Per capire lo strano momento politico e sociale che stiamo vivendo sotto la guida di Mario Monti non dovete fare alcune cose.

In primo luogo non dovete affidarvi troppo a certi quotidiani che cambiano opinione sul governo tecnico a ogni fase lunare. Poi non dovete buttar via i vostri già pochi soldi comperando l’ennesimo instant book dell’ennesimo giornalista che pontifica su caste, scandali, sprechi e non dice una parola sui benefit di cui godono molti dei suoi colleghi. Infine, state alla larga da quella cloaca di commenti non richiesti che è Twitter, ultimo amore delle redattrici più à la page che ormai sanno comporre articoli solo citando decine di twitterate altrui.

Per capire lo strano momento politico e sociale simbolizzato da Mario Monti dovete leggere un libro insospettabile per argomento e data di pubblicazione: Neoclassicismo di Hugh Honour, scritto nel 1968 e ripubblicato più volte in Italia da Einaudi (l’ultima edizione è del 2010, quindi dovreste riuscire a trovarlo facilmente).

Honour è uno storico dell’arte britannico nato nel 1927 e che da tempo immemore ha scelto di abitare in Italia, presso Lucca. Leggere il suo breve testo sul Neoclassicismo è illuminante sia perché è scritto benissimo, senza le noiose involuzioni accademiche dei nostri storici dell’arte, sia perché dà una visione esatta della corrente neoclassica, spogliandola da certe idee errate e preconcette.

La razionalità e la severità degli Aufklärer germanici e degli Illuministi francesi non nacquero, secondo Honour, sulla spinta dei ritrovamenti archeologici del tardo XVIII secolo, come quelli di Pompei ed Ercolano. Il riferimento di artisti come David non era alle opere d’arte dell’antichità romana, né neoclassicismo era un termine programmatico che quegli artisti si erano auto-attribuiti. A generare il ritorno all’ordine classico e a una morale del tutto laica era il desiderio di superare le decadenze del recente rococò. Decadenza dell’eccesso decorativo, lascivia dei sensi, liaisons dangereuses tra Chiesa e potere. Massimo orrore per i compunti e severi censori della prossima Rivoluzione francese che volevano solo cancellare quella frivolezza, quella continua festa dei sensi per tornare alla chiarezza e all’ordine delle tele di Nicolas Poussain che già si ispirava agli antichi. Quella di David era quindi una ispirazione classicisita di seconda mano, supportata dal revival della grandeur artistica francese ai tempi di Luigi XIV.

Riuscite a vedere affinità con i nostri giorni? Pensate ai moralizzatori di fine Settecento, convinti di essere i salvatori della Patria solo perché nelle loro ricche biblioteche leggevano i poemi omerici affollati di eroi dall’etica monolitica. E raffiguretevi subito dopo i grandi moralisti che ci circondano, compresi gli scrittori che sui giornali giocano a fare gli opinionisti scomodi e nei libri si rivelano per quello che sono: vitelloni sprovveduti che descrivono coiti del tutto inventati. E quando Omero non bastò più, i neoclassici furono talmente sciocchi da cadere nella trappola di James Macpherson che si inventò Ossian, un finto eroe ancora più stoico degli antichi Romani. Dei testi di presunti paladini della società civile sono piene anche le librerie contemporanee.

Hounor racconta che folle di parigini di qualsiasi ceto, maggiordomi compresi, correvano a vedere le grandi tele classicheggianti di David in cui “la supremazia del patriottismo” trionfava “su tutti gli altri imperativi morali”. Una immagine che non solo dimostra quanto l’inverno della cultura di Clair regnasse già allora, ma che contiene tutta la retorica di certi discorsi che ancora sentiamo, dal Presidente della Repubblica in giù.

Se soltanto avessero un po’ di quella cultura che tanto invocano e difendono a gran voce, a certi paladini del buoncostume sarebbe stato facile accostare l’impudico e scandaloso stile di vita attribuito a Berlusconi alla decadenza del rococò. Alle immagini rubate di vallettume discinto accosterebbero le floride donne nelle alcove parigine di Fragonard, se lo conoscessero. Potrebbero citare Honour quando scrive “le forme rettilinee furono sostituite alle curve rococò” per descrivere la sostituzione ministeriale di Stefania Prestigiacomo con Elsa Fornero. Senza dimenticare però che proprio mentre i fustigatori neoclassicisti puntavano l’indice contro l’amoralità del rococò ed esaltavano la purezza degli antichi, gli scavi di Ercolano portavano alla luce una imbarazzante oggettistica, degna dei sex shop di Amburgo.

Oggi naturalmente i moralizzatori non si rifanno alle toghe e ai pepli di una classicità mitizzata, ma rimpiangono e ripropogono certe cupe grisaglie democristiane che tornano a vivere nell’armadio di Mario Monti e che vengono usate per veicolare il concetto di sobrietà. Gli eccessi e gli sprechi del rococò (quello di Parigi come quello di Arcore) furono e sono visti come causa di crisi economiche.

Quando morì nel 1761, l’arcivescovo di Colonia Clemens August, detto il Fastoso per la sua tendenza a spendere e folleggiare, lasciò una situazione finanziaria talmente disperata che il suo successore Maximilian Friedrich, in piena moralizzazione neoclassica, avviò un severo programma, tagliando spese e cerimonie, licenziando il personale superfluo e decurtando la lista delle pensioni elargite con prodigalità in precedenza. La colpa fu data tutta al povero Clemens August, dimenticando le tante cattive annate per l’agricoltura che avevano gettato nella crisi la città di Colonia. Tutti (compresi i parenti di Beethoven) iniziarono allora a rivolgersi servilmente a qualche aristocratico per non perdere il lavoro o il sussidio. Evito di indicarvi i raffronti con la situazione odierna per non intristirvi.

Come andò a finire lo sappiamo. In Francia i moralisti si incarognirono e iniziarono a giocare con la ghigliottina anche con chi fino al giorno prima chiamavano amico. “Come si stava bene quando si stava peggio”, avrà di certo pensato uno di quegli ex neoclassicisti sobri e moralizzatori. E un’alcova rococò sarà stato il suo ultimo pensiero prima che la lama gli cadesse sul collo.

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