Tra poco uscirò e andrò al supermercato.

Ho una nota passione per quelle strutture e questa attrazione è addirittura stata vaticinata non da una specifica conformazione del mio cielo di nascita, ma dalla copertina del numero di Topolino che arrivava in edicola lo stesso giorno in cui nascevo.

Sono una felice vittima del consumismo e riservo un risolino di disprezzo verso Ascanio Celestini, idolo di colte signore che non sanno nemmeno come si fa la spesa, quando bela che gli ipermercati sono i luoghi della follia. Forse ha ragione: proprio in un ipermercato ho visto mucchi di suoi librini in vendita e persino qualcuno che li comperava.

Il mio amore dichiarato per i centri commerciali ha tante spiegazioni oltre al desiderio di volermi distinguere dalle raffinate menti di Celestini, Baricco, Eco e  altri odiatori di quella GDO grazie alla quale possono festeggiare quando arrivano i rendiconto a primavera.

In primo luogo mi entusiasma la possibilità di osservare com’è, cosa dice, come si comporta, come veste veramente il Mondo prima che quelle parole, quegli abiti e quegli stili vengano depredati dagli autori dei finiti reality televisivi, quando ormai sono già vecchi. Perché nei centri commerciali il tempo corre rapido e inesorabile.

Ogni volta che inserisco la moneta da 1 euro per sbloccare il carrello, inizia un viaggio che mi allontana dai nostri verbosi letterati anticapitalisti e mi avvicina a un mio idolo giovanile, Werther. Nella lettera del 21 giugno (altro caso celeste: è lo stesso giorno in cui sto scrivendo questo post), Werther racconta all’amico Wilhelm: »Wenn ich des Morgens mit Sonnenaufgange hinausgehe nach meinem Wahlheim und dort im Wirtsgarten mir meine Zuckererbsen selbst pflücke, mich hinsetze, sie abfädne und dazwischen in meinem Homer lese; wenn ich in der kleinen Küche mir einen Topf wähle, mir Butter aussteche, Schoten ans Feuer stelle, zudecke und mich dazusetze, sie manchmal umzuschütteln: da fühl’ ich so lebhaft, wie die übermütigen Freier der Penelope Ochsen und Schweine schlachten, zerlegen und braten. Es ist nichts, das mich so mit einer stillen, wahren Empfindung ausfüllte als die Züge patriarchalischen Lebens, die ich, Gott sei Dank, ohne Affektation in meine Lebensart verweben kann.«

A beneficio di coloro che sono fuggiti da Tor Lupara per trasferirsi a Berliiiino, ma non hanno ancora avuto il tempo di imparare la lingua locale: «Quando la mattina al levar del sole io esco per recarmi al mio Wahlheim e lì nel giardino colgo da me stesso i piselli, poi mi siedo e li sgrano mentre leggo Omero; quando scelgo un pentolino nella cucina, taglio il burro, metto i piselli al fuoco, li copro, e siedo lì vicino per poterli di tanto in tanto rigirare, allora io capisco perfettamente come i superbi pretendenti di Penelope uccidessero buoi e maiali, li facessero a pezzi e li arrostissero. Nulla mi dà una così sincera e profonda sensazione di pace come i tratti di vita patriarcale che, ringraziando il Signore, posso senza affettazione introdurre nella mia vita».

Sembra una pagina dal diario di uno che oggi ha l’orto sul balcone. Perché già a fine Settecento Werther viveva in un contesto simile al nostro, di lontananza dalla fatica della terra, e solitamente i piselli li avrà comperati al mercato, pagando un prezzo che comprendeva la fatica della zappa e l’ansia dell’attesa. In quella piccola azione banale che è il cucinare, grazie alla quale prosperano oggi legioni di chef e giornaliste, il neoclassico Werther sente una comunanza naturale (ohne Affektation) con lontani padri omerici.

Con ancor meno affettazione, quando faccio la mia spesa usando i miei soldi ottenuti con il mio lavoro, provo la stessa stille, wahre Empfindung dei patriarchi che provvedevano da soli alla propria sussistenza. Per questo ieri, per ben due volte nella stessa giornata, ho provato vergogna per chi non riesce a fare lo stesso.

Al mattino, incontrando un conoscente ecuadoriano, ho scoperto che costui ogni giorno va a pranzare gratuitamente alla mensa dei poveri gestita dai Francescani. «Qui nessuno ti chiederà chi sei», dicono i frati. E invece dovrebbero farlo perché così si accorgerebbero che fuori dalla loro porta nella centrale piazza Tricolore di Milano aspettano centinaia di latinos dotati dei più sofisticati smartphone. Ne ho già parlato in Haiducii e proprio per questo le comari benefiche della gauche charitable hanno criticato e deriso il libro, perché non presentava l’icona piagnucolosa degli immigrati sofferenti e trattati male dalla nostra orrida società degli ipermercati.

Purtroppo, il loro buon selvaggio non esiste, il mio conoscente ecuadoriano sì. Ha saputo dal fratello che si poteva fregare l’ingenuità dei frati e con i soldi che risparmia paga il contratto-capestro stipulato con una telefonica e frequenta i locali da ballo dove mueve la colita grazie alle energie fornitegli dalle zuppe francescane.

Alla sera, invitato alla festa di inaugurazione di un nuovo canale televisivo, sono stato letteralmente lavorato ai fianchi dalle gomitate di certe eleganti signore che si occupano di PR, pubblicità, spettacolo, pronte a uccidere pur di spolverare un buffet per altro disgustoso e scavalcare le code al bar per ordinare con voce querula tre spritz, ignorando il rispetto dei turni.

I cattivi esempi sono sempre più forti di quelli positivi. Così ho abbandonato la festa e, pensando al Werther, prima di riprendere il passante ferroviario mi sono comperato una bottiglietta di tè freddo. Gott sei Dank, riesco ancora a provvedere da solo alla mia sussistenza, senza perdite di dignità, elemosine immeritate e volgarità da pierre permanentate.

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