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Secondo giorno di visite agli eventi del Fuorisalone. Devo pur riempire i pomeriggi.

Quest’anno il Fuorisalone è distribuito in altre zone di Milano. Dovevo solo decidere quale visitare. Ho eliminato da subito l’idea di andare all’Isola. Questo era un affascinante quartiere popolare della città, di cui vi invito a leggere la storia qui. Da qualche anno a questa parte si è trasformato in una enclave di orride Bor7 equo-solidali, alternativi ricchi (le case all’Isola hanno raggiunto prezzi spaventosi), falliti a livello europeo che tornano con le orecchie basse a Milano, sottolineando però come “l’Isola mi ricorda molto Lisbona”.

Ho deciso così per via Ventura, ultimo baluardo della città fatiscente che vogliono a tutti i costi recuperare per non perdere il vizio speculativo. Siamo dietro la stazione di Lambrate, per chi ha una vaga idea dei luoghi.

A differenza di via Tortona, dove il design pulcioso si annida nei locali dismessi di opifici e officine affittati in cambio di diamanti e fusti di greggio, in via Ventura le proposte erano più professionali e, devo ammetterlo, più eleganti. Non c’erano Alieni, ma un gusto rimodernato da Zia Elsa.

Nei locali della Scuola Politecnica di Design erano ospitati gli allievi di un pari istituto londinese. Uno di quelli in cui vanno anche i nostri urlanti creativi e vi restano sei mesi insultati da tutti. Poi tornano a Monteciuco di Sotto e per tutta la vita campano con i racconti di quell’esperienza internazionale.

Un pomeriggio d’ottobre di molti anni fa, piovigginava. Mia mamma e io tornavamo a casa dopo essere stati in cartoleria a ritirare i libri della prima elementare. Avevamo comperato anche la plastica colorata trasparente per rivestirli. Ricordo poco, solo il mondo di fari, semafori e insegne colorate reso ancora più psichedelico perché camminavo tenendo la plastica trasparente davanti agli occhi e tutto diventava blu, verde o giallo. Uniteci anche i primi sviluppi della miopia che rendeva tutto soffuso e avrete un Silvestro Lega in versione urbana.

Ieri piovigginava, le stanzette della Scuola Politecnica mi ricordavano quelle della scuola elementare Giulio Romano, le opere portate dai ragazzi dell’istituto londinese erano vasetti e lattine colorati, statuine di Das e altri lavoretti per la Festa della Mamma. Inoltre, per ripartire gli ambienti erano stati appesi enormi fogli di plastica colorata trasparente. Quando mi capitano queste concidenze retro-temporali penso sempre: “Ecco, sto morendo”.

Invece non sono morto, ma mi sono risvegliato nello show room di Ikea dove, solo mostrando il tesserino da pubblicista, mi hanno dato una borsa contenente la già celebre e invidiata macchina fotografica digitale di cartone. Vale la pena versare cento euro all’anno all’Ordine!

Il giro è terminato in un altro show room. Non so nemmeno di chi fosse, perché appena entrato mi ha fermato una gentile signora bionda con microfono e mi sono ritrovato davanti a una telecamera intervistato da una televisione danese a parlare di design scandinavo. Credo di aver detto una stupidata dopo l’altra e ora temo di finire su YouTube, cliccatissimo come i gatti che miagolano le canzoni di Britney Spears e le giornaliste ungheresi che svengono in diretta.

La pioggerella intanto si era tramutata in un temporale e come al solito, spuntati dal nulla, ecco un manipolo di pakistani che vendono ombrelli. Come fanno ad apparire alle prime gocce di pioggia? Dove nascondono gli ombrelli? Dove si nascondono loro quando non piove? Non lo so. L’unica cosa che so è che io affiderei loro la Protezione Civile. Non ho mai visto nessuno intervenire così rapidamente in caso di calamità naturale.

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Durante le feste patronali era d’obbligo ripetere ogni anno gli stessi gesti: la processione con il santo rivestito di ex voto, l’andirivieni sul corso principale, le giostre, le luminarie, le bancarelle profane, i forestieri incuriositi che arrivavano dai paesini dei dintorni. Dopo il trasferimento in città, gli Alieni, giunti dai più remoti villaggi in cui si svolgono ancora i riti patronali, credono di essersi liberati di quelle tradizioni. Poi finiscono per celebrare le stesse cose, negli stessi termini, con la stessa noia.

In fondo, il milanese Fuorisalone non è che una festa patronale. Ci sono le luminarie (però ecosostenibili, solo a LED e create da cartoni riciclati del latte), ci sono le bancarelle profane (dagli energy drink ai cracker: non hanno nulla a che vedere con il design, ma l’importante è esserci), ci sono le giostre (la parte più ludica del design, come i cucchiani tedeschi fatti di una misteriosa plastica che nel tè bollente si rammollisce e puoi farci dei gioielli alternativi se scampi all’intossicazione), ci sono i forestieri incuriositi che giungono in massa dal Pakistan o dal Belucistan e da mille altre nazioni lanciate come la terra promessa del nuovo design.

Ma il design è una portata che arriva oltre il dessert, qualcosa cui si pensa solo quando si è ormai sazi e che non può soddisfare una fame basica. Sembra strano che qualcuno, in Paesi instabili e magari senza strade, pensi a produrre comodini cool. Poi scopri che i presunti uzbeki o sud-sudanesi abitano in Gran Bretagna da decenni e il Paese natio l’hanno visto solo nei tg.

Una truffa in stile Vandana Shiva, la fighetta col sari che nei suoi libri piange sulle sete dell’India stando su un treno di lusso e che, mentre a casa sua muoiono di fame, da noi è vicepresidente di Slow Food.

Sto divagando. Ma solo perché c’è poco da dire su Zona Tortona e dintorni che ho visitato ieri prima della folla che giungerà sabato e domenica. Non è snobismo, ma disoccupazione.

Poche cose da vedere, molti show room temporanei chiusi. Tanta carta buttata per la strada. Come sempre buona la presenza di Alieni con occhialoni da mosca e sciarpone al collo con diametri da gorgiera elisabettiana. E i segnali della prossima fine di questo evento: l’ingresso agli show room era spesso vietato ai comuni mortali. Ieri pomeriggio, per vedere una serie di tazze da cesso messe in mostra in un ambiente oscuro era necessario l’invito. Questa ridicola esclusività è stata all’origine della morte della moda a Milano. La cosa bella di Zona Tortona era il senso di sagra paesana, di partecipazione collettiva. Allora sopportavi anche i ragionieri creativi che, usciti dall’ufficio, si scompigliavano i capelli e si mettevano gli occhiali da vista finti per sembrare parte della massa creativa.

Nel week end è prevista pioggia. Un motivo in più per non andare a deprimersi tra gli eventi del Fuorisalone 2012.

(Lo so. Questo post contiene elementi già presenti in “Astrakhan – La Zia e l’Estetica Perbenista”. Non potete pretendere che mi metta a scrivere cose inedite per una manifestazione che di inedito ormai non ha più niente.)