Archives for the month of: May, 2012

È stato deciso un nuovo aumento dei carburanti per finanziare gli aiuti alle popolazioni emiliane colpite dal terremoto. Nulla in contrario. Anzi, pur essendo un nemico degli sms solidali da 2 euro a botta, questa volta ho fatto una eccezione e ho inviato il messaggio al 45500 (e invito anche voi a farlo).

Quello che mi colpisce è che ogni volta che si aumentano le accise sui carburanti, appare l’articolo in cui si ricordano tutti i casi in cui si era fatto ricorso a questa pratica per affrontare emergenze ormai passate. Il giornalista (magari uno di quelli che conserva l’auto aziendale, i rimborsi sulla benzina e nemmeno sa quanto costa l’assicurazione) si indigna ricordando che praticamente paghiamo ancora accise inserite ai tempi delle Guerre Puniche.

Scorrendo l’elenco provo un fastidio particolare quando mi imbatto nuovamente in quell’accisa applicata per aiutare il fondo dello spettacolo.

Avevo scritto un Collateral al proposito. Eccolo:

«Se non rispondo alle mail e invio un falso messaggio di errore con il risponditore automatico, un motivo ci sarà. Se quando sul display del telefono appare un numero sconosciuto, rispondo fingendo di essere il maggiordomo filippino, un motivo ci sarà. Se non accetto mai inviti a party esclusivi pur sapendo che grazie alle lusinghe conviviali potrei lavorare molto di più, un motivo ci sarà.

E il motivo ora è qui, seduto accanto a me in auto. Età: 24 anni. Sesso: maschile. Origine: imprecisata zona depressa. Professione: aspirante regista. Segni particolari: capello allucignolato, barbetta da terrorista islamico, abbigliamento nero, liso e stinto, interrotto solo da una antica kefiah che deve aver fatto la Guerra dei sei giorni.

Mi aveva scritto una mail in cui diceva che aveva una cosa importante da propormi. Nel corso di un suo “progetto di emigrazione” (sic!) sarebbe passato da Milano e chiedeva se potevamo incontrarci. Non so perché ho accettato, forse ero ancora sotto l’effetto debilitante della bronchite. Ma ora sono qui, nemmeno troppo pentito perché sto ulteriormente confermando il mio metodo galileano.

Per Galileo non bastava concepire una teoria, la si doveva provare con l’esperimento. Forse è per questo che ho incontrato l’aspirante regista: per trovare conferma nell’esperienza diretta a quello che avevo presupposto solo leggendo la sua mail. Già sapevo che mi sarei trovato di fronte al tipico esponente di quella massa vittimista e insoddisfatta, quella che scrive traballanti commenti agli articoli di corriere.it, dove si mescolano sfiducia verso il Paese ed esaltazione per un estero favoloso come un lontano Bengodi.

Il ragazzetto non fa eccezione. Feroce nemico di ogni alta velocità, è appena giunto a Milano dal borgo natio viaggiando su una specie di carro bestiame, di cui conserva l’afrore. Da qui proseguirà verso Parigi, sempre a scartamento ridotto.

«Vado a Parigi perché là c’hanno più rispetto per la cultura e finanziano i progetti dei giovani che c’hanno le idee per il cinema. E io c’ho un’idea su una docufiction da fare con i clandestini che rubano il ferro dalla tureffel e ci fanno le scimitarre per ammazzare Sarkozy e poi fanno l’Europa senza frontiere e si finisce con sta grande festa piena di gente di tutti i colori che balla e fuma a Parigi liberata».

«Ne sei sicuro? Sei già stato lì? Conosci il francese?» domando al tizio, di fronte alle incertezze sintattiche che gli inficiano la madrelingua.

«No, me l’ha detto un mio amico che là è così. E poi il francese lo imparo quando sono su.»

Totò parlava tedesco perché aveva un amico che era stato prigioniero in Germania. L’esperienza mi insegna che i francesi sono spesso così simpatici che fingono di non capirti anche se parli con una dizione da Comédie-Française. Mi vedo già lo sprovveduto ragazzetto schiacciato come un gatto sul périphérique.

«Non ho capito cosa c’entro io con le scimitarre e il resto…»

«No, tu mi servi per un altro progetto che voglio fare in Italia. Una cosa contro quelli che tu chiami neoproletari che stanno sempre a copiare la televisione. C’ho già il soggetto: c’è uno che comanda e che controlla tutto e manda delle onde che fanno il lavaggio del cervello al popolo, no? E poi ci sono due hacker che invece entrano nel sistema e spingono il popolo alla rivolta e sparano a quello che comanda e…»

«…e finisce con una festa che ballano e fumano?»

«Sì! Così!»

«Bene, ma cosa dovrei fare di preciso?»

«Mi dovresti mettere in contatto con qualcuno della televisione, così mi finanziano il lavoro. C’è già un mio amico che a Roma sta chiedendo i fondi del governo per il cinema. Se ci riesce torno subito da Parigi…»

Lo accommiato, lasciando che vada a perdersi «nella grande confusione di razze della Francia … con nel cuore l’amarezza del suo ingrato paese», come scrive Piero Chiara.

Qualche giorno fa, leggendo della splendida iniziativa del ministro Gianni Letta che aumenta di due centesimi il costo dei carburanti per aiutare il cinema, mi è tornato in mente quel ragazzetto. Allora ho preso l’auto e ho percorso circa ottanta chilometri per andare a fare il pieno a Coldrerio, in Canton Ticino. Non posso moralmente permettere che uno solo dei miei pochi centesimi servano a finanziare film in cui tutti, alla fine, ballano e fumano.»

Fin qui il Collateral. Ieri invece Thomas, olandese ormai naturalizzato italiano, mi scriveva che un suo amico ancora residente nei Paesi Bassi aveva appena pagato 450 euro complessivi per la locale tassa sui rifiuti e per il corrispettivo neerlandese dell’IMU che si versa anche se, come l’amico di Thomas, si abita in una casa affittata.

Questo spiega perché Thomas è sempre sbalordito quando qualche ragazzotto italico o qualche gemebonda intellettuale gli domandano: “Ma perché hai abbandonato la meravigliosa e libera Olanda per vivere in questo Paese di m…?”

“Ma daaai…”.

Provate a far risuonare questa esclamazione nella vostra testa. Allungate molto la a, nasalizzando il suono. E poi immaginatevi la signora che la sta emettendo, con un sorrisino di compatimento sulle labbra, la testa reclinata un po’ all’indietro e gli occhi rivolti al cielo.

Perché così aveva fatto la matura giornalista quando, per rispondere a una sua domanda, le dissi che tra i libri che preferivo c’erano i Vangeli Apocrifi.

Non riesco ancora ad abituarmi alla stupidità umana.

Quella signora così colta era arrivata all’appuntamento in bicicletta No Oil, con i capelli grigio-topo sconvolti dal vento, il gonnellone e le babbucce di feltro (e se qualcuno pensa alla Donna Due di 78.08 ha perfettamente ragione).

Aveva dentro la testa il kit completo del Perfetto Consenziente Integrato (fate l’acronimo da soli), compresa la venerazione per Faber. Idolatria falsa e di maniera. La signora ignorava che De Andrè aveva composto un intero album, La buona novella, ispirandosi ai Vangeli Apocrifi.

Quando glielo feci notare, ebbe la faccia tosta di rispondere: «Sì, ma avrà avuto un atteggiamento ironico…».

I Vangeli Apocrifi, ben diversi da quelli canonici, raccontano le vicende sottolineando gli aspetti più umani dei protagonisti.

Mi colpisce particolarmente la storia dell’anziano carpentiere Giuseppe. Vedovo con svariati figli tra cui uno molto piccolo e spesso impegnato lontano da casa per motivi di lavoro, l’uomo vede crescere le sue preoccupazioni dopo che i sacerdoti del Tempio gli affidano come futura moglie una dodicenne, certa Maria di Gioacchino e Anna. Una figura molto diversa da quella pallida signora avvolta in veli azzurri che ha l’hobby di apparire a visionari con le stigmate e che a Milano in questi giorni stanno usando come sponsor della normalità.

La Sacra Famiglia non era normale. Il clericume si intestardisce a presentarla come la Sunshine Family della Mattel. I quadretti della devozione popolare contengono un aitante Giuseppe, simile a un trentenne degli spot Mercedes, una timorata Maria che ricorda la signora del Dado Star e un Gesù che sembra pubblicizzare pannolini. In realtà era una famiglia allargata, anzi una non-famiglia. Ma se lo si ammettesse finirebbe quel florido commercio di cerimonie, corsi prematrimoniali e luna park con partecipazioni papali.

E con questo post finisce la piccola serie sulla convention delle famiglie o qualunque cosa sia. D’ora in avanti, ignoriamo la cosa.

Pare che a Milano sarà avviato un registro per le coppie di fatto. La Lega Nord si indigna e annuncia un volantinaggio ostile durante l’incontro delle famiglie o quello che è.

Ammiro molto la Lega per la sua coerenza. Sono anni che lotta per difendere la famiglia. Anzi, The Family.

In realtà non è solo la giornata delle famiglie o qualcosa del genere a infastidirmi. È il senso di esagerazione che hanno tutte queste manifestazioni. Dalla festa delle famiglie al gay pride fino alla sfilata dei precari al Primo Maggio è ogni volta lo stesso mettersi in scena, celandosi dietro travestimenti favolistici che vorrebbero invece essere iperrealisti.

Le famiglie sono troppo normali e felici per essere credibili, i gay in parata enfatizzano troppo il lato drag queen per essere reali, i precari truccati da indiani sono troppo circensi per poter essere veri.

A creare la repellenza non è poi solo la propensione allo spettacolo che si respira in simili manifestazioni create a maggiore gloria dei media, ma soprattutto la convinzione che tutti hanno di essere nel giusto.

Invece nessuno ha torto, nessuno ha ragione e tutti hanno entrambe le cose nel contempo. Se solo riuscissimo a celebrarci come individui e non come macchiette che vogliono rappresentare classi, categorie, generazioni, orientamenti con l’unico risultato di consolidare il potere dei mandanti (preti, politici, sindacalisti) a cui di noi non interessa alcunché.

A quanto pare la cosa più difficile è sempre restare una persona.

Invidio il cardinale Scola che ha capito cos’è la normalità. E questo nonostante Egli faccia parte di uno strano gruppo di individui che indossano vesti svolazzanti, predicano la spiritualità, ma hanno la tendenza ad abbuffarsi, implorano la carità e negano funerali e ostie ai divorziati, tengono a freno (o per lo meno cercano) certi istinti naturali.

Una sola domanda: quanti figuranti avranno ingaggiato per riempire la fiera di famiglie all’apparenza “normali”?

In occasione della festa delle famiglie o qualcosa del genere, riesumo un mio vecchio Collateral.

L’ho fatto davvero. Intendo, mandare al prete del mio paese i soldi del Monopoli. E sono anche stato oggetto della sua predica domenicale, destando lo sdegno delle bigotte locali. Ma furono di più coloro che mi fermavano per strada e si complimentavano. Un local hero, insomma.

«Ero appena tornato a casa, avevo trovato parcheggio a un chilometro di distanza, trascinavo le borse della spesa, uscivo da una giornata inconcludente e pioveva. Per finire, nella casella della posta ho trovato una comunicazione della parrocchia locale, comprensiva di busta per le offerte. Allora ne ho fatta un’altra delle mie e in quella busta ho messo i soldi del Monopoli. Una bella banconota vintage da 10.000 lire, una di quelle marrone. Non ambita come le rosse da 50.000, ma più gradita delle noiose verdi da mille o quelle ridicole da cento, azzurre.

L’ho fatto perché quella finta banconota è una parvenza del denaro esattamente come le benedizioni collettive che i sacerdoti tendono sempre più a fare sono una parvenza della benedizione natalizia tradizionale.

Torni a casa e ti trovi nella casella questo elenco di Benedizioni comunitarie, precise negli orari come un palinsesto televisivo. Il sacerdote non viene più da te, a casa tua, con il seguito dei chierichetti, l’aspersorio, qualche chiacchiera personalizzata.

Adesso si organizza la benedizione-charter: tutti in casa di qualche martire che si vota all’infangamento del parquet. O addirittura in cortile: arriva il sacerdote-star che di fronte al pubblico ammassato si sente sotto sotto un po’ come il pontefice quando dalla sua finestra benedice Urbi et orbi.

Solo la pigrizia può giustificare la scelta di eseguire queste benedizioni di massa. Per favore non ci si arrampichi sugli specchi, nascondendosi dietro un finto ecumenismo che vuole «ravvivare i rapporti tra di noi…», come si legge nel foglio che accompagna le date del Benedictio Tour 2009. Sarà forse per mancanza di tempo del sacerdote, troppo impegnato ad aggiornare il sito Internet della parrocchia? O forse è la crisi globale che invita a risparmiare persino sull’acqua benedetta?

Mi domando intanto quale potrà essere il prossimo passo di questa tendenza. Battesimi collettivi nella vasca di qualche condomino con l’idromassaggio su modello di quelli fatti nel Giordano? Matrimoni di massa nel campetto oratoriale come quelli del reverendo Moon? Estreme unzioni per email con santino in attachment? Tutto all’insegna dell’efficientismo religioso su modello industriale: il massimo risultato con il minimo sforzo.

Si potrebbe anche mettere un Benedict-O-Matic all’ingresso delle parrocchie. Un distributore che, inserendo un’offerta, distribuisce il Bless Yourself Kit. Una pratica busta contenente una dose di acqua santa, un paramento in tessuto-non tessuto, una prece stampata in italiano, spagnolo per latinos, tagalog per filippini e arabo per i non pochi maroniti, più un santino a caso. Se ne preveda anche uno rarissimo, modello Pizzaballa, che faccia crescere la febbre tra i collezionisti.

Si capisce quindi che tutto il polverone sollevato su crocefissi, ore di religione e radici cristiane dell’Europa è solo vuota formalità. Alla resa dei conti ci troviamo di fronte una Chiesa che si allontana sempre di più dalle persone, arrivando a considerarle una massa condominiale da aspergere frettolosamente e non come individui con cui avere un dialogo sulla fede e su qualunque altro argomento che induca a porsi degli interrogativi. Si va sempre più verso una Chiesa dogmatica, distante e fredda.

C’era anche un altro motivo che mi ha spinto a donare una finta banconota al sacerdote locale. Ed era l’uso quasi fastidioso del termine famiglia nella lettera d’accompagnamento alla busta, come in ormai ogni altra comunicazione ecclesiastica. Le benedizioni collettive erano spacciate per benedizioni alle famiglie. L’intestazione della lettera recitava Carissime famiglie (dove sarebbe stato meglio un Carissimi fedeli). Tutto in linea con l’attuale tendenza teodem che diffonde un’idea di famiglia solida e sana che non esiste più, come dimostrano i casi della vita reale e gli scandali politico-sessuali.

Io sono uno solo e non sono una famiglia e come me chissà quanti altri cittadini saranno single, vedove, vedovi, divorziati, separati, sedotti e abbandonati… Non meritiamo dunque una benedizione? Non meritiamo di sentire quella che dovrebbe essere la parola affratellante del Cristo? Perfetto. Allora i benedicenti non meritano la mia offerta.»

Inizia a Milano l’incontro delle famiglie o qualcosa del genere, fortemente sponsorizzato dai Men In Black vaticani ai quali dedico questa vecchia, ma sempre valida immagine che scattai qualche anno fa dalle parti di piazza della Repubblica.

Che poi sarebbe la piazza dedicata alla Repubblica Italiana.

Che, ricordo, dovrebbe essere qualcosa di completamente slegato dallo Stato Città del Vaticano.

Che è una monarchia assoluta.

E i siti nostrani non me l’hanno fatto nemmeno sapere.

Dietrich Fischer-Dieskau (28. Mai 1925 in Berlin – 18. Mai 2012 in Berg bei Starnberg)

Per capire lo strano momento politico e sociale che stiamo vivendo sotto la guida di Mario Monti non dovete fare alcune cose.

In primo luogo non dovete affidarvi troppo a certi quotidiani che cambiano opinione sul governo tecnico a ogni fase lunare. Poi non dovete buttar via i vostri già pochi soldi comperando l’ennesimo instant book dell’ennesimo giornalista che pontifica su caste, scandali, sprechi e non dice una parola sui benefit di cui godono molti dei suoi colleghi. Infine, state alla larga da quella cloaca di commenti non richiesti che è Twitter, ultimo amore delle redattrici più à la page che ormai sanno comporre articoli solo citando decine di twitterate altrui.

Per capire lo strano momento politico e sociale simbolizzato da Mario Monti dovete leggere un libro insospettabile per argomento e data di pubblicazione: Neoclassicismo di Hugh Honour, scritto nel 1968 e ripubblicato più volte in Italia da Einaudi (l’ultima edizione è del 2010, quindi dovreste riuscire a trovarlo facilmente).

Honour è uno storico dell’arte britannico nato nel 1927 e che da tempo immemore ha scelto di abitare in Italia, presso Lucca. Leggere il suo breve testo sul Neoclassicismo è illuminante sia perché è scritto benissimo, senza le noiose involuzioni accademiche dei nostri storici dell’arte, sia perché dà una visione esatta della corrente neoclassica, spogliandola da certe idee errate e preconcette.

La razionalità e la severità degli Aufklärer germanici e degli Illuministi francesi non nacquero, secondo Honour, sulla spinta dei ritrovamenti archeologici del tardo XVIII secolo, come quelli di Pompei ed Ercolano. Il riferimento di artisti come David non era alle opere d’arte dell’antichità romana, né neoclassicismo era un termine programmatico che quegli artisti si erano auto-attribuiti. A generare il ritorno all’ordine classico e a una morale del tutto laica era il desiderio di superare le decadenze del recente rococò. Decadenza dell’eccesso decorativo, lascivia dei sensi, liaisons dangereuses tra Chiesa e potere. Massimo orrore per i compunti e severi censori della prossima Rivoluzione francese che volevano solo cancellare quella frivolezza, quella continua festa dei sensi per tornare alla chiarezza e all’ordine delle tele di Nicolas Poussain che già si ispirava agli antichi. Quella di David era quindi una ispirazione classicisita di seconda mano, supportata dal revival della grandeur artistica francese ai tempi di Luigi XIV.

Riuscite a vedere affinità con i nostri giorni? Pensate ai moralizzatori di fine Settecento, convinti di essere i salvatori della Patria solo perché nelle loro ricche biblioteche leggevano i poemi omerici affollati di eroi dall’etica monolitica. E raffiguretevi subito dopo i grandi moralisti che ci circondano, compresi gli scrittori che sui giornali giocano a fare gli opinionisti scomodi e nei libri si rivelano per quello che sono: vitelloni sprovveduti che descrivono coiti del tutto inventati. E quando Omero non bastò più, i neoclassici furono talmente sciocchi da cadere nella trappola di James Macpherson che si inventò Ossian, un finto eroe ancora più stoico degli antichi Romani. Dei testi di presunti paladini della società civile sono piene anche le librerie contemporanee.

Hounor racconta che folle di parigini di qualsiasi ceto, maggiordomi compresi, correvano a vedere le grandi tele classicheggianti di David in cui “la supremazia del patriottismo” trionfava “su tutti gli altri imperativi morali”. Una immagine che non solo dimostra quanto l’inverno della cultura di Clair regnasse già allora, ma che contiene tutta la retorica di certi discorsi che ancora sentiamo, dal Presidente della Repubblica in giù.

Se soltanto avessero un po’ di quella cultura che tanto invocano e difendono a gran voce, a certi paladini del buoncostume sarebbe stato facile accostare l’impudico e scandaloso stile di vita attribuito a Berlusconi alla decadenza del rococò. Alle immagini rubate di vallettume discinto accosterebbero le floride donne nelle alcove parigine di Fragonard, se lo conoscessero. Potrebbero citare Honour quando scrive “le forme rettilinee furono sostituite alle curve rococò” per descrivere la sostituzione ministeriale di Stefania Prestigiacomo con Elsa Fornero. Senza dimenticare però che proprio mentre i fustigatori neoclassicisti puntavano l’indice contro l’amoralità del rococò ed esaltavano la purezza degli antichi, gli scavi di Ercolano portavano alla luce una imbarazzante oggettistica, degna dei sex shop di Amburgo.

Oggi naturalmente i moralizzatori non si rifanno alle toghe e ai pepli di una classicità mitizzata, ma rimpiangono e ripropogono certe cupe grisaglie democristiane che tornano a vivere nell’armadio di Mario Monti e che vengono usate per veicolare il concetto di sobrietà. Gli eccessi e gli sprechi del rococò (quello di Parigi come quello di Arcore) furono e sono visti come causa di crisi economiche.

Quando morì nel 1761, l’arcivescovo di Colonia Clemens August, detto il Fastoso per la sua tendenza a spendere e folleggiare, lasciò una situazione finanziaria talmente disperata che il suo successore Maximilian Friedrich, in piena moralizzazione neoclassica, avviò un severo programma, tagliando spese e cerimonie, licenziando il personale superfluo e decurtando la lista delle pensioni elargite con prodigalità in precedenza. La colpa fu data tutta al povero Clemens August, dimenticando le tante cattive annate per l’agricoltura che avevano gettato nella crisi la città di Colonia. Tutti (compresi i parenti di Beethoven) iniziarono allora a rivolgersi servilmente a qualche aristocratico per non perdere il lavoro o il sussidio. Evito di indicarvi i raffronti con la situazione odierna per non intristirvi.

Come andò a finire lo sappiamo. In Francia i moralisti si incarognirono e iniziarono a giocare con la ghigliottina anche con chi fino al giorno prima chiamavano amico. “Come si stava bene quando si stava peggio”, avrà di certo pensato uno di quegli ex neoclassicisti sobri e moralizzatori. E un’alcova rococò sarà stato il suo ultimo pensiero prima che la lama gli cadesse sul collo.

Dite tutto ciò che volete. Mandatemi mail ironiche. Fate risolini sarcastici. Per me i Sigur Rós sono l’unica band attuale che valga la pena seguire in ogni sua espressione.

Siamo nel 2012 e ancora sono legato a tutti i loro dischi, sarò rimasto l’unico tra coloro che nel 2002 ne fecero un must tra i blogger e che poi, infedeli, si sono lasciati conquistare da altri fenomeni usa e getta di cui non ricorderanno neppure i nomi.

Odio i concerti dal vivo. Invece i Sigur Rós li ho visti due volte, una volta Jónsi da solo e ho già il biglietto per il concerto di settembre a Verona (e grazie a coloro che sanno perché li ringrazio).

Sono dieci anni che i Sigur Rós mi accompagnano, sono stati tra le fonti di ispirazione del Piccolo Isolazionista e lo sono anche di Mu, benché non verranno mai citati.

Sono dieci anni e dovrei essermi un po’ raffreddato. Invece no. Ascoltando in queste ore Valtari nella sua compiutezza ho compreso che questo cd è il capolavoro della band. Quasi non ci sono canzoni. C’è solo lo spirito del gruppo, la sua filosofia musicale nella forma più pura.

I suoni-giocattolo, le note distese, i vocalizzi, i momenti low-fi, i passaggi struggenti di piano, i cori da piccola chiesa protestante che costellavano le canzoni degli altri dischi qui sono accumulati quasi in maniera disorganica, in quantità esagerata, ti disorientano perché non sai in quale nicchia sonora devi rifugiarti.

Si arriva alla fine del disco solo per ricominciarne subito l’ascolto.