Dite tutto ciò che volete. Mandatemi mail ironiche. Fate risolini sarcastici. Per me i Sigur Rós sono l’unica band attuale che valga la pena seguire in ogni sua espressione.

Siamo nel 2012 e ancora sono legato a tutti i loro dischi, sarò rimasto l’unico tra coloro che nel 2002 ne fecero un must tra i blogger e che poi, infedeli, si sono lasciati conquistare da altri fenomeni usa e getta di cui non ricorderanno neppure i nomi.

Odio i concerti dal vivo. Invece i Sigur Rós li ho visti due volte, una volta Jónsi da solo e ho già il biglietto per il concerto di settembre a Verona (e grazie a coloro che sanno perché li ringrazio).

Sono dieci anni che i Sigur Rós mi accompagnano, sono stati tra le fonti di ispirazione del Piccolo Isolazionista e lo sono anche di Mu, benché non verranno mai citati.

Sono dieci anni e dovrei essermi un po’ raffreddato. Invece no. Ascoltando in queste ore Valtari nella sua compiutezza ho compreso che questo cd è il capolavoro della band. Quasi non ci sono canzoni. C’è solo lo spirito del gruppo, la sua filosofia musicale nella forma più pura.

I suoni-giocattolo, le note distese, i vocalizzi, i momenti low-fi, i passaggi struggenti di piano, i cori da piccola chiesa protestante che costellavano le canzoni degli altri dischi qui sono accumulati quasi in maniera disorganica, in quantità esagerata, ti disorientano perché non sai in quale nicchia sonora devi rifugiarti.

Si arriva alla fine del disco solo per ricominciarne subito l’ascolto.

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