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Che cosa faccio? Un altro instant book?

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“Ho preso lezioni di lettura veloce e ho letto Guerra e Pace in venti minuti.
Parla della Russia…”

Woody Allen

 

Per scrivere un articolo in cui si accennava ai film in concorso a Cannes sono andato a consultare un po’ di recensioni uscite sui giornali durante il festival. E finalmente ho capito cos’è la lettura veloce trasversale, dopo essere finito sul sito di un quotidiano di gran moda in cui si parlava del film di Garrone. Mi ha impressionato davvero vedere come il testo fosse stato composto dal critico con il metodo Lego.

Si prendono dei mattoncini e si costruisce una casetta prevedibile. Poi i lettori danno una rapida occhiata all’articolo, procedendo trasversalmente dall’alto verso il basso, e quando vi trovano le persiane verdi, le tegole rosse e la porticina gialla che si aspettavano si autocompiacciono perché il critico (“che è uno con la testa così!”) ha usato gli stessi concetti che avrebbero usato loro. E questo basta per convincerli che se il loro pensiero coincide con quello del loro quotidiano preferito anche loro hanno “una testa così”.

Ho capito in quel momento anche un’altra cosa. Perché i lettori di FilmTv mi hanno sempre tanto bersagliato negli anni in cui pubblicavo i Collateral. A me sembrava di non dire nulla di eccezionale o di particolarmente scandaloso. Comprendo adesso che non ero accusato per quello che c’era nella rubrica, bensì per quello che non c’era. Mancavano le parole-chiave che quel tipo di pubblico ricerca con la lettura rapida trasversale. Non usavo persiane verdi e porticine gialle, quindi non avevo “una testa così”.

È un peccato, perché questo è il tipo di pubblico che avrebbe potuto fare la mia fortuna. Di solito compra molti libri pieni di parole-chiave. Tanto li legge in dieci minuti.

È arrivata qualche mail di commento al post Cult-O-Matic. Rispondo qui perché non ho alcuna voglia di avviare epistolari privati. Riassumiamole così: non ti dovresti permettere di fare ironie sulla fede che è qualcosa di troppo grande per gli argomenti di cui ti occupi tu.

Come è vero. La fede è un argomento troppo complesso perché io ne dibatta pubblicamente, rubando il ruolo a teologi, dottori della Chiesa, muftì e rabbini. Per questo me ne occupo solo privatamente, negli spazi liberi che mi lascia la collusione con nani e ballerine.

Ma mi sono bastati quei pochi momenti per capire come i signori che mi hanno scritto, quelli che ho conosciuto nel corso degli anni tra ipercattolici, evangelici e ciellini, non sono spinti dalla fede, ma solo dall’impulso a imporre il proprio volere sul prossimo.

Non riesco a dimenticare le facce terrorizzate dei tanti figli di un sedicente pastore evangelico dalla limitatissima cultura che durante un matrimonio parlò per ore, esponendo una sua tremenda religione fai-da-te, piena di fuochi eterni, soprattutto per le donne che dovevano stare al proprio posto e obbedire ciecamente al marito. Questa è fede?

Non riesco a dimenticare il supponente ragazzotto ciellino che esibiva una purezza solo di facciata e che quando gli feci notare una incongruenza storica nella sua esaltazione mi rispose: “La storia non mi interessa. Questo è quanto mi hanno detto e a questo io mi attengo”. Questa è fede?

Lasciar morire un proprio figlio perché il proprio credo vieta le trasfusioni di sangue è fede? Tutto questo è solo volontà di predominare sugli altri, con qualunque mezzo, compresa la violenza e la menzogna.

Eppure ho incontrato anche veri fedeli, come la donna, madre di un ragazzo gravemente disabile, che reagiva con allegria e non astio sul lavoro e con le persone che incontrava. Come la ragazza che si era impegnata nell’accompagnare i pellegrini a Lourdes dopo essere diventata improvvisamente vedova. Non c’erano secondi fini. Nessuna di queste persone si sentiva parte di un popolo eletto. Nessuna voleva obbligarmi a seguirla per ottenere una presunta salvezza. In loro la fede era l’unica risposta a domande irrisolvibili.

Adesso non vi rubo più tempo. È domenica e non vorrei farvi arrivare tardi al vostro consueto fashion show in occasione della Messa Grande. Se poi avrete voglia, quando sarete tornati a casa mondi, leggetevi questo articolo che avevo pubblicato su FilmTv nel gennaio 2010.

Oppure ci rivediamo tra un po’, quando avrò modo di scrivere della spaventosa pagliacciata che si sta organizzando a Milano in questi giorni, l’Incontro Mondiale delle Famiglie.

«Tra persone per bene non si parla di Cristo. Questo uno degli assunti con cui Vittorio Messori apriva il suo celebre libro Ipotesi su Gesù ed è inconfutabile. Provate a sollevare l’argomento a una cena e affronterete un imbarazzo glaciale. E non perché la fede sia un fatto privato di cui non si deve parlare durante gli happy hour. Forse solo per un retaggio degli anni Settanta, quando credere era un difetto da nascondere. Quando si veniva derisi per una catenina con crocefisso. Quando si è formata una certa classe di giornalisti ultralaici, anzi orgogliosamente atei. Come quelli che tuttora deridono la religione sulla loro paginetta di Facebook.

Come quelli che c’erano alla proiezione di Lourdes, il film della regista austriaca Jessica Hausner. Li ho identificati subito per i risolini di sufficienza con cui hanno accolto le scene di preghiera, le file di pellegrini che aspettavano di toccare le pareti della grotta, le visioni dei souvenir “così kitsch”. Proprio quei risolini mi hanno fornito la chiave di lettura di questo bel film, altrimenti difficile da trovare: la stupidità umana.

La regista ha specificato che non si tratta di un’opera sulla religione, che non è un lavoro a sfondo cattolico. È una storia piena di irona, ma senza alcun intento sacrilego. Quello della Hausner non è un film su Lourdes, ma un film che racconta una storia che si svolge a Lourdes: una giovane donna, colpita dalla sclerosi multipla, va in pellegrinaggio svogliato presso il santuario francese e viene miracolata quasi in silenzio. Intorno a lei tante persone stupide come possono essere quelle che non hanno alcuna scala di valori e vanno a Lourdes per far scomparire un semplice eczema, per vincere la solitudine o trovare una fidanzata.

Il giorno dopo aver visto Lourdes ho visto l’hype del momento, Avatar. A prima vista non potrebbero esistere opere più diverse. Lourdes è un film per pochi, con tempi lunghi, un budget limitato, personaggi difficili da caratterizzare, colori desaturati, interni anonimi e abiti modesti che ricordano i set di Kaurismaki. Avatar è una macchina per soldi, rozza nella divisione tra buoni e cattivi, fin troppo piena di effetti speciali, luci, colori, azione. Eppure in entrambe le pellicole si racconta il modo in cui l’essere umano vive il suo incontro con la dimensione invisibile. Non sono cervelli filosofici: la giovane donna miracolata e il marine (guarda caso, tutti e due costretti su una carrozzella) non sono abituati a pensare. Fino al momento in cui li incontriamo sullo schermo, hanno entrambi vissuto un’esistenza miope, hanno subito in silenzio la sofferenza e hanno obbedito agli ordini. Avranno magari anche riso del sacro, come fanno i marines che vogliono distruggere Pandora o come hanno fatto i giornalisti ultralaici alla proiezione di Lourdes.

Poi ecco l’incontro con la dimensione divina, la Madonna nel caso della Hausner, Eywa nel caso di Cameron, e il cambiamento: Christine, che prima si domandava perché la sclerosi avesse colpito proprio lei invece di un altro, inizia a interrogarsi sul perché sia stata guarita proprio lei tra tanti sofferenti. Jake il marine capisce le ragioni di quelli che gli avevano insegnato a vedere come nemici. Ci si perde nei parallelismi: Eywa è sotto le fronde di un enorme albero, la Madonna di Lourdes è in una grotta, come vuole certo cattolicesimo claustrofobico, da catacomba, diverso da religioni luminose come il panteismo (e Cameron è accusato da alcuni critici proprio di essere attratto da questo credo) o il Voodoo, quello buono, che considera gli alberi come cattedrali. Per fortuna esistono esempi rari di cattolici che hanno amato la natura, come Francesco e Thérèse de Lisieux.

Una grotta e una cortina fatta di rami. Due cavità, due uteri, due figure sacre femminili vegliate dalle suore e dalla sacerdotessa Mo’At. L’aveva detto anche papa Luciani, scatenando lo stupore: “Dio è più madre che padre”. Stupore inutile: quando siamo in pericolo esclamiamo: “Mamma!”. Ed è quindi a una divinità-mamma che ci rivolgiamo quando qualcosa in noi non va.*

Nella vita quotidiana la religione è l’ultima spiaggia, il trionfo spesso dell’ipocrisia. Ho visto sufficienti bestemmiatori ravvedersi e far brillare una minima luce di fede man mano che vedevano avvicinarsi la fine. So di altrettante persone senza alcuna profondità spirituale e coincidenti con i bisogni basilari del proprio corpo che, quando quel corpo-macchina si guasta, circondano il proprio letto d’ospedale di ritratti di santi. Molti vanno a Lourdes. Forse convinti dal ragionamento che Blaise Pascal faceva quando illustrava la sua scommessa: conviene credere in Dio. Se c’è abbiamo tutto di guadagnato. Se non c’è, non abbiamo perso nulla. Quelli che frequentano poco Port-Royal e più spesso Sanremo si ripetono il verso cantato dalla Vanoni, “Proviamo anche con Dio non si sa mai”. Tra loro sicuramente anche i protagonisti del film di Jessica Hausner che vanno a Lourdes spinti da una fede blanda (e stupida) che in alcuni si trasforma quasi in astio (stupido) verso la divinità che non li ha miracolati, che ha scelto quella donnetta insignificante in sedia a rotelle.

E inizia la tempesta di domande (stupide): perché lei, perché non io. Il sacerdote che accompagna il gruppo di pellegrini non sa rispondere. È un prete troppo umano: lo vediamo giocare a carte, bere, persino ballare con una suora nella festicciola finale. Dimentico di quelle assurde regole del cattolicesimo brutto e claustrofobico di fine Ottocento, come ne leggo nella Filotèa stilata nel 1897 dal sacerdote milanese Giuseppe Riva, per il quale un valzer e una canasta dovevano essere i peccati peggiori, tanto da spandere precetti in rima: “Le carte non più! Sovente nel giuoco si perde Gesù. E balli non più! Ballando calpesti l’amabil Gesù”. Come se a Cristo, che di sicuro avrà danzato a Cana durante il banchetto di nozze, interessasse più giudicare la nostra insana passione per il tango che il contenuto dei nostri cuori.

La verità è che alla divinità non interessa nulla di noi. Forse l’Energia, il Motore Immobile, il Grande Architetto dei Massoni, la Madonna di Lourdes, Padre Pio scelgono a caso coloro su cui porre il proprio dito taumaturgico. Per questo è stupido domandarsi perché Christine sì e io no. L’unica risposta sta in ciò che Neytiri dice a Jake quando lo scopre mentre prega davanti al grande albero per ricevere aiuto nella battaglia: “Eywa non sta dalla parte di nessuno”. Ecco, dobbiamo abituarci a questa divinità distratta e astratta, lontana da grotte e santuari. Quando anche la guida viene a mancare, quando persino papa Ratzinger, a proposito della Shoah, si domanda “Dov’era Dio in quei giorni?” ci si sente davvero smarriti e soli e abbandonati come i pellegrini della Hausner la sera, quando le giovani e stupide volontarie della Croce di Malta hanno spento le loro luci e sono andate a cercare uno stupido divertimento con i loro colleghi, lasciandoci nei nostri lettini, prede di una tristezza stupida.»

* In origine, e anche nell’articolo apparso su FilmTv, avevo erroneamente attribuito a Giovanni Paolo II questa frase. Per fortuna ho lettori molto attenti, come Leonardo P. che mi ha segnalato la cosa. Correggo e specifico che l’amabile Benedetto XVI in un suo libro scrive che il titolo di madre «non spetta a Dio che è solo ed assolutamente padre». Ecco quello che ci serve. Un Pontefice illuminato e conscio della dignità umana.

Povero Bersani.

Se ne sta rintanato nel suo studio, asserragliato dai giornalisti che gli chiedono un parere sulle recenti elezioni in Europa. E lui non sa cosa rispondere. Deve dire che è felice “del vento nuovo sollevato dalla vittoria della sinistra in Francia” oppure deve dirsi preoccupato “dell’avanzata delle destre in Grecia”?

Attenzione! Sto per fare una di quelle “sparate volgari e banali” cui devo la mia scarsa popolarità presso il raffinato pubblico dei giornalisti-blogger di impegno sociale, quelli abilissimi nel fare il taglia-e-incolla del già detto.

Sono rimasto basito nell’apprendere che dodici persone tra quelle che sabato hanno manifestato contro Green Hill sono state prontamente chiuse in carcere per aver liberato dei cuccioli di beagle. Pur comprendendo tutti i capi di imputazione mossi contro di loro, mi domando come mai di fronte a questo tipo di persone inermi la legge sia stata applicata con precisione meccanica. Quella cui non si ricorre ogni volta che viene bloccata un’autostrada o una stazione o quando, dopo la solita manifestazione di politica-folk antiqualcosa, vengono sfregiate di scritte imbecilli strade, palazzi e vetrine.

Eppure in tutti quei casi si tratta di operazioni chiaramente firmate. Sarà forse che i difensori dei cagnolini non fanno paura mentre gli altri hanno un aspetto inquietante?

È la solita storia dei vigili urbani milanesi che multano le vecchiette in sosta vietata mentre intorno a loro sfrecciano Porsche Cayenne a 120 km/h in piena Area C.

Bravi tutti.