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Odio il caldo, odio i week end. Un fine settimana torrido può quindi essere fatale. Per contrastarlo sono andato nel discount locale a fare scorta di succhi di frutta. E alla cassa, davanti a me, c’era lui. Sessantacinque anni, camicia aderente nera che conteneva a fatica una pancia perfettamente tonda, fatica condivisa da un paio di pantaloni altrettanto aderenti, catena con ciondoli, capelli ingrigiti, ma tenuti lunghi al collo. Stava comperando quattro confezioni di un dolce industriale a base di grassi idrogenati. Illuminazione immediata: il signore a vent’anni doveva essere  stato un fan del beat italiano. Avrà consumato decine di tacchi ballando i Pooh, i Dik Dik, Patty Pravo, l’Equipe 84, Caterina Caselli, sentendosi fieramente giovane. Mentre lo osservavo intento a contare gli spiccioli di euro in un pomeriggio di 45 anni dopo, mi accorgevo come quel dandysmo, quella fierezza non si fossero dissolti, benché tutto nel mondo sia  cambiato, persino le monete che stava contando a fatica. L’ho invidiato molto, perché lui era stato qualcosa e lo è ancora.

Mi sono spesso interrogato su cosa diventa l’arroganza giovanile quando si spegne, frustrata dal tempo. E mi sono ricordato di aver già scritto al riguardo. Appena a casa ho messo a dura prova Spotlight, ma ho trovato quanto cercavo. Cinque anni fa, all’incirca in questo periodo, venivo invitato a Torino come osservatore del festival Traffic. Uno dei miei compiti era scrivere una pagina di diario per ognuna delle quattro giornate dell’evento. Dedicai la prima a Lou Reed.

«Appena arrivato a Torino, appena entrato in albergo, appena preso possesso della camera ho capito che qualcosa non andava più nelle nostre esistenze. Perché un tempo nemmeno troppo lontano mi sarei avventato sul frigobar, aprendo con cura le bottigliette senza deformare i tappi, svuotandole del contenuto fino a lasciare sul fondo solo un dito di bevanda che avrei poi allungato con acqua a ricreare un effetto “bottiglia-intatta” agli occhi di distratti camerieri al piano.

Oggi invece la prima cosa che ho fatto è stata estrarre dalla borsa il portatile e controllare la presenza di reti WiFi per poter scaricare la posta elettronica.

E il gusto che ho provato collegandomi di frodo a una rete non protetta del vicinato era superiore a quello che mi dava lo svuotare una mignon di cognac, rabboccandola poi con acqua di rubinetto.

Il dubbio mi ha colto solo più tardi, durante il tragitto al Parco della Pellerina dove si sarebbe tenuto il primo evento musicale di Traffic, “Berlin” con Lou Reed. Cosimo, uno degli organizzatori, invitava la ragazza al volante a superare con scioltezza ogni vincolo e barriera di ingresso con l’incitazione “Passa, tanto siamo rock’n’roll”.

Ed ecco il dubbio che mi si è accomodato accanto sul sedile posteriore: era più rock’n’roll il vecchio furto alcolico con destrezza dal frigobar o lo è di più l’attuale scrocco informatico e deludente? Deludente perché dopo tanta ansia di scaricare la posta elettronica gli unici messaggi email ricevuti erano la solita pubblicità di viagra (sesso), la solita réclame di psicofarmaci (droga) e il solito file Power Point pieno di frasi vomitevoli dell’amica cucciolosa da mandare ad altri dieci amici che ami (compreso chi te l’ha spedito) altrimenti ti sarebbe successo di tutto. E questo rovinava la triade, perché non aveva alcunché di rock’n’roll.

Arivati con l’auto praticamente sotto il palco, tra lo sgomento della security, mi portano nel backstage e lì mi sono trovato faccia a faccia con l’elemento che latitava: il rock’n’roll.

Alle 20.00 dell’11 luglio 2007 il rock’n’roll aveva la forma di un signore piuttosto anziano e anonimo che fumava appoggiato alla balaustra fuori da un prefabbricato. Come un qualsiasi panettiere che, uscito dal negozio, ha attraversato la strada per godersi una sigaretta.

Solo che il panettiere si chiamava Lou Reed e non aveva attraversato solo la strada, ma l’intera storia della musica, anzi dell’arte, visto che culturalmente proviene da New York, città dove nessuno è mai stato troppo interessato a creare barriere tra le diverse discipline artistiche e gli stili. Non a caso le scene di “Berlin” sono opera di Julian Schnabel che fa il pittore, il regista, il musicista e tutto quello che ha voglia di fare.

Non riesco ancora a capire quando si è avuta la svolta, quando l’idea di rock’n’roll ha smesso di essere legata all’immagine di giovanetti pieni di energia e dediti agli stravizi più demolitori e si è invece sovrapposta a quella di anziane lucertole come Mick Jagger, di affezionati clienti di coiffeur come Rod Steward o David Bowie e di pensionati che litigano tutto il giorno con la moglie come Paul McCartney.

Guardando Lou Reed mentre fumava fuori dal suo camerino lo avrei inserito nella categoria lucertole pensionate, una di quelle cui hanno tagliato tante volte la coda, prontamente ricresciuta più affusolata di prima. La lucertola Lou Reed dava le spalle al sole declinante e fumava. Sembrava pulito.

Perché nel mio completo cialtronismo mentale categorizzante, mi sarei aspettato di vedere Lou Reed dentro le orbite plurime di polvere, droga, sporco, sguardi lascivi, un po’ come Pig Pen, il bambino dei Peanuts perennemente infangato. Non riuscivo a non pensare a ciò che lessi nel 1981 su un giornale di inserzioni gratuite. Non c’era l’email. Bisognava telefonare e dettare gli annunci alle segretarie che forse non erano molto versate in campo musicale. Perché quella volta lessi questo annuncio: “Cerco dischi di lurid”. E questo errore non fece che aumentare in me l’idea di un rocker talmente sporco da essere lurid(o). Avrei avuto quasi voglia di raccontare questo assurdo refuso segretariale a Lou, ma la traduzione avrebbe reso tutto complicato.

Ho preferito così fermarmi con una scusa a meno di 3 metri da lui, come per entrare di frodo nella rete WiFi emessa dal suo cervello.

Recepire per esempio la visione che negli anni Settanta dovevano avere a New York dell’Europa, fatta di un’attrazione per la decadenza e di un totale disinteresse verso teorie assurde come quelle della Scuola di Francoforte. Lou Reed è infatti la perfetta antitesi di Sergiu Celibidache, il direttore d’orchestra rumeno che si rifiutava di realizzare registrazioni discografiche in nome di quella noiosissima aura di Walter Benjamin secondo cui le registrazioni ucciderebbero la componente eterea e irripetibile che si ha nelle esecuzioni dal vivo. Con uno sberleffo a Benjamin (che per di più era berlinese), Lou Reed incise l’album “Berlin” nel 1973 e solo trent’anni dopo ha deciso di proporlo dal vivo, ritendendo forse che l’esecuzione live avrebbe distrutto quell’antiaura propria di un’opera troppo complessa e nata solo per essere incisa.

E muovendomi sempre da clandestino nella rete WiFi delle esperienze di Lou percepivo tutta quella inestricabile connessione di presenze del mio Pantheon, da Andy Warhol a David Bowie a Laurie Anderson, che lui ha visto, toccato, magari picchiato.

E poi, finalmente, ecco la rappresentazione. “Berlin” è definito un concept-album, altri la chiamano opera. E anche io la definirei opera, perché ha una storia drammatica, perché ha degli interpreti, un coro, una ciclicità musicale. Un’opera pre-verista. Con la “Traviata” Verdi introdusse una recitazione “realista” della trama, senza le continue ripetizioni di pochi versi, tipiche di tutto il melodramma precedente, su cui poi il soprano infiorettava variazioni e trilli ribattendo le sillabe. Lou Reed presentando “Berlin” parlò di una “storia realistica” e proponeva una storia in fondo simile a quella della Traviata (Violetta e Caroline vivono e muoiono da donne perdute). Però musicalmente riprende la struttura della ripetizione preverdiana: per esempio, l’infinita reiterazione del coro che canta “Sad song” mentre il ruolo di improvvisazione virtuosistica che era proprio del soprano tocca alla chitarra elettrica. Perché non si deve dimenticare che è rock’n’roll.

E sotto questa emozione, a termine concerto, avevo deciso di tornare in albergo e distruggere qualche suppellettile della mia camera. Ma davanti all’ingresso c’era una volante della Polizia. Qualcuno mi aveva preceduto e aveva già sfasciato la reception a colpi di Stratocaster? No. Si trattava solo di un falso allarme incendio. Tutto era silenzioso e tranquillo in hotel. E un po’ mi dispiaceva. Quale finale di giornata sarebbe stato più rock’n’roll della fuga da un albergo in fiamme nel centro di Torino?»

 

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L’ha pubblicato Libero. L’ha ripreso satisfiction.me. L’ha ricopiato dagospia.com. Poteva mancare qui? In versione integrale, per di più.

Non si stava meglio quando si stava peggio. C’era un tempo in cui i quotidiani relegavano la cultura solo alla terza pagina e non in allegati più simili all’adolescenziale Cioè che al New Yorker e che bisogna pur riempire, magari recensendo il romanzo di Alba Parietti. In quei giorni, il sussiegoso curatore di cose culturali del Corriere della Sera si vide recapitare una lettera di Lucio Battisti, già da tempo chiuso nel più discreto dei silenzi. Il cantautore chiedeva la pubblicazione del suo scritto, ma solo in terza pagina. «Non so nemmeno chi sia questo signor Battisti», disse quel curatore prima di cestinare la lettera. Che oggi il Corriere avrebbe sparato in prima, dove non si perita di pubblicare fondi socio-ambientalisti di Adriano Celentano. E a completare l’anamnesi giornalistica degli autoreclusi canterini, ecco Mina che è stata a lungo editorialista per La Stampa.

Proprio il quotidiano torinese sabato scorso ci ha ulteriormente dimostrato come l’accettazione del pop sia cambiata negli ultimi decenni e quelli che un tempo erano relegati alle copertine del Monello oggi sono materia di dotta discussione presso la casta professorale. Ecco quindi un’intera pagina dedicata a Vasco Rossi firmata da Massimiliano Panarari che parte da un ennesimo libro dedicato allo sconvolto cantautore, Vasco, il Male di Alessandro Alfieri  e Paolo Talanca (Mimesis).

La tesi del libro lascia allibiti: Vasco è un cattivo maestro non tanto per il suo uso di stupefacenti, quanto per la carenza di cultura contenuta nei suoi messaggi, la sua esaltazione dell’ignoranza, della trasandatezza e della volgarità. Panarari nel suo articolo si stupisce che queste accuse provengano da sinistra. E noi ci accodiamo al suo stupore, in quanto i difetti attribuiti a Vasco sono le basi filosofiche di ogni centro sociale. E poi sarà proprio l’ignoranza, la rozzezza di Vasco a salvarlo dal triste destino di un De Andrè, di un Calvino, di una Virginia Woolf, di una Björk, tutti veri cattivi maestri per liceali sfigati, zitelle iscritte al Club degli Editori, creativi pugliesi fuggiti a Londra e umanità varia con il culto della Cultura e dell’Intoccabile.

Il limite maggiore del libro sta nell’anno di nascita del suo autore: Alessandro Alfieri è nato nel 1982. Chiunque può scrivere di Caravaggio o Baudelaire basandosi sulle opere e sulle fonti storiche. Per parlare di Vasco non basta mettersi ad ascoltare i dischi o andarsi a rivedere i clippini con cui ci ha deliziato l’estate scorsa. Vasco è ancora materia troppo viva perché possa parlarne chi non ha vissuto certe cose.

Mentre Vasco esplodeva sul palco di Sanremo nel 1983 con Vita spericolata, Alfieri era alle prese con il biberon. E, peggio, quando Vasco nel 1982 in Vado al massimo temeva di diventare come «quel tale che scrive sul giornale», Alfieri forse non c’era ancora e non aveva letto l’articolo in cui Nantas Salvalaggio si scandalizzava per un “ebete piuttosto bruttino” che pareva lo spot dell’eroina e che la figlia seguiva a Domenica In mentre lui in poltrona leggeva Roth.

Insomma, la cultura e le dotte disquisizioni non sono sufficienti per attaccare Vasco. Bisogna aver vissuto il momento, bisogna aver preso il pullman che nel 1983 al sabato pomeriggio andava da Peschiera Borromeo a Milano. E lì, in mezzo a decine di skonvolti, rovinati dall’eroina, con i jeans a pelle, le finte clarks, le collanine indiane, si poteva comprendere la vera natura del fenomeno Vasco.

Quale cattivo maestro che travia una generazione! Vasco è arrivato a cose già fatte, si è trovato davanti una genia di tossici incalliti, nemici di ogni cultura, sporchi, maleducati. Tutta gente che provava ad ascoltare Jim Morrison o Bob Marley, ma non li capiva perché «cantavano in straniero». Quando venne Vasco che puzzava e parlava come loro, lo elessero a guida. Per sapere queste cose, e quindi per capire che cosa è stato Vasco, bisogna averle vissute, magari stando dalla parte della fredda new wave, con l’abitudine di lavarsi e il disprezzo per le camice all’indiana. Le ricerche e le speculazioni non bastano.

Ecco perché quel rasoio di Occam con cui Panarari nel suo articolo descrive il metodo critico degli autori, qui non funziona. Qui serve un Bic Usa, Riusa, Riusa Ancora e Getta. Perché gli skonvolti cercavano di spendere il meno possibile e si facevano persino registrare su cassette di bassa qualità i dischi di Vasco. I soldi servivano tutti solo per la roba.

Molti di loro riposano nei cimiteri dei paesini attraversati da quei pullman, li riconosci dalle due date troppo vicine incise sulle lapidi. Vasco è ancora qui e questa è un’altra colpa per gli autori del libro perché in tutti questi ultimi anni, dicono, non ha fatto che ripetersi.

Sarà anche vero. Ma Vasco ci ha messo trent’anni per perdere ispirazione. A Tiziano Ferro sono bastati due album. Ha forse ragione Morgan quando ritiene Vasco defunto da tempo. Forse dal momento in cui alla droga sporca dei tossici rantolanti per terra è subentrata quella pulita delle pastigliette. Quando il rallentamento biascicato e reiterato dell’eroina è stato moltiplicato nella velocità supersonica dell’ecstasy e dei beat che l’accompagnavano. Quando le periferie disagiate delle nostre città hanno iniziato a copiare l’emarginazione fighetta alla Trainspotting.

Allora, a partire dagli anni Novanta, Vasco è diventato inutile. Panerari gli rimprovera di non aver più composto cori da trasformare in inni. Ma chi potrebbe cantarli? Vasco sa perfettamente che dal Siamo solo noi si è passati al Sono solo io.

Sono solo io, uomo acciaccato, che da solo digito deliri al computer, ricompongo le stesse canzoni e rifuggo le charities pro-terremotati. Ma uomo ancora vivo e non farfalla spillata da studiare. Tanto meno da chi non ha mai preso quei pullman al sabato pomeriggio.

Quando lo si racconta ai ventenni, non ci credono. Eppure era appena l’altro ieri che in casa avevamo solo un televisore, sistemato bene in vista in sala. Orari di trasmissione limitati come quelli di lavoro di uno statale, due tinte e due canali. E il più piccolo della famiglia costretto ad alzarsi ogni volta per regolare il volume, per schiarire la visione quando c’era una scena notturna  e ottenebrarla quando Nicoletta Orsomando tornava sul video, pallida come una vampira.

Una vera schiavitù cessata quando anche da noi arrivarono i primi telecomandi, alla fine degli anni Settanta. Eppure quell’oggetto che ci ha cambiato vita e girovita esisteva sino dal 1955. Lo aveva inventato l’ingegnere statunitense Eugene Polley, morto ieri a 96 anni.

Detentore di 18 brevetti, Polley è l’uomo cui dobbiamo rivolgere un pensiero quando vediamo un dvd di Neri Parenti o quando guidiamo con i finestrini abbassati e Bob Sinclar a palla. Perché l’ingegnere ebbe un ruolo fondamentale nell’invenzione dei videodischi e dell’autoradio.
Ma il suo nome resterà legato per sempre al telecomando, invenzione epocale che gli fruttò solo 2000 dollari e uno speciale Emmy, il più prestigioso premio televisivo statunitense, assegnatogli nel 1977 per aver cambiato l’uso della televisione.

In Italia i telecomandi c’erano già a fine anni Cinquanta, ma erano rari e solo a filo. Se ne vede uno nel film del 1960 Il mattatore, con Gassman. Un generale in poltrona sta seguendo un western e quando entra la cameriera spegne rapidamente la tv con un telecomando a filo e finge di leggere. Anche allora si disdegnava pubblicamente la tv in favore della lettura. Benché poi…

È dal 1977 che il gadget si diffonde da noi a ogni livello, raggiungendo un’importanza maggiore che nel resto d’Europa. L’oggetto arriva contemporaneamente alla nascite delle televisioni libere. Dobbiamo cambiare canale più spesso di francesi e tedeschi, fossilizzati nel monopolio.

Pensate ai nostri anni Ottanta senza telecomando. Se per passare dall’Oroscopo di Verushka La Maga Dell’Amore alle televendite Aiazzone di Guido Angeli o alle emulazioni oratoriali della Corrida ci fossimo dovuti alzare ogni volta dalla poltrona per raggiungere il televisore, oggi saremmo un popolo di atleti e a Londra starebbero giá tremando.

Invece l’unica parte del corpo che abbiamo allenato è stato il pollice con cui non davamo requie al selettore. Sará stato per questo che negli anni Duemila anche i cinquantenni sarebbero diventati campioni europei di sms.

Se l’Italia dovesse lanciare un Voyager 3, invece dei dischi con Beethoven e i suoni della natura dovrebbe mettere il filmato che meglio ci racconterebbe a ipotetici extraterrestri. Il ragionier Ugo Fantozzi, a tavola, che gestisce due telecomandi con cui batte il record condominiale: 380 cambi di canale in 26 secondi netti.

Bistrattato dalla moglie, umiliato dai colleghi, Fantozzi trova l’unico ambito di potere nella detenzione del telecomando. «Tu comandi fino a quando, hai stretto in mano il tuo telecomando» avebbe cantato pochi anni dopo Renzo Arbore in La vita è tutta un quiz. La vita invece era tutta una lotta tra coniugi o tra genitori e figli per il possesso dello scettro a batterie. Chi lo impugnava decideva cosa si sarebbe visto in tv. Ma la guerra finì presto, almeno in Italia, dove iniziammo a dotare ogni stanza di un proprio televisore. Tot capita, tot telecomandi.

E il loro numero era destinato ad aumentare con l’arrivo di videoregistratori, lettori dvd, decoder satellitari e terrestri, impianti surround. La risposta dell’Ikea è immediata: una tasca da poltrona che accoglie tutto l’arsenale di comandi a distanza. Si chiama Flört. Un nome che significa flirt. Quello che ancora abbiamo verso l’invenzione del signor Polley che ci ha cambiato la vita.

(da Libero del 24 maggio 2012)

Cosa ardua essere adolescenti non-allineati negli anni Settanta, evitando manifestazioni e ignorando il diktat espresso da Eugenio Finardi in una sua bella canzone-manifesto: “mollare le menate e mettersi a lottare”. In quell’Italia cupa, la musica si ascoltava solo a casa sugli hi-fi, usando enormi long playing difficili da nascondere quando li si comperava.

Se il compagno di classe con l’eskimo scopriva che avevi usato i soldi della mancetta per comperare un disco di Donna Summer per te era finita. Eri un buffone, uno che non pensava.

Giovedì 17 maggio 2012. I notiziari radiofonici della sera aprono parlando della crisi, del rischio di un nuovo terrorismo e infine della morte di Donna Summer, avvenuta a 63 anni in seguito a un tumore. Per un attimo ti sembra di essere tornato al 1977, quando avevi in camera il calendario di Four Seasons of Love con Donna Summer distesa su un arco di luna, mentre gli impegnati avevano sul letto il poster di Ho Chi Minh.

Oggi i critici musicali che ai tempi la disprezzavano hanno pianto la scomparsa di LaDonna Andre Gaines, vero nome di Donna Summer, dimostrando ancora una volta di aver capito poco della disco music, un fenomeno che ha cambiato il mondo.

Donna Summer arriva sulla scena musicale nella seconda metà degli anni Settanta, quando la disco era già in declino. Per questo il suo produttore e autore Giorgio Moroder, italiano di Ortisei in cerca di successo in America, iniettò nei cinque dischi realizzati insieme idee che andavano oltre i vecchi stilemi.

La disco music era la rivalsa dei neri più poveri che in quell’universo di lustrini, luci psichedeliche e carte stagnole cercavano di avvicinarsi al mondo dei ricchi. Una aspirazione incarnata dagli Chic, quelli di Le Freak, dal look francesizzato e griffato. E che alla fine si allargherà a tutte le etnie cui il ghetto stava stretto, dagli immigrati italiani ai portoricani. Esemplare è il film che celebra e allo stesso tempo affossa il fenomeno della disco music, La febbre del sabato sera.

Ma già nel 1976 il suono black intriso di soul e r’n’b, i violini, il basso pulsante e i falsetti che caratterizzavano le produzioni pure della disco music non avevano più presa sul pubblico, così Moroder ricorse ad alcune idee geniali. Prima di tutto diede al genere una svolta elettronica. Poi puntò sul sexy. In piena era di liberazione sessuale fece scalpore il primo grande successo di Donna Summer, Love To Love You Baby, un brano lungo 15 minuti in cui la cantante simulava diversi orgasmi. La leggenda vuole che la Summer, poco più che ventenne, avesse inciso il pezzo al buio.

Infine rubò al rock l’idea dei concept album, dischi in cui tutte le canzoni erano legate da un tema. Ecco quindi Four Seasons of Love, quattro lunghi pezzi dedicati a un amore che nasce e muore nel giro di un anno, oppure Once Upon a Time, una rivisitazione della storia di Cenerentola.

La nuova disco di Donna Summer si afferma subito ed è la stessa Gloria Gaynor, Disco Queen legata al vecchio stile, a cederle lo scettro di nuova regina.

Il capolavoro del duo Moroder-Summer resta I Remember Yesterday, in cui ogni canzone è un tributo a un decennio. Si parte dagli anni Quaranta e si termina con quella che per Moroder sarebbe stata la musica del futuro, un pezzo tutto sintetico, fatto di fischi e pop corn scoppiettanti, I Feel Love. Un simbolo per la musica leggera come l’attacco della Quinta di Beethoven lo è per la classica. Ma soprattutto una previsione azzeccata.

Durante una immersione nel disco rigido alla ricerca di testi da includere nel nuovo Neoproletariato, ho ritrovato questo articolo scritto l’anno scorso.

“Un tempo si domandava ai bambini: “Cosa vuoi fare da grande?”. In giro ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani, ma la domanda è rimasta quella, pur variata in “Cosa farai nella quarta età?”.

I bimbi sognavano un futuro da astronauta o crocerossina, gli adulti sono più sconcertanti. Claudio Baglioni, cantautore di fama transgenerazionale, non ha dubbi: giunto alla canizie, si farà frate.

Lo racconta in una lunga intervista al settimanale A oggi in edicola e non c’è alcun intento situazionista dietro questa affermazione. Claudione racconta all’intervistatrice che sin da piccolo sentiva la vocazione. «Negli ultimi anni della mia vita andrò in convento: non è una battuta, è una riflessione che dura». Anzi, pare che da bimbo dicesse spesso alla mamma «Voglio farmi prete». Ma in un suo strano pezzo frammentato e proustiano,‘51 Montesacro (nomen omen), quella vena religiosa non andava oltre il normale iter di un qualunque bambino cattolico «la prima comunione e attento all’ostia e alle fotografie … pomeriggi all’oratorio e un prete e Cristoregni».

Alle fan risulta impossibile immaginare un Baglioni che abbraccia il monachesimo e quella sua regola benedettina, tanto stretta al punto che lui rinunciava a tutto. E invece per anni ha venerato in silenzio San Martiniano con quell’aria da eremita, che non gliel’ha detto mai, ma lui ne andava matto.

Dovevamo aspettarcelo. Baglioni è romano, ma la sua famiglia è originaria dell’Umbria, la terra di San Francesco. E nel 1972 aveva inciso “Fratello Sole, Sorella Luna” per il film di Zeffirelli. Ma  l’idea di un Baglioni chiuso nella sua cella, accoccolato ad ascoltare il priore, ci lascia basiti solo per un istante, perché il vero scoop dell’intervista è altrove: Baglioni supera a sinistra il suo mentore Walter Veltroni. Più buonista del maestro, Claudio si mette a dialogare con Berlusconi, come Francesco fece col lupo. E va oltre: in un alternarsi politicamente un po’ ingenuo, prima condanna il fora di ball di Bossi, definendolo:  «il pensiero di una persona che si sta scolando un grappino in un bar di Belluno», poi tesse le lodi di Maroni, come politico e come musicista. E arriva a sognare l’impossibile: «Io, Berlusconi e Maroni in un concerto per Lampedusa. Berlusconi adora cantare, adora il palcoscenico, adora stupire. E ha ancora un appeal formidabile: giri il mondo e c’è solo lui … Dobbiamo riuscire a convincere anche Roberto Maroni … è un ottimo pianista-organista».

Impensabile fino a poco tempo fa, quando Walter sedeva in prima fila ai concerti di Claudione, agitava gli accendini quando partiva E tu… e nel 1998, durante il concerto allo Stadio Olimpico, specificava ai cronisti che la figlia era una superfan di Baglioni. «Martina ha due passioni: Baglioni e i Beatles». E con orgoglio aggiungeva: «Tanti anni fa, quando lo accusavano di essere melenso e sdolcinato, io l’ho difeso». Pare di vederlo Walter nel 1973 che lottava sulle bariccate cantando Amore bello invece di Bandiera Rossa.

E nel 2004, quando Claudio si laureò in architettura (come Fra Luca Pacioli! Francescano, matematico e teorico vitruviano!), Walter si spinse oltre e gli propose di riqualificare l’area del gasometro. A due mesi dalla laurea, senza iscrizione all’albo, senza abilitazione. La cosa finì lì, tra l’indignazione degli architetti professionisti. Ma era un altro segno dell’amorazzo di due cuori che battevano a sinistra. E decisamente veltroniana è la kermesse O’ scia che Baglioni organizza ogni estate a Lampedusa nel nome della musica etnica, una delle tante passioni del polimorfo Walter.

Sembrava un amore destinato a durare, anche se le strade dei due personaggi parevano doversi dividere: Veltroni, deluso dalla politica, se ne sarebbe andato in Africa. Baglioni, desideroso di silenzio, in convento. Walter è ancora tra noi e di sicuro Claudione, come canta in Io sono qui, «tra sparare e sparire sceglie ancora di sperare» e in convento passerà solo per comprarsi una bottiglia di amaro benedettino.

Amaro come il calice che Walter manderà giù oggi leggendo nell’intervista ad “A” una notizia esplosiva: Claudio, gira che ti rigira, è diventato intimo di Silvio.

Si inizia con un ripensamento generale, in cui Baglioni ammette che Berlusconi, guardato con sospetto nel 1994, ora gli appare molto meglio di come viene raccontato. «Silvio non è snob, non è aristocratico come succede spesso alle persone di potere. L’ho osservato stringere la mano a cinquecento persone di seguito ma non perché lo deve fare, ma perché gli piace farlo. In questo è naif, è spontaneo. Lui non si vergogna a dire “facciamo il partito dell’amore”, è sincero».

Pare addirittura che il Presidente del Consiglio telefoni a Baglioni nei momenti di sconforto e gli dica: «Claudio… sono stanco, questa politica mi ha sfinito, mi ha deluso. Sai continuo a chiedermi chi me l’ha fatto fare … Claudio sei fortunato. Beato te che canti, suoni, fai innamorare le ragazze».

Come al solito, Silvio arriva per primo e, saputo dell’aspirazione conventuale del musicista, già lo usa come confessore.

Epilogo? Veltroni, col cuore infranto, scappa davvero in Africa (Alè-oò!). Baglioni, in convento organizza un concertone gregoriano con Maroni. Ma anche Berlusconi. E, con un vassoio di grappini, magari arriva anche Bossi da Belluno.”