Odio il caldo, odio i week end. Un fine settimana torrido può quindi essere fatale. Per contrastarlo sono andato nel discount locale a fare scorta di succhi di frutta. E alla cassa, davanti a me, c’era lui. Sessantacinque anni, camicia aderente nera che conteneva a fatica una pancia perfettamente tonda, fatica condivisa da un paio di pantaloni altrettanto aderenti, catena con ciondoli, capelli ingrigiti, ma tenuti lunghi al collo. Stava comperando quattro confezioni di un dolce industriale a base di grassi idrogenati. Illuminazione immediata: il signore a vent’anni doveva essere  stato un fan del beat italiano. Avrà consumato decine di tacchi ballando i Pooh, i Dik Dik, Patty Pravo, l’Equipe 84, Caterina Caselli, sentendosi fieramente giovane. Mentre lo osservavo intento a contare gli spiccioli di euro in un pomeriggio di 45 anni dopo, mi accorgevo come quel dandysmo, quella fierezza non si fossero dissolti, benché tutto nel mondo sia  cambiato, persino le monete che stava contando a fatica. L’ho invidiato molto, perché lui era stato qualcosa e lo è ancora.

Mi sono spesso interrogato su cosa diventa l’arroganza giovanile quando si spegne, frustrata dal tempo. E mi sono ricordato di aver già scritto al riguardo. Appena a casa ho messo a dura prova Spotlight, ma ho trovato quanto cercavo. Cinque anni fa, all’incirca in questo periodo, venivo invitato a Torino come osservatore del festival Traffic. Uno dei miei compiti era scrivere una pagina di diario per ognuna delle quattro giornate dell’evento. Dedicai la prima a Lou Reed.

«Appena arrivato a Torino, appena entrato in albergo, appena preso possesso della camera ho capito che qualcosa non andava più nelle nostre esistenze. Perché un tempo nemmeno troppo lontano mi sarei avventato sul frigobar, aprendo con cura le bottigliette senza deformare i tappi, svuotandole del contenuto fino a lasciare sul fondo solo un dito di bevanda che avrei poi allungato con acqua a ricreare un effetto “bottiglia-intatta” agli occhi di distratti camerieri al piano.

Oggi invece la prima cosa che ho fatto è stata estrarre dalla borsa il portatile e controllare la presenza di reti WiFi per poter scaricare la posta elettronica.

E il gusto che ho provato collegandomi di frodo a una rete non protetta del vicinato era superiore a quello che mi dava lo svuotare una mignon di cognac, rabboccandola poi con acqua di rubinetto.

Il dubbio mi ha colto solo più tardi, durante il tragitto al Parco della Pellerina dove si sarebbe tenuto il primo evento musicale di Traffic, “Berlin” con Lou Reed. Cosimo, uno degli organizzatori, invitava la ragazza al volante a superare con scioltezza ogni vincolo e barriera di ingresso con l’incitazione “Passa, tanto siamo rock’n’roll”.

Ed ecco il dubbio che mi si è accomodato accanto sul sedile posteriore: era più rock’n’roll il vecchio furto alcolico con destrezza dal frigobar o lo è di più l’attuale scrocco informatico e deludente? Deludente perché dopo tanta ansia di scaricare la posta elettronica gli unici messaggi email ricevuti erano la solita pubblicità di viagra (sesso), la solita réclame di psicofarmaci (droga) e il solito file Power Point pieno di frasi vomitevoli dell’amica cucciolosa da mandare ad altri dieci amici che ami (compreso chi te l’ha spedito) altrimenti ti sarebbe successo di tutto. E questo rovinava la triade, perché non aveva alcunché di rock’n’roll.

Arivati con l’auto praticamente sotto il palco, tra lo sgomento della security, mi portano nel backstage e lì mi sono trovato faccia a faccia con l’elemento che latitava: il rock’n’roll.

Alle 20.00 dell’11 luglio 2007 il rock’n’roll aveva la forma di un signore piuttosto anziano e anonimo che fumava appoggiato alla balaustra fuori da un prefabbricato. Come un qualsiasi panettiere che, uscito dal negozio, ha attraversato la strada per godersi una sigaretta.

Solo che il panettiere si chiamava Lou Reed e non aveva attraversato solo la strada, ma l’intera storia della musica, anzi dell’arte, visto che culturalmente proviene da New York, città dove nessuno è mai stato troppo interessato a creare barriere tra le diverse discipline artistiche e gli stili. Non a caso le scene di “Berlin” sono opera di Julian Schnabel che fa il pittore, il regista, il musicista e tutto quello che ha voglia di fare.

Non riesco ancora a capire quando si è avuta la svolta, quando l’idea di rock’n’roll ha smesso di essere legata all’immagine di giovanetti pieni di energia e dediti agli stravizi più demolitori e si è invece sovrapposta a quella di anziane lucertole come Mick Jagger, di affezionati clienti di coiffeur come Rod Steward o David Bowie e di pensionati che litigano tutto il giorno con la moglie come Paul McCartney.

Guardando Lou Reed mentre fumava fuori dal suo camerino lo avrei inserito nella categoria lucertole pensionate, una di quelle cui hanno tagliato tante volte la coda, prontamente ricresciuta più affusolata di prima. La lucertola Lou Reed dava le spalle al sole declinante e fumava. Sembrava pulito.

Perché nel mio completo cialtronismo mentale categorizzante, mi sarei aspettato di vedere Lou Reed dentro le orbite plurime di polvere, droga, sporco, sguardi lascivi, un po’ come Pig Pen, il bambino dei Peanuts perennemente infangato. Non riuscivo a non pensare a ciò che lessi nel 1981 su un giornale di inserzioni gratuite. Non c’era l’email. Bisognava telefonare e dettare gli annunci alle segretarie che forse non erano molto versate in campo musicale. Perché quella volta lessi questo annuncio: “Cerco dischi di lurid”. E questo errore non fece che aumentare in me l’idea di un rocker talmente sporco da essere lurid(o). Avrei avuto quasi voglia di raccontare questo assurdo refuso segretariale a Lou, ma la traduzione avrebbe reso tutto complicato.

Ho preferito così fermarmi con una scusa a meno di 3 metri da lui, come per entrare di frodo nella rete WiFi emessa dal suo cervello.

Recepire per esempio la visione che negli anni Settanta dovevano avere a New York dell’Europa, fatta di un’attrazione per la decadenza e di un totale disinteresse verso teorie assurde come quelle della Scuola di Francoforte. Lou Reed è infatti la perfetta antitesi di Sergiu Celibidache, il direttore d’orchestra rumeno che si rifiutava di realizzare registrazioni discografiche in nome di quella noiosissima aura di Walter Benjamin secondo cui le registrazioni ucciderebbero la componente eterea e irripetibile che si ha nelle esecuzioni dal vivo. Con uno sberleffo a Benjamin (che per di più era berlinese), Lou Reed incise l’album “Berlin” nel 1973 e solo trent’anni dopo ha deciso di proporlo dal vivo, ritendendo forse che l’esecuzione live avrebbe distrutto quell’antiaura propria di un’opera troppo complessa e nata solo per essere incisa.

E muovendomi sempre da clandestino nella rete WiFi delle esperienze di Lou percepivo tutta quella inestricabile connessione di presenze del mio Pantheon, da Andy Warhol a David Bowie a Laurie Anderson, che lui ha visto, toccato, magari picchiato.

E poi, finalmente, ecco la rappresentazione. “Berlin” è definito un concept-album, altri la chiamano opera. E anche io la definirei opera, perché ha una storia drammatica, perché ha degli interpreti, un coro, una ciclicità musicale. Un’opera pre-verista. Con la “Traviata” Verdi introdusse una recitazione “realista” della trama, senza le continue ripetizioni di pochi versi, tipiche di tutto il melodramma precedente, su cui poi il soprano infiorettava variazioni e trilli ribattendo le sillabe. Lou Reed presentando “Berlin” parlò di una “storia realistica” e proponeva una storia in fondo simile a quella della Traviata (Violetta e Caroline vivono e muoiono da donne perdute). Però musicalmente riprende la struttura della ripetizione preverdiana: per esempio, l’infinita reiterazione del coro che canta “Sad song” mentre il ruolo di improvvisazione virtuosistica che era proprio del soprano tocca alla chitarra elettrica. Perché non si deve dimenticare che è rock’n’roll.

E sotto questa emozione, a termine concerto, avevo deciso di tornare in albergo e distruggere qualche suppellettile della mia camera. Ma davanti all’ingresso c’era una volante della Polizia. Qualcuno mi aveva preceduto e aveva già sfasciato la reception a colpi di Stratocaster? No. Si trattava solo di un falso allarme incendio. Tutto era silenzioso e tranquillo in hotel. E un po’ mi dispiaceva. Quale finale di giornata sarebbe stato più rock’n’roll della fuga da un albergo in fiamme nel centro di Torino?»

 

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