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Sono orgoglioso di essere egoista, di camminare mugugnando per la strada pensando solo ai miei problemi.

Sono fiero di insultare l’incolpevole prossimo solo perché mi ha appena telefonato la commercialista e mi ha detto che devo pagare una quantità inattesa di tasse nonostante abbia trascorso un 2011 all’insegna della quasi-indigenza.

Sono soddisfatto quando rispondo in maniera irripetibile alla solita buffoncella in dread e casacca di gomma che ti blocca per strada per parlarti dei poooveri bambini medio-orientali.

Quando andavo alle elementari, il benchmark della povertà-babau era rappresentato dai bambini del Biafra. Oggi l’ipocrisia ben pasciuta occidentale trova più cool l’Afghanistan. Comprensibile. Gli abitanti del Biafra sono tutti morti, il loro piccolo Stato reincorporato nella Nigeria e possiamo anche dimenticarli senza sentirci dei vermi. Meglio accodarsi alle fila dei cacciatori di aquiloni e leggere i best-seller con i lacrimoni agli occhi.

Anche 78.08 si apre con i fastidiosi incontri che il buonismo dello I Care nato negli anni Novanta continua a mettere sul nostro cammino. E siccome tendo a ripetermi, ne ho riscritto in un recente Collateralino. Questo.

«L’eroe della mia infanzia e che ancora mi porto dentro era Calimero, il pulcino nero che subiva umiliazioni d’ogni genere e alla fine trionfava uscendo dal mastello.

Come Calimero, mi muovo in città cercando di non farmi notare, cammino rasente al muro e svolto lesto nelle traverse più oscure. Ma ecco ogni volta dei novelli Bravi che mi sbarrano il cammino.  Scrive Manzoni che gli abiti dei Bravi seicenteschi “non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione”. A cominciare dalla reticella verde intorno al capo da cui usciva un gran ciuffo.

I Bravi del 2012 hanno i dread, il piercing e indossano ampie casacche di gomma colorata: sono i cacciatori di contributi solidali. Non c’è associazione più o meno umanitaria che non ricorra a queste bande di fastidiosi clown di strada. Cambia il logo e il colore della casacca. Non cambia l’atteggiamento spavaldo da Bravo con cui ti fermano. Occupano l’intero marciapiede per non farti passare. Ti aggrediscono con richiami insultanti: “Signora in pelliccia, lo sai che indossi dei cadaveri?” oppure “Signore paffutello, lo sai quanti bambini non hanno mangiato oggi?”. Attirano la tua attenzione con lazzi e pernacchi da animatore di villaggio vacanza e poi ti mettono sotto il naso foto di mari inquinati e curdi squartati.

Piccoli buffoni con il look da centro sociale anticapitalista che vogliono solo una cosa: i tuoi soldi. E non un semplice obolo, ma un versamento mensile da cui svincolarsi è quasi impossibile. Quando rispondi che non hai tempo o non ti interessa, quando dici che non puoi permetterti di pagare una quota mensile per dei presunti infanti afghani con le emorroidi perché lavori poco e di notte sogni l’IMU, non demordono, ma continunano a insultarti alle spalle mentre ti allontani, ti fanno il verso, ti urlano che non hai sensibilità, che dovresti vergognarti.

Tu ti senti come i borghesi che Grosz disegnava con le fattezze di grassi maiali, anche se in realtà sei messo peggio dell’ultimo miserabile brechtiano e vorresti dirlo a quel ragazzotto passato all’antagonismo nauseato dai troppi omogeneizzati che trova a casa della mamma. Ma cosa ne sa uno così dei tempi di Weimar?»

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Ho sempre diffidato di chi arrivava in qualche redazione radio-televisiva vantando una laurea triennale in Scienze della comunicazione. Sarà stata quell’aria da saputello, da giovane pronto a sbaragliare i cattivi della casta quarantenne. O forse il continuo e vacuo far cadere i nomi maledetti di Baudrillard, McLuhan e Barthes anche quando bisognava decidere se mangiare in mensa o andare fuori.

Ieri, su un sito dell’università Statale di Milano, ho affrontato il test di ammissione simulato alla facoltà di Scienza delle comunicazioni. E da ieri la mia diffidenza verso quei laureati è raddoppiata.

Il test è vergognoso. Comprende venti domande a risposta multipla. Alcune non hanno alcun legame con la materia che poi si studierà. Domande di presunta logica o che richiamano una lontana insiemistica appresa alle elementari.

Poi quesiti culturali difficilissimi su «quale tra le seguenti opere liriche non è stata composta da Mozart» o «chi ha promosso il Compromesso Storico nel 1973». Siamo ai livelli dell‘Edipeo enciclopedico della Settimana Enigmistica. E persino un quiz grammaticale in cui bisognava individuare la frase scorretta. Che poi era quella che conteneva la parola “coscenzioso”, scritta senza i.

Ho visto domande così imbarazzanti solo nel famoso Questionario dei Tre Giorni che concludeva le visite di leva. Ricordo ancora la casella in cui bisognava indicare la frase corretta tra: «Ieri è scoppiato un violento acquassone» e «Ieri è scoppiato un violento acquazzone». Commentandola dopo, con un mio vicino di banco calato in via Pagano delle valli bergamasche, mi sentii dire che la risposta giusta era «acquassone», perché «le z le usano i terroni che non sanno l’italiano». Sicuramente quel ragazzo oggi prepara i test di ammissione alla facoltà di Scienze della comunicazione.

Ho realizzato un punteggio di 18/20, cadendo su due domande di logica, di cui sono carente, per di più formulate in maniera scorretta. Sto pensando seriamente di iscrivermi. È l’unico posto in cui potrei sentirmi come Gesù dodicenne al Tempio tra i Dottori.

Tra poco uscirò e andrò al supermercato.

Ho una nota passione per quelle strutture e questa attrazione è addirittura stata vaticinata non da una specifica conformazione del mio cielo di nascita, ma dalla copertina del numero di Topolino che arrivava in edicola lo stesso giorno in cui nascevo.

Sono una felice vittima del consumismo e riservo un risolino di disprezzo verso Ascanio Celestini, idolo di colte signore che non sanno nemmeno come si fa la spesa, quando bela che gli ipermercati sono i luoghi della follia. Forse ha ragione: proprio in un ipermercato ho visto mucchi di suoi librini in vendita e persino qualcuno che li comperava.

Il mio amore dichiarato per i centri commerciali ha tante spiegazioni oltre al desiderio di volermi distinguere dalle raffinate menti di Celestini, Baricco, Eco e  altri odiatori di quella GDO grazie alla quale possono festeggiare quando arrivano i rendiconto a primavera.

In primo luogo mi entusiasma la possibilità di osservare com’è, cosa dice, come si comporta, come veste veramente il Mondo prima che quelle parole, quegli abiti e quegli stili vengano depredati dagli autori dei finiti reality televisivi, quando ormai sono già vecchi. Perché nei centri commerciali il tempo corre rapido e inesorabile.

Ogni volta che inserisco la moneta da 1 euro per sbloccare il carrello, inizia un viaggio che mi allontana dai nostri verbosi letterati anticapitalisti e mi avvicina a un mio idolo giovanile, Werther. Nella lettera del 21 giugno (altro caso celeste: è lo stesso giorno in cui sto scrivendo questo post), Werther racconta all’amico Wilhelm: »Wenn ich des Morgens mit Sonnenaufgange hinausgehe nach meinem Wahlheim und dort im Wirtsgarten mir meine Zuckererbsen selbst pflücke, mich hinsetze, sie abfädne und dazwischen in meinem Homer lese; wenn ich in der kleinen Küche mir einen Topf wähle, mir Butter aussteche, Schoten ans Feuer stelle, zudecke und mich dazusetze, sie manchmal umzuschütteln: da fühl’ ich so lebhaft, wie die übermütigen Freier der Penelope Ochsen und Schweine schlachten, zerlegen und braten. Es ist nichts, das mich so mit einer stillen, wahren Empfindung ausfüllte als die Züge patriarchalischen Lebens, die ich, Gott sei Dank, ohne Affektation in meine Lebensart verweben kann.«

A beneficio di coloro che sono fuggiti da Tor Lupara per trasferirsi a Berliiiino, ma non hanno ancora avuto il tempo di imparare la lingua locale: «Quando la mattina al levar del sole io esco per recarmi al mio Wahlheim e lì nel giardino colgo da me stesso i piselli, poi mi siedo e li sgrano mentre leggo Omero; quando scelgo un pentolino nella cucina, taglio il burro, metto i piselli al fuoco, li copro, e siedo lì vicino per poterli di tanto in tanto rigirare, allora io capisco perfettamente come i superbi pretendenti di Penelope uccidessero buoi e maiali, li facessero a pezzi e li arrostissero. Nulla mi dà una così sincera e profonda sensazione di pace come i tratti di vita patriarcale che, ringraziando il Signore, posso senza affettazione introdurre nella mia vita».

Sembra una pagina dal diario di uno che oggi ha l’orto sul balcone. Perché già a fine Settecento Werther viveva in un contesto simile al nostro, di lontananza dalla fatica della terra, e solitamente i piselli li avrà comperati al mercato, pagando un prezzo che comprendeva la fatica della zappa e l’ansia dell’attesa. In quella piccola azione banale che è il cucinare, grazie alla quale prosperano oggi legioni di chef e giornaliste, il neoclassico Werther sente una comunanza naturale (ohne Affektation) con lontani padri omerici.

Con ancor meno affettazione, quando faccio la mia spesa usando i miei soldi ottenuti con il mio lavoro, provo la stessa stille, wahre Empfindung dei patriarchi che provvedevano da soli alla propria sussistenza. Per questo ieri, per ben due volte nella stessa giornata, ho provato vergogna per chi non riesce a fare lo stesso.

Al mattino, incontrando un conoscente ecuadoriano, ho scoperto che costui ogni giorno va a pranzare gratuitamente alla mensa dei poveri gestita dai Francescani. «Qui nessuno ti chiederà chi sei», dicono i frati. E invece dovrebbero farlo perché così si accorgerebbero che fuori dalla loro porta nella centrale piazza Tricolore di Milano aspettano centinaia di latinos dotati dei più sofisticati smartphone. Ne ho già parlato in Haiducii e proprio per questo le comari benefiche della gauche charitable hanno criticato e deriso il libro, perché non presentava l’icona piagnucolosa degli immigrati sofferenti e trattati male dalla nostra orrida società degli ipermercati.

Purtroppo, il loro buon selvaggio non esiste, il mio conoscente ecuadoriano sì. Ha saputo dal fratello che si poteva fregare l’ingenuità dei frati e con i soldi che risparmia paga il contratto-capestro stipulato con una telefonica e frequenta i locali da ballo dove mueve la colita grazie alle energie fornitegli dalle zuppe francescane.

Alla sera, invitato alla festa di inaugurazione di un nuovo canale televisivo, sono stato letteralmente lavorato ai fianchi dalle gomitate di certe eleganti signore che si occupano di PR, pubblicità, spettacolo, pronte a uccidere pur di spolverare un buffet per altro disgustoso e scavalcare le code al bar per ordinare con voce querula tre spritz, ignorando il rispetto dei turni.

I cattivi esempi sono sempre più forti di quelli positivi. Così ho abbandonato la festa e, pensando al Werther, prima di riprendere il passante ferroviario mi sono comperato una bottiglietta di tè freddo. Gott sei Dank, riesco ancora a provvedere da solo alla mia sussistenza, senza perdite di dignità, elemosine immeritate e volgarità da pierre permanentate.

Me l’aspettavo. Mi meraviglio che non sia successo prima visto che la collaborazione con Libero va avanti dall’estate del 2010. Quell’anno, poche ore prima di Ferragosto, mi arrivò una mail in cui Francesco Borgonovo, responsabile delle pagine culturali del quotidiano, mi invitava a scrivere per la sezione che curava.

Per fortuna, tra i mille difetti che ho non posseggo la chiusura mentale di una Luciana Littizzetto che si professa progressista e illuminata e poi nelle interviste specifica di leggere tutti i giornali «tranne Libero e Il Giornale». Brava, una vera democratica, un’intellettuale attenta alla pluralità delle opinioni. Ricordo che il primo quotidiano che papa Wojtyła leggeva al mattino era L’Unità, quando ancora non era stata trasformata nello house organ delle Bor7 da Concita.

Ho iniziato a scrivere per Libero e mi sono trovato bene. Perché in tutti questi mesi non mi hanno mai censurato niente e questa è per me l’unica cosa che conta. Che poi una testata sia contro o a favore di un governo, di destra o di sinistra, mi interessa molto poco. Potrei scrivere senza problemi anche per un giornale di sinistra, se mi chiamasse. Cosa che comunque non avviene perché non rientro in quel parco-intellettuali autoreferenziali e un po’ sbrindellati, quelli che permettono la lettura trasversale (vedi post apposito).

Non essendo molto conosciuto e stimato, non sono passato attraverso l’assurdo processo intellettuale subito da Paolo Nori. Però erano mesi che mi aspettavo la domanda stupita «Ma come fai a scrivere per un giornale così?». Domanda che è arrivata oggi, nelle mail di chi ha letto del mio articolo su Vasco pubblicato dal quotidiano di viale Majno.

La risposta l’ho già fornita poche righe più in su e forse non avrei dovuto nemmeno farlo, visto che non sono tenuto a giustificarmi presso certe testoline.

Al massimo, a proposito di testoline, posso raccontarvi un simpatico aneddotto. Mi avevano presentato una signora di mezza età, vestita da pantera del liscio e addetta ai servizi culturali o qualcosa del genere di un comune nell’hinterland milanese. La signora esordì dicendo che mi conosceva benissimo, certo, aveva letto le mie cose. Nonostante ciò e nonostante io, da deprimente borghese quale sono, mi fossi introdotto declinando nome e cognome, per tutto il tempo della conversazione madame mi ha chiamato Riccardo. Anche lei scriveva, il suo sogno era fare la giornalista, anzi si era iscritta tardivamente alla facoltà di Lettere proprio in previsione di entrare dopo la laurea nella redazione di Repubblica. E io già mi vedevo Ezio Mauro che tutti i giorni telefonava alla tizia chiedendo con apprensione: «Allora, signora… si è laureata? Quando arriva?».

Appena me ne fui andato, l’elegante signora (che nonostante tutto collabora con una giunta di centro-destra) disse al ragazzo che ci aveva presentati: «Ma scrive per Libero? Oh, piuttosto che scrivere per quel giornale io andrei a pulire i cessi!». Detto alle spalle, naturalmente.

Purtroppo non ho più incontrato quella signora, altrimenti le avrei risposto: «Ho sentito il direttore. Ha detto che non ha intenzione di farla scrivere per il suo giornale. Quindi può tranquillamente andare a pulire i cessi».

La marijuana fa male?

Sì. All’ortografia.

Il vostro hobby era leggere i nomi sui citofoni alla ricerca delle combinazioni più assurde. Peccato che poi nessuno dei vostri amici credeva all’esistenza della famiglia Cani – Sciolti o a quella della signorina Coniglio Rosa.

Oggi siamo più fortunati perché possiamo immortalare con il cellulare i cartelli che ci hanno colpito e diffonderli subito, senza essere presi per bugioni.

Nel giro di nemmeno 12 ore, mi sono imbattuto in questi tre esempi.

HANG’EM HIGH! (1968, starring Clint Eastwood)
Sensazioni da Far West all’Ikea. Quale nome migliore di Böja per una lampada che si “appende”?

 

DOV’È “KE” SI FIRMA?
Il Mc, anzi il Mek, in Galleria a Milano sta per chiudere, pare per l’affitto troppo alto. Al suo posto ci sarà un altro negozio Prada (quello storico è proprio di fronte) dove sprezzanti commessi serviranno russi e coreani. Nel frattempo come non condividere l’accorato grido di dolore espresso in questo volantino? So che molti vendoliani stanno già godendo per la chiusura del Mc e al proposito mi è tornato in mente un cretinetti conosciuto nel 2005. Lo sprovveduto, ai tempi ventenne, odiava McDonald’s e quando gli domandai dove sarebbe stato possibile trovare panini a poco prezzo mi rispose: “Ai baracchini per strada (furgoni che di notte vendono panini alla porchetta ai trans e ai loro clienti, n.d.L.), così non finanzi gli sfruttatori multinazionali che ci avvelenano con il loro cibo”.
L’attacco di fou rire che mi prese mi impedì di ricordare allo stupidino che il cibo dei baracchini è tra le prime cause di morte fra i transessuali. E che McDonald’s era nato nel 1937 proprio da un chiosco stradale di hotdog. Il ragazzo era infatti convinto che la catena fosse nata già così nei primi anni Ottanta. Evidentemente chi gli aveva impiantato l’idea antagonista tra le orecchie non gli aveva raccontato tutto.
Però oggi il tipo avrà forse cambiato idea e magari è stato lui ad affiggere questi volantini. Lo riconosco dalla sintassi.

 

PAPA’, COME NASCONO I BAMBINI?
Domanda che ha imbarazzato tante generazioni di adulti. Oggi basta andare in via Bramante a Milano e seguire quanto indicato sul cartello:

Tra la massa di spam che riempie le mie caselle, oggi c’era una mail di una organizzazione che regola le sale da gioco e che per oggetto aveva: “Vieni a scoprire Macao”.

«Ciumbia!», mi sono detto. «Ma cosa cavolino c’entra la sana occupazione dei barbudos che salveranno l’arte italica benedetti da Pisapia con le case da gioco? Cacciati dalla Galfa, hanno essi forse occupato una sala Bingo?»

Invece no…

Resta da capire una cosa. Avranno scelto il nome Macao perché ci sono stati in vacanza durante l’ultimo ponte, così per staccare la spina?

Tristi perché non siete andati al Salone del Libro di Torino? Amareggiati perché nemmeno quest’anno è stato pubblicato il romanzo che continua a restare nel vostro disco rigido e con il quale pensavate di sconvolgere Lingotto Fiere? Bramosi di far esplodere gli stand degli editori che vi hanno risposto con una mail standard di rifiuto, preferendo al vostro il libro di una starlette televisiva?

Seguite il mio consiglio: conservate cupezze e desideri di vendetta per cause più meritevoli. E ritenetevi fortunati di non essere andati al Salone.

Sono quasi vent’anni che ci passo, come visitatore, presentatore di volumi altrui o speranzoso ospite di qualche stand, fermo davanti alla piletta dei miei libri, confusi nell’impressionante massa di carta che farcisce i padiglioni. Eppure un’edizione così misera e malinconica non la ricordo.

Parlando con gli editori si sentono solo lamentele. L’imprenditore è portato all’autocommiserazione, ma questa volta con una ragione.

Non so ancora cosa succederà nei due giorni clou del fine settimana benché non credo che molti decideranno di spendere 10 euro di biglietto per entrare in un rovente dedalo in cui si paga 1 euro e 50 una bottiglietta d’acqua e dove quasi nessun espositore opera sconti.

Il Salone: pagare un biglietto caro per trovare il nulla. Gli stand dei Paesi ospiti sono in chiave più che minima. In quello del tutto inutile della Romania c’era una paretina piena di libri in lingua originale e svariate sedute cubiche prese d’assalto da anziane professoresse con le caviglie gonfie. Nient’altro.

Imbarazzante la presenza di espositori che nulla hanno a che fare con l’editoria. Dai venditori di cd alle associazioni ambientalistico-umanitarie fino ai provider telefonici e ai produttori di smartphone. In qualche modo il Lingotto andava riempito visto che erano pochi anche gli stand della disperazione, quelli di 1 metro per 1 metro in cui per quattro giorni siede vittima della catalessi il piccolo editore valdostano di libri sull’ufologia celtica.

Che avrebbe anche un senso visitare, visto che lo trovi solo qui, ma al pubblico medio del Salone paiono interessare esclusivamente le novità di Ammaniti e Camilleri, ossia libri che si trovano anche all’Esselunga sotto casa, per di più con il 15 per cento di sconto. Evidentemente comperarli a Torino invece che tra surgelati e carciofi dà un tocco culturale.

Ma la vera maledizione del Salone sono loro: le scolaresche. Dall’asilo al liceo, professoresse invasate, tutte con svariati manoscritti inediti nel cassetto, trascinano classi intere di ragazzi spesso disinteressati a qualunque insieme di pagine stampate tenute insieme da una rilegatura.

Ed è a questi che va il mio pensiero. Ragazzi che non amate la lettura, io sto dalla vostra parte. Tremo al pensiero di qualcuno che mi costringa a visitare il Motor Show di Bologna e vi capisco.

Io credo fermamente che l’essere umano non debba essere forgiato, ma lasciato libero di seguire la propria indole. Leggere non ti rende migliore. Anzi, se non ti piace ti renderà ancora più astioso verso il mondo delle parole scritte. Vedevo quegli studenti disperati, sdraiati per terra dopo essere stati costretti a visitare lo stand di Adelphi e pensavo che magari avevano un gusto particolare per l’ikebana, un talento per la riparazione dei giocattoli a molla o per i tutorial di trucco su YouTube. E i professori, invece di capire quelle inclinazioni e aiutarle a crescere, li costringevano a subire le proprie frustrazioni culturali.

Vengo infine al personaggio cui mi sono rivolto all’inizio. Il portatore sano di inediti, la persona illusa che il Salone sia qualcosa a metà tra l’oscuro caffè letterario d’inizio Novecento e lo svenevole Reading Club anglosassone cui sono iscritti i cloni di Lisa Simpson. Un luogo in cui entrare per vedersi circondato di scrittori tristi e famosi, editor potenti e lungimiranti pronti ad ascoltarti, incontri densi di pensieri inediti e profondi.

Bene, nulla di tutto ciò. L’atmosfera è quella della festa paesana, mancano solo i banchetti lenzuolati dei venditori senegalesi di borse taroccate. Su tutto non grava l’odore intenso di antiche librerie di noce massiccio, ma dei panini alla piastra. Gli stand dei grandi editori sono presidiati solo da addetti fieristici che passano dalla minuteria metallica alle piastrelle e il cui unico comprensibile interesse è controllare che nessuno infili in borsa qualche volume scambiandolo per materiale pubblicitario. Le presentazioni sono fatte con microfoni residuati di Radio Londra, davanti a una decina di persone, urlando per sovrastare il frastuono delle radio, degli annunci, delle scolaresche.

E in mezzo a questo inferno voi girereste a vuoto, con il vecchio zainetto pieno di cd e curriculum allegato, vittime della stessa indifferenza che uccise la piccola fiammiferaia.

Credetemi, stare a casa vi ha fatto solo bene.

Oggi doveva essere la Giornata Internazionale della Donnetta. Non mi spiego altrimenti la presenza ruggente sul mio cammino di molte esponenti del donnettismo aggressivo.

Primo: al supermercato una cassiera scostante e con il tatuaggio che si scioglieva (càpita, dopo una certa età, che le stelle di mare tatuate sul braccio si trasformino in comete) mi ha duramente ripreso perché non le ho mostrato che la borsa in cui dovevo mettere la mia misera spesa era vuota. Capisco la crisi, ma ho davvero l’aspetto di uno ridotto a rubare biscotti scadenti per vivere?

Secondo: tornando a casa, ero fermo al semaforo nella corsia di svolta a sinistra e attendevo si accendesse la freccia verde. Dietro di me una signora su un SUV ha iniziato a tempestarmi di clacsonate, poi ha sporto la testina dal finestrino dandomi del pirla (e in effetti lo sono) perché non mi muovevo. La signora aveva sbagliato corsia, ma mai avrebbe ammesso il suo errore, così, dopo una ventina di manovre, è entrata nella corsia corretta, tagliando la strada a un TIR e facendomi anche le corna con una mano appesantita da bigiotteria pacchiana.

Terzo: arrivo a casa, mi collego a corriere.it e scopro che Ilaria d’Amico ha scritto un romanzo.

Dai Magazzini Generali ai grandi magazzini in un solo week end.

PS: se questo è il trend, voglio presentare un libro da H&M.