È finalmente uscito O casta musica (Volo Libero), il pamphlet che il musicista Fabio Zuffanti ha scritto per far sentire la propria voce su una certa realtà musicale.

Scrivo “finalmente” perché era inverno quando Fabio mi incontrò per farmi un’intervista oggi inclusa nel libro. Purtroppo questa mia presenza nel volume mi impedisce di parlarne su qualche organo ufficiale e Fabio dovrà accontentarsi di questo post.

Ho collaborato con Zuffanti qualche anno fa per un reading chiamato Appelsina e poi per uno che non è mai stato eseguito intitolato Una zampa più corta, ma nulla si butta e tutto verrà riutilizzato.

In questo suo libro, che sviluppa una lettera-sfogo del gennaio 2011, Fabio da musicista si scaglia contro una situazione musicale che lui trova sconfortante: i soliti dieci nomi italiani che hanno in mano il mercato, le furberie dei discografici che sfruttano e discreditano i talenti e il potere di alcuni dj che decidono cosa passare alle radio. In realtà è sempre stato così. Oggi forse la cosa si è amplificata perché sono cresciuti i canali attraverso cui viene diffusa la stessa musica imposta: le radio private e quelle legate ai negozi che le diffondono, i P2P, le televisioni musicali, ovunque la stessa sequenza di Negramaro, Jovanotti, Ligabue, Ferro, Pausini, Modà e via da capo.

Concordo con quasi tutto ciò che Fabio ha scritto, tranne due punti.

Il primo nasce dall’amore che Zuffanti ha verso la musica prog e che lo porta a lamentare la scarsa diffusione del genere presso un pubblico che preferisce produzioni più facili.

Il progressive ha avuto e ha la sua importanza, è stupido farlo coincidere solo con il suo decennio di nascita in quanto non è una moda, ma un vero e proprio stile che continua a ispirare. Ma proprio per la sua raffinatezza, per la sua specificità e per i suoi mille riferimenti extramusicali è quasi meglio che non sia gettato in pasto a un pubblico che ama girare con l’autoradio a palla.

L’avevo già scritto nel Piccolo Isolazionista (il libro che ha causato l’incontro con Fabio). Alle medie avevo in classe un solo ragazzo che ascoltava rock e prog e lui era conscio della propria diversità e ci snobbava, ricambiato da tutti gli altri che lo consideravano un extraterrestre. Credo sarà stato da lui che ho imparato a essere felice ogni volta che faccio qualcosa che gli altri non fanno, a godere dell’essere impopolare. Però comprendo che per Fabio sia difficile comportarsi così quando assiste al successo di persone chiaramente meno preparate, ma di certo meglio gestite dall’establishment e più vicine al gusto medio. O  quando gli viene impedito di esibirsi dal vivo perché secondo i gestori dei locali il pubblico vuole solo le terrificanti tribute band di Ligabue (come se già l’originale non fosse di troppo).

L’altro punto su cui non sono d’accordo con Zuffanti è l’abitudine purtroppo diffusa a credere che il passato sia stato un paradiso. Il tempo è un gran filtro che fa passare attraverso il suo vaglio le cose minime che dimentichiamo. Così oggi ci sembra che gli anni Settanta fossero favolosi perché in classifica c’erano Le Orme, EL&P, i grandi cantautori, impressione confermata quando si guardi la classifica di quarant’anni fa. Ma quella sequela di nomi impressionanti e di brani che ancora oggi si ascoltano non deve trarre in inganno. A fianco di questi prosperava tanta musica non proprio di qualità, come quella di  certi gruppetti sentimental-militare ed era quella che si ascoltava per strada e nei juke box. Allo stesso modo, leggendo la classifica di questa settimana dei brani più scaricati, si resta allibiti nel non trovare una proposta di qualità nemmeno al numero cento. Ma questo è solo perché il mercato si è diversificato. Un tempo c’era solo il disco. O lo comperavi o lo comperavi e quindi la fascia colta della popolazione riusciva a fare entrare certi dischi in classifica. I nipotini di quegli intenditori oggi acquistano dai siti delle netlabel o delle piccole etichette specializzate che non vengono presi in considerazione dagli stilatori di classifiche.

Inoltre è cambiato lo scenario politico, manca quella fascia di musicisti legati alla protesta, alla contestazione che trovavano un grande consenso tra chi si avversava gli stili di vita democristiani. Oggi la sinistra musicale è rappresentata dai soliti cadaveri intoccabili, penso a Fiorella Mannoia o a Jovanotti, gente che crede di fare ancora parte del dissenso e che invece è immersa fino al collo nella pozzanghera della convenienza discografica.

La distanza della musica meditata dal mainstream tamarro si è quindi fatta ancora più ampia. Le due fazioni non lottano nemmeno più tra loro perché l’una ignora l’esistenza dell’altra.

Il gesto provocatorio di Zuffanti che si scaglia contro il nemico e grida che esiste anche lui diventa quindi quasi un atto antico. Per questo mi piace.

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