L’inverno scorso giravo per forum di meteorologia perché non faceva mai abbastanza freddo. In una di quelle pagine, un esperto esprimeva la sua preoccupazione perché da molto non si verificavano precipitazioni. E poi gli effetti della siccità prolungata si fecero sentire. Ma tra i commenti aggiunti al parere del meteorologo mi colpì quello di un povero mentecatto che scriveva: “Meglio cosìììì… sole e mmmare!!!”. A lui e a tutti coloro che davanti a qualsiasi polla d’acqua malsana si spogliano e diventano pazziii! dedico questa immagine. Scaricatela e usatela come sfondo per i nuovi smartphone da sfoggiare in spiaggia.

La Triennale ha organizzato con Gillo Dorfles una grande esposizione dedicata al kitsch. Non sono ancora riuscito a visitarla, ma già tremo pensando a ciò che accadrà tra molte Mediocri Redattrici. Il femminile è d’obbligo, perché sono soprattutto le signore a usare il termine kitsch, accompagnandolo con un grazioso arricciamento dei nasini spesso innaturali.

Condivido pienamente la definizione che del kitsch diede Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere: il kitsch è la rimozione delle brutture dalla nostra vita. Kundera scriveva rimozione della merda. Ho addolcito il termine proprio per compiere un atto kitsch.

Ogni volta che compiamo quella rimozione operiamo in realtà una addizione. Per rendere meno volgare un oggetto lo rendiamo ancora più volgare aggiungendovi una patina di presunte bellezza, ricchezza, dignità che tali non sono.

Il mio kitsch è quindi ben diverso da quello che molti considerano tale. Un servizio da tè barocchetto che la Mediocre Redattrice definirebbe kitsch con un sorrisino di compatimento è in realtà figlio di una preciso gusto legato a un’epoca. La Mediocre Redattrice non ha la cultura necessaria per eseguire la giusta attribuzione delle produzioni artistiche e solitamente condivide con i teen ager l’idea che tutto ciò che è vecchio è equiparabile al brutto. A meno che qualche altra Mediocre Redattrice appena più potente non decida di usare il bollino Vintage. Così nascono gli errori, l’idea che kitsch sia sinonimo di cattivo gusto e che quel cattivo gusto appartenga sempre a un’altra epoca e, soprattutto, ad altri esseri umani.

Invece il kitsch nasce proprio quando si gioca a fare la donna à la page, nascondendo le proprie brutture naturali, e quindi giustificabili, con altre brutture artificiali, e quindi condannabili. Decorare un fondo schiena cellulitico con un tatuaggio tribale è kitsch perché cerca di rimuovere la bruttura, creandone però un’altra.

Come avviene per certe rappresentazioni popolari dei soggetti religiosi. Il Cristo dai boccoli biondi o la Madonnina vestita d’azzurro sono prodotti kitsch in quanto rimuovono da quelle immagini il sangue, la sofferenza e lo sporco che ricopriva gli abitanti della Palestina di 2000 anni fa. Tutte cose che in un milieu per bene non possono essere mostrate.

Certe immagini sacre tridimensionali vendute per strada dai pakistani, quelle in cui il volto di Gesù si trasforma in una colomba, non sono kitsch, benché la solita Mediocre Redattrice potrebbe definirle tali. Sono soltanto bizzarria, una categoria del tutto diversa.

Ma quando non si hanno gli strumenti necessari per analizzare tutto finisce nello stesso calderone del kitsch o, peggio, del trash. La Mediocre Redattrice non concepisce la regola base del kitsch, ovvero la riduzione di qualunque cosa al livello del grazioso. In quarta di copertina del volume Kitsch, curato dallo stesso Gillo Dorfles, c’è una tazza dal bordo oro zecchino, decorata con la svastica nazista. Ecco il kitsch: l’orrore al massimo livello, l’ideologia nazista, reso grazioso perché applicato sulla tazza da tè con finiture in oro zecchino che richiama eleganti consessi di signore perbene.

La ripulitura dello sgradevole attraverso una patina di grazioso e di sentimentalismo rendono davvero kitsch prodotti come il musical West Side Story, i romanzi di Federico Moccia, la visione del popolo nelle pubblicità della Coop, le sfide di Amici, la musica di Giovanni Allevi, il mondo candito delle troppe mamme-giornaliste.

Dal 1968, anno della prima edizione del libro di Dorfles, a oggi nulla è cambiato. Il kitsch ha conservato la sua meccanica immutabile di parolina magica che aiuta persone mediocri a trasformarsi in paladine del buongusto. Al massimo si è notato un certo atteggiamento che porta a esporre oggetti strani, particolari, imbarazzanti sottolineando però numerose volte che lo si fa per gioco, per spettacolarità. Che niente di tutto ciò rientra nell’ambito reale del proprio gusto. Chi ha letto l’ormai lontano Andy Warhol era un coatto (e ogni volta chiedo scusa per il titolo che non è opera mia) ricorderà che questo atteggiamento è propriamente camp.

Chi mi conosce personalmente e non solo attraverso le futile scrittura non riesce a crederci. Davvero giovedì sera ero davanti al televisore con i due amici più intimi a divorare pizze (carboidrati dopo le 20!) e tifare per l’Italia? Sì, davvero. Aggiungo che ho sentito molto la cosa. E benché non capisca molto di quello che avviene in campo, domenica replicherò.

Non c’è alcun disegno dietro questa mia forse momentanea conversione al tifo indiavolato & rutto libero. Sentivo di farlo e l’ho fatto. Allo stesso modo in cui avevo apertamente snobbato la kermesse mondiale del 2006, quando già presentivo la crisi imminente e vedevo l’orgia di tatuaggi, tv al plasma e popopopò come l’espressione finale di un popolo cieco.

Sono passati sei anni, i tatuaggi si sono scoloriti, i plasma hanno rivelato la loro scarsa affidabilità e mi sembra che pochi, per fortuna, osino cantare quel gutturale coro. Abbiamo toccato il fondo, su cui stazioniamo in attesa che qualcosa ci riporti su. Sarà stato per questo che ieri mi sono tifosizzato. Ho condiviso involontariamente il sentimento di rivalsa di una nazione che forse sta capendo di essere stata troppo cicala e che ora viene punita troppo duramente.

Solo nel pomeriggio di oggi, venerdì, mi sono reso conto di aver fatto la scelta giusta. Ho capito che ho fatto bene per una sera a darmi alla pizza e al pallone dopo aver riascoltato e riletto gli interventi anti-italiani di Grillo, Marco Travaglio e di tutta la banda dietrologo-complottista che si moltiplica su blog, trasmissioni d’approfondimento, rubriche sui giornali che contano. Quelli che detestano la televisione pur essendone ingranaggio onnipresente e cafone. Basta vedere come siedono scomposti, sdraiati come vacche, sulle solite poltroncine di RaiTre e La7.

Sono piombo, zavorra pesante dell’intraprendenza e della fantasia, freno alla ripresa e al cambiamento, affossatori di entusiasmi, agguerriti difensori della propria seggiolina mediatica. Un esercito allo sbando che non ha più un nemico e cerca mille maniere per non finire nell’oblio. Ed eccoli gufare contro l’unico elemento che, magari anche figlio del populismo, può essere un collante per rimettere insieme milioni di delusi, depressi, disperati.

Siamo sopravvissuti agli anni di piombo. Cosa mai sarà sbarazzarci degli zanni* di piombo?

*Lo zanni, nella Commedia dell’Arte, era la maschera che rappresentava il servitore sciocco.

Ora, mettiamo che invece di aver buttato via la mia esistenza tra le peggiori scempiaggini io fossi oggi un imprenditore cinquantenne benestante e proprietario di un paio di aziende. Credete che assumerei uno che mi si presentasse con questa faccia spiritata da Apparizione a Međugorje e quell’impressionante curriculum CEPU a metà prezzo?

P.C. mi manda una mail che ben si addice a questa immagine. Mi segnala un libro di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie (ISBN Edizioni) e mi acclude anche il testo di quella che deve essere la quarta di copertina (che comunque immagino splendida come sono tutte le copertine di ISBN, davvero un unicum nello sconfortante panorama grafico-editoriale che osserviamo nella patria del design).
«… uno dei tanti ritratti, geniali e disarmanti, che il protagonista di questo libro fa della sua generazione di idealisti e insicuri, impiegati di call center e aspiranti professori … la storia di un dottorando padovano e dei suoi – altrettanto precari – coinquilini, che, tra un prosecco di sottomarca e un pezzo rock improvvisato in sala prove …».
Purtroppo le misere condizioni dei precari sono diventate un canovaccio da Commedia dell’Arte, gremito anch’esso di maschere rinnovate: el siorazo  de la multinaxionale, el poareto del colsènter, la tosa che fa la zerca ne la università… Così si svilisce la gravità del problema, mentre il birbo fa i schei.

PS: il pezzo rock improvvisato… certo, rock fa giovane. Ma chi suona ancora rock in Italia mentre le classifiche sono piene di rapper e si usano per lo più  i computer? Ricordo che questo insistere sull’equazione rock = giovane era già vecchia ai tempi della prima Silvia Ballestra, vent’anni fa. Oggi sa di sala d’aspetto dell’INPS.

La Grecia sta già vivendo momenti terribili. Aggiungervi anche un commento di Chiara Gamberale mi sembra puro sadismo.

 

Che cosa faccio? Un altro instant book?

Contravvenendo alla mia sana abitudine di non includere i commenti al blog (tanto a scrivere sono solo gli offensivi lettori trasversali), inserisco alcune mail ricevute a proposito del post Pure Shit.

G.P.D. scrive
Conosceva questo? Non so cosa aspettino i due blog piagnoni di corriere.it a contattare l’autrice. Qui ci sono delle perle come il nazionalismo meridionale (non sono coraggiosa, sono sarda), esperienze come scalare la muraglia cinese che diventano parte del curriculum, una mancanza totale di modestia e lucidità («Passo il primo colloquio telefonico, la Media Relations & Events Manager mi adora e “caldeggia la mia candidatura”» per quello che poi si rivelerà essere un lavoro a 700 euro). All’inizio c’è scritto Riproduzione consigliata.

Rispondo a G.P.D.
Non ne posso più, davvero. Non ne posso più di queste persone che passano da un’esperienza banale all’altra, convinte di essere speciali. Gente che crede di diventare giornalista frequentando facoltà-fuffa. Gente che si fa ritrarre con la digitalona in mano e poi produce cartoline sfocate. Gente che pensa per età, per regionalismi. E tutti i giovani sono buoni e tutti i vecchi sono cattivi. E i sardi sono testardi e vittime e i milanesi sono cattivi e famelici.
Ho solo una risposta ormai. Questa.

G.P. scrive:
Le volevo segnalare, se le interessa, che la ragazza che ha scritto l’articolo su corriere.it vanta tra i suoi amici di Facebook vari aristocratici dai nomi altisonanti e rampolli delle più importanti “dinastie industriali” italiane. Inoltre, tra i suoi album di foto spiccano le immagini dell’allevamento di cavalli di famiglia. Direi che  il Corriere come al solito si dimostra molto sensibile alle problematiche di questi poveri trentenni costretti ad emigrare per trovare argomenti da salotto per le prossime vacanze in Costa Smeralda.

Rispondo a G.P.
L’unica risposta possibile è grazie! Non sono su Facebook da anni (i motivi sono noti) e quindi non posso verificare certe realtà. Ho visto che la suddetta riesce a essere allo stesso tempo dalla parte di Sabina Guzzanti e di Anne Wintour. Credo di essere più coerente io: per me esiste solo la Wintour. Ed è sbellicante vederla iscritta al Forum della Meritocrazia!!!
Per consolarmi andrò a rileggermi Il diario della signorina Snob di Franca Valeri oppure qualche pagina di viaggio scritta da Alberto Arbasino. Sono righe piene di grandi borghesi, nobili, titolati e industriali. Ma almeno lì nessuno finge di essere vittima del sistema che papy ha contribuito a creare.
PS: un giorno marceremo su via Solferino!

V.P. scrive:
Utile è quanto ho visto a Dublino (in vacanza da mia sorella che vive lì, non per “disgusto” italico ma per (!) amore). L’esotica (quanto Milano) Dublino, è invasa da numerosi creativi (in realtà impiegatucci, solo un po’ più trasandati) che hanno lasciato Milano (ripeto, City identica a Dublino) perché guadagnavano 1000 euri e l’affitto costava 700 euri. Ora vivono e lavorano felici lontani da Milano ( = Dublino) in un bilocale a 900 euri al mese e guadagnano 1300 euri. Ovvio che poi papy interviene a ogni fine mese.

Rispondo a V.P.
Non mi scrivi nulla che io già non abbia sperimentato di persona. Persone senza alcun talento o specializzazione che abitavano in tristi monolocali in periferia e  poi partivano convinti che il favoloso estero fosse la soluzione a ogni loro problema. Lì sarebbero stati coperti di soldi senza nemmeno lavorare e avrebbero fatto la stessa vita che avevano provato durante uno squallido weekend alcolico low cost. Finiva che abitavano in una periferia ancora più brutta di quella meneghina e mi scrivevano mail in cui dicevano: «Torno in Italia perché qui nei supermercati di Amsterdam non si trova la pasta di grano duro». La racconto spesso, ma ogni volta stento persino io a credere che esistano persone così sprovvedute.

D.A. scrive:
Può darsi che la mia personale esperienza non sia indicativa, ma ho notato che a fare discorsi del tipo «Che schifo l’Italia, bisogna emigrare» sono soprattutto persone con lavori prestigiosi e ben retribuiti: autori televisivi di successo, chirurghi con redditi mensili a cinque zeri, professionisti con comodi posti fissi. Il convivente di mia cugina, che fa il lattoniere e si alza ogni mattina alle cinque, non l’ho mai sentito fantasticare di fughe all’estero. E dire che lui, forse, ne avrebbe ben donde.

Rispondo a D.A.
Sono gli stessi misteriosi meccanismi che causano intolleranze alimentari al nomicillo di sodio nelle art director di Brera, mentre i braccianti lucani mangiano di tutto, senza problemi.

P.C. scrive:
A proposito di film di quando si stava meglio che raccontano di come si stesse da schifo, non so se hai presente Sfrattato cerca casa equo canone di Pingitore con Pippo Franco. Ora, anch’io vado matto per la commedia all’italiana più blasonata (Un borghese piccolo piccolo… cosa mi hai fatto venire in mente) e un film di Pingitore potrebbe fare pensare a una gran boiata, in realtà in quel film c’è un ritratto di un’epoca e di un tipo di italiano (forse i genitori dei tuoi Neoproletari) davvero riuscito. C’è il film completo su YouTube.

Zeniba scrive:
Una cosa su cui combatto ogni giorno sono tutti questi 30enni che dicono: «Come possiamo farci una famiglia se non possiamo comprar casa». Prima degli anni 90 io tutti questi operai con casa di proprietà non li avevo mai visti. È materia moderna quella secondo cui  «tutti devono vivere in casa di proprietà».
I miei cambiavano casa in base al potere economico. Quando erano un po’ più ricchi, si andava in una casa più grande, se calavano le possibilità si andava in una casa dove c’erano solo 2 camere con bagno e cucinino. Eppure di figli se ne facevano eccome, molti più di ora.
Sono tutti insopportabili. E poi vanno a mangiare in quegli agriturismo «tutto compreso, primo secondo caffè e ammazza caffè» e dicono di aver mangiato benissimo e costa tutto pochissimo. Guai ad ammettere di aver preso una gran fregatura.
Meglio lamentarsi invece col pakistano che ti porta la pizza a casa per 3,50 euro: «Controllo perché l’altra volta era cotta troppo».
Andate a fare in culo, magari fuori confine, trentenni di merda (scusa il francesismo, mi è andato in fuga un attimo il cervello).

Rispondo a entrambi.
Non ricordo più dove l’ho scritto. Però da qualche parte devo aver parlato di certi personaggini, del tutto assimiliabili a quelli che oggi sono presentati come vittime su 27ora o viasolferino28, che mi deridevano perché abitavo in una casa di mia proprietà.
«La trovo una scelta borghese e inutile. Io e il/la mia compagno/a* siamo in affitto perché tanto oggi siamo qui, domani potremo essere a Berlino o non so dove…»
Potere della Rete che mi permette di controllare a distanza queste persone e vedere che, dopo anni, non solo non si sono trasferite nelle loro illusorie metropoli estere, ma continuano a lavoricchiare per pagarsi la stessa stamberga in affitto.
Sono i classici Alieni di cui ho illustrato le miserie in Astrakhan. E come certi alieni hanno la capacità di trasformarsi in base a chi hanno davanti. Fanno le vittime sacrificali se parlano con i giornalisti, fanno gli arroganti se parlano con me. Purtroppo sono talmente paraculati che se la caveranno sempre.

* Nella Grande Classifica Generale dei Termini Più Stronzi trovo che compagno/a occupi le primissime posizioni.

Lo so. Ripeto le stesse invettive. Ma solo perché loro ripetono le stesse boiate. Ormai non varrebbe più la pena commentare i deliri giornalistici di certe sezioni in corriere.it. Però, come trattenersi davanti a questo, alla foto da divetta in auto con gli occhialoni neri (ma chi si crede? Oriana Fallaci?) o quando si legge che «A metà degli anni Settanta (…) era facile trovare un posto di lavoro, comprare una casa, costruire una famiglia e quindi lavorare e riuscire a vivere le relazioni. C’era posto per tutti e questo vuol dire entusiasmo, fiducia e progettualità.» A metà degli anni Settanta fiducia ed entusiasmo! Negli anni in cui, mentre attraversavo la strada per andare a scuola in via De Amicis a Milano, c’era un tizio mascherato in mezzo alla carreggiata con la pistola puntata, immortalato in una celebre foto. Negli anni più neri della crisi petrolifera e dell’austerity…

Era facile trovare lavoro! Se la carenza in cultura letteraria non fosse pari a quella in storia recente, ci si ricorderebbe dei mille sotterfugi cui ricorre il protagonista di Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami (1976) pur di trovare un posto di lavoro al figlio.

Che se ne vada. Subito. Ogni volta che un figlio di papà passa il confine la nazione plaude. L’importante è che non torni.

Perché la mia paura è che stiano per tornare. Tutti quelli che hanno giocato a fare i confinati volontari a Parigi o ad Amsterdam per sfuggire alla “dittatura italiota” e che avrebbero davvero meritato il confino, quello vero, quello inflitto dal fascismo ai dissidenti. Torneranno tutti quelli che si sono proclamati resistenti, infangando la memoria dei Partigiani che hanno conosciuto la fame, la sofferenza e la morte, mentre loro ingrassano presso qualche amico dove si rovinano di canne e scrivono librini che per fortuna vengono dimenticati ancora freschi di stampa.

Non ricordo più il nome di un tale  che aveva pubblicato un poco interessante romanzetto autobiografico rimasto per una settimana scarsa a impolverarsi nelle librerie prima di essere rimesso negli scatoloni delle rese. Nelle note di copertina l’autore specificava di essere scappato a Parigi, dove vive facendo il lettore e il traduttore per Adelphi (che saggiamente non gli ha pubblicato il libro).

Ora, Parigi è una delle città più care del mondo. Le spiegazioni sono quindi solo due: o Adelphi compensa lettori & traduttori con cifre pari agli stipendi manageriali. O dietro tutti questi Cervelli In Fuga c’è la solita figura orwelliana del Big Father.

*In inglese, tanto i Cervelli in Fuga non dovrebbero aver problemi a tradurselo da solo, visti i loro prolungati soggiorni ça et là.

Ho sempre diffidato di chi arrivava in qualche redazione radio-televisiva vantando una laurea triennale in Scienze della comunicazione. Sarà stata quell’aria da saputello, da giovane pronto a sbaragliare i cattivi della casta quarantenne. O forse il continuo e vacuo far cadere i nomi maledetti di Baudrillard, McLuhan e Barthes anche quando bisognava decidere se mangiare in mensa o andare fuori.

Ieri, su un sito dell’università Statale di Milano, ho affrontato il test di ammissione simulato alla facoltà di Scienza delle comunicazioni. E da ieri la mia diffidenza verso quei laureati è raddoppiata.

Il test è vergognoso. Comprende venti domande a risposta multipla. Alcune non hanno alcun legame con la materia che poi si studierà. Domande di presunta logica o che richiamano una lontana insiemistica appresa alle elementari.

Poi quesiti culturali difficilissimi su «quale tra le seguenti opere liriche non è stata composta da Mozart» o «chi ha promosso il Compromesso Storico nel 1973». Siamo ai livelli dell‘Edipeo enciclopedico della Settimana Enigmistica. E persino un quiz grammaticale in cui bisognava individuare la frase scorretta. Che poi era quella che conteneva la parola “coscenzioso”, scritta senza i.

Ho visto domande così imbarazzanti solo nel famoso Questionario dei Tre Giorni che concludeva le visite di leva. Ricordo ancora la casella in cui bisognava indicare la frase corretta tra: «Ieri è scoppiato un violento acquassone» e «Ieri è scoppiato un violento acquazzone». Commentandola dopo, con un mio vicino di banco calato in via Pagano delle valli bergamasche, mi sentii dire che la risposta giusta era «acquassone», perché «le z le usano i terroni che non sanno l’italiano». Sicuramente quel ragazzo oggi prepara i test di ammissione alla facoltà di Scienze della comunicazione.

Ho realizzato un punteggio di 18/20, cadendo su due domande di logica, di cui sono carente, per di più formulate in maniera scorretta. Sto pensando seriamente di iscrivermi. È l’unico posto in cui potrei sentirmi come Gesù dodicenne al Tempio tra i Dottori.

Ecco il Collateralino cui accennavo nel post sulla lettura trasversale.

“Quanti problemi hanno i critici militanti? Troppi.

In primo luogo sono convinti che il passato sia stato migliore del presente. Lo dicono i vecchi che l’hanno vissuto e dovrebbero sapere quanto poco sia cambiato. Lo ripetono i giovani, quelli che pur se nati nel 1984 parlano come se avessero partecipato al Sessantotto e alla Carboneria.

Invece nel mondo non cambia niente. Me ne accorgo ascoltando certe dichiarazioni di Nanni Moretti, presidente di giuria a Cannes, che se la prende con «i film americani troppo costosi, troppo laccati, levigati e poco forti». Pare di rileggere i tremendi strali che da sinistra giungevano a Luchino Visconti quando lasciò i pescatori siciliani al loro destino per diventare cantore di scenari decadenti maniacalmente laccati e levigati.

In secondo luogo, questi moralisti pervengono con notevole ritardo ai fenomeni, dimostrando quando siano scollegati dalla realtà.

Simili critici hanno trovato una invitante palestra nel film di Matteo Garrone premiato a Cannes, Reality. Tutti si sono lanciati a stigmatizzare questa Italietta «abbacinata dal facile successo televisivo». Ora, il fenomeno del Grande Fratello è globale, ma il critico militante non lo sa. La sua visione non va al di là della trattoria romana in cui fa cose e vede gente, ammazzandosi di carboidrati (alla Dukan arriverà tra una ventina d’anni).

Garrone viene incolpato di non aver fatto un film politico di forte polemica contro la televisione. Non credo fosse quella l’intenzione del regista che ha preferito raccontare una storia e non fare inutili proclami. Il suo unico errore, semmai, è l’essere arrivato troppo tardi a raccontare qualcosa che già poteva essere raccontato dieci anni fa.

E che in fondo era stata già raccontato nel 1958 da Camillo Mastrocinque in Domenica è sempre domenica, film che racconta un’Italia «abbacinata dal facile successo televisivo» dove tutti, dal severo industriale alla procace cameriera, sognavano di arricchirsi con Il Musichiere.

Ma il critico militante non lo sa, perché non ha mai avuto l’umiltà di studiare quel passato che tanto rimpiange.”