… Io sono cosa??”

Tutto finto.

Non compro mai il New Yorker perché è carissimo e poco mi interessa leggere di persone che già fuori Manhattan nessuno conosce. Hyzaac K. Schwindl non esiste, anzi Schwindl in yiddish significa truffa. E la vignetta me la sono inventata io.

Però questa bufala mi serviva per dimostrare una cosa. Davanti a una simile vignetta ci sarebbe sicuramente stato qualche bel vescovo tutto pizzi, trine e lacrime pronto a condannare la distruzione dei valori morali eccetera.

Perché i papaveri ecclesiastici sono così. Sempre davanti alla televisione a caccia di nudità e presunte blasfemie, sempre ansiosi di una ospitata in qualche talk show. E mai una parola contro megere che si dicono in diretto contatto con la Vergine (ne ho una che fa buoni affari a meno di 500 metri da casa), disoccupati che si inventano il lavoro di stigmatizzato mediatico, capisetta che adattano ad personam il Vangelo.

Chissà cosa potrebbero pensare questi vescovi se, rinunciando per un attimo ai reality show, avessero la voglia di leggere Io sono, il libro di Dario E. Baudini appena uscito per excelsior1881.

Magari potrebbero dire che l’operazione di Baudini è sacrilega. Pensate: un autore televisivo che in una notte insonne viene contattato su Facebook dal Creatore in persona. Cose così capitano una sola volta ogni diecimila anni anche perché Lui non ama perdere tempo in chiacchiere e quando vede qualcosa che non va ricorre a mezzi più sbrigativi: diluvi, piogge di fuoco…

Se Lui si è deciso a ricontattare qualcuno dopo Mosè significa che c’era un motivo valido e questo motivo è la riscrittura dei suoi Comandamenti. Anzi, non chiamateli così! Ogni volta che Baudini prova a farlo in questa lunga chattata viene redarguito. «Io non do comandamenti, se mai consigli, ma neanche, direi pareri, se mai esempi, ma comandamenti no!» specifica Lui.

E per una notte intera via a riesaminare uno per uno i dieci “consigli”. Cosa utilissima, visto che dai tempi di Mosè sono cambiate parecchie cose sulla Terra.

Capiterà anche di non trovarsi d’accordo con qualche punto di questa revisione che Baudini fa delle Tavole della Legge. Capiterà anche di aver voglia di alzarsi e andare ad abbracciare l’autore. Quello che non capiterà mai è trovare un solo accenno sacrilego o blasfemo. Baudini sa perfettamente di cosa sta parlando, conosce profondamente il materiale di partenza e per questo lo rielabora senza cadere nei facili tranelli dell’ironia da adolescenti, quelli che fanno coincidere la religione solo con il catechismo e con certe noiose ore scolastiche.

Dario porta a termine un lavoro utilissimo. Un lavoro che avrebbero dovuto fare magari quegli alti prelati in crinoline, tra un anatema antitelevisivo e l’altro. Sono certo che questi addobbati signori, invitati a elencare i Dieci Comandamenti, ne salterebbero di sicuro uno. Come facciamo tutti quando ci chiedono chi erano i Sette Nani.