Me l’aspettavo. Mi meraviglio che non sia successo prima visto che la collaborazione con Libero va avanti dall’estate del 2010. Quell’anno, poche ore prima di Ferragosto, mi arrivò una mail in cui Francesco Borgonovo, responsabile delle pagine culturali del quotidiano, mi invitava a scrivere per la sezione che curava.

Per fortuna, tra i mille difetti che ho non posseggo la chiusura mentale di una Luciana Littizzetto che si professa progressista e illuminata e poi nelle interviste specifica di leggere tutti i giornali «tranne Libero e Il Giornale». Brava, una vera democratica, un’intellettuale attenta alla pluralità delle opinioni. Ricordo che il primo quotidiano che papa Wojtyła leggeva al mattino era L’Unità, quando ancora non era stata trasformata nello house organ delle Bor7 da Concita.

Ho iniziato a scrivere per Libero e mi sono trovato bene. Perché in tutti questi mesi non mi hanno mai censurato niente e questa è per me l’unica cosa che conta. Che poi una testata sia contro o a favore di un governo, di destra o di sinistra, mi interessa molto poco. Potrei scrivere senza problemi anche per un giornale di sinistra, se mi chiamasse. Cosa che comunque non avviene perché non rientro in quel parco-intellettuali autoreferenziali e un po’ sbrindellati, quelli che permettono la lettura trasversale (vedi post apposito).

Non essendo molto conosciuto e stimato, non sono passato attraverso l’assurdo processo intellettuale subito da Paolo Nori. Però erano mesi che mi aspettavo la domanda stupita «Ma come fai a scrivere per un giornale così?». Domanda che è arrivata oggi, nelle mail di chi ha letto del mio articolo su Vasco pubblicato dal quotidiano di viale Majno.

La risposta l’ho già fornita poche righe più in su e forse non avrei dovuto nemmeno farlo, visto che non sono tenuto a giustificarmi presso certe testoline.

Al massimo, a proposito di testoline, posso raccontarvi un simpatico aneddotto. Mi avevano presentato una signora di mezza età, vestita da pantera del liscio e addetta ai servizi culturali o qualcosa del genere di un comune nell’hinterland milanese. La signora esordì dicendo che mi conosceva benissimo, certo, aveva letto le mie cose. Nonostante ciò e nonostante io, da deprimente borghese quale sono, mi fossi introdotto declinando nome e cognome, per tutto il tempo della conversazione madame mi ha chiamato Riccardo. Anche lei scriveva, il suo sogno era fare la giornalista, anzi si era iscritta tardivamente alla facoltà di Lettere proprio in previsione di entrare dopo la laurea nella redazione di Repubblica. E io già mi vedevo Ezio Mauro che tutti i giorni telefonava alla tizia chiedendo con apprensione: «Allora, signora… si è laureata? Quando arriva?».

Appena me ne fui andato, l’elegante signora (che nonostante tutto collabora con una giunta di centro-destra) disse al ragazzo che ci aveva presentati: «Ma scrive per Libero? Oh, piuttosto che scrivere per quel giornale io andrei a pulire i cessi!». Detto alle spalle, naturalmente.

Purtroppo non ho più incontrato quella signora, altrimenti le avrei risposto: «Ho sentito il direttore. Ha detto che non ha intenzione di farla scrivere per il suo giornale. Quindi può tranquillamente andare a pulire i cessi».

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