Deve essere autolesionismo. Altrimenti non saprei spiegarmi perché continuo a visitare certi angoli di corriere.it, quelli in cui si diffondono le peggiori panzane della storia del giornalismo. A procurarmi i crampi allo stomaco sono soprattutto gli interventi sul mondo del lavoro declamati su melodie giovanilistiche.

Mai una storia su una operaia, su un portiere notturno, su un facchino iscritto a una cooperativa. Sempre storie “molto su”, invece. Questa mattina ho avuto altri crampi dopo aver letto la storia, invero vergognosa, di una attrice italica, Ludovica Andò, fuggita a Parigi dove: “mi sentivo quasi una rifugiata. Ero scappata dalla realtà italiana di un teatro che è nicchia per pochi, autoreferenziale e contratto”.

La signorina poi aggiunge: “A Parigi l’esperienza è stata bella e significativa. In Italia recitare è percepito come il passatempo di chi se lo può permettere, mentre in Francia il lavoro dell’attore è una professione riconosciuta, da scrivere sulla carta d’identità.” Adesso la signorina, nonostante tutta la sua esterofilia, è tornata in Italia e porta il teatro nelle carceri.

Ah, la sindrome di Giovanna d’Arco! Nell’articolo si ricorda che Andò ha preso parte a un film di Capolicchio, ma si tace la sua partecipazione a un film del 1996, Classe mista 3A, per la regia di Federico Moccia, a fianco di Paolo Bonolis. Né si cita l’altra sua partecipazione a Last Food, raffazzonato filmetto antiglobal del 2003, snobbato anche dalla madre del regista.

Qual è il problema lavorativo della signora Andò, quello che le merita un intero post sul blog del Corriere dedicato alla Nuvola del lavoro? È espresso nella battuta finale: “I progetti al carcere penso che siano le cose più giuste e importanti che ho fatto nella mia vita, ma temo che saremo costrette ad abbandonare se non si uniranno a noi anche la volontà politica e sociale del governo.”

Traduzione: dopo aver sputato in faccia al Paese ed essermene andata in Francia, da dove sono tornata con le pive nel sacco, aspetto adesso che il governo mi finanzi riccamente i miei zompetti in scena.

A lei e a tutti voi ripropongo un mio antico Collateral comparso su FilmTv e dedicato al teatro.

«Non molto tempo fa, un lettrice di Film TV scriveva meravigliata perché sui manifesti di Angeli e demoni appariva con risalto il nome di Tom Hanks e non quello di altri attori impegnati nella pellicola. Le si rispondeva che sono meccanismi tipici del cinema: usare il nome più famoso per attirare il pubblico. E non solo del cinema. Al Teatro Parenti di Milano, per pubblicizzare I ragazzi terribili, un ciclo di monologhi tenuti da cinque attori (Paolo Villaggio, Glauco Mauri, Giorgio Albertazzi, Paolo Poli e Adriana Asti) hanno recentemente scelto di tappezzare la città con manifesti su cui appare l’immagine del solo Villaggio. Il meno teatrale dei cinque, ma di sicuro quello più noto a un pubblico che di teatro non sa quasi nulla e che potrebbe essere allettato dall’idea di ritrovare sul palco lo stesso personaggio che vede in televisione.

Un meccanismo perverso che negli ultimi anni ha fatto sì che a recitare nei teatri non ci fossero le eredi della Morelli o della Proclemer, ma Anna Falchi e persino Marina La Rosa, quest’ultima vivace ed espressiva come un Ficus benjamina appassito.

Gridare i nomi di questi personaggi sulle locandine è come gridare l’ormai classico «Lo stiamo perdendo!» da serial medico davanti a un semicadavere, che poi sarebbe il teatro stesso.

Chi non riesce a scritturare un Qualcuno Catodico preferisce la strada opposta: deprecare la teledipendenza del popolo bue. Gente del secondo gruppo da un paio d’anni sporca muri e marciapiedi cittadini con una frase scritta a stencil: «Perché stasera non vai a teatro?». Semplice: perché nessuno ci ha insegnato come si fa. Perché appena si apre il sipario ci troveremmo davanti qualcuno che parla una lingua diversa da quella con cui comunichiamo normalmente. Una lingua frutto di una evoluzione artistica, sicuro, e che ci piacerebbe anche imparare, se in Italia non fosse considerato vergognoso insegnare e apprendere, divulgare e spiegare. Ci piace in fondo fingere di essere tutti nati imparati e ridiamo di chi rimpiange il maestro Manzi.

Esattamente come noi spettatori, anche il teatro odierno soffre di gravi forme di schizofrenia. Odia la tv che gli ha rubato il pubblico, ma poi cerca di rifarsi usando gli stessi personaggi catodici, al di là delle loro effettive capacità sceniche. Ti implora, piangendo, di andarti a sedere in platea e quando sei lì ti insulta, anzi quasi è infastidito della tua presenza.

Una volta organizzai una serata di presentazione per un libro di ambientazione teatrale che si chiamava Le attrici di una scrittrice degli anni Novanta, Elena Stancanelli. Durante la presentazione la scrittrice si lamentò a lungo della scarsa attenzione rivolta al teatro da parte del pubblico. Ingenuamente, io ricordai un tempo lontano in cui tutti i venerdì sera l’allora secondo programma della RAI trasmetteva uno spettacolo di prosa, creando così una cultura teatrale anche tra chi magari… «Ma nemmeno per sogno!» urlò la scrittrice, interrompendomi e precisando che quello era l’errore, diffondere il teatro presso il grande pubblico. Dopo il primo momento di confusione, capii che il pazzo non ero io. Oggi so che faccio bene a non andare mai a teatro, nonostante i lacrimosi appelli stampati sui muri. Perché in quanto spettatore sarei solo un elemento di disturbo.

Questi teatranti si comportano esattamente come i loro compari dell’arte contemporanea. Creano teoremi instabili e folli e guai a domandare spiegazioni. Perché la tua opera consiste in una sedia rovesciata? Perché ti rotoli per terra e urli quando metti in scena l’ormai stucchevole Sarah Kane? (Si tratta di una drammaturga inglese suicida in giovane età, ormai citazione prestigiosa e obbligata anche per i più incolti p.r. fiorentini da discoteca prestati alla cultura).

Se si fanno domande significa che si è ignoranti, quindi sgraditi in quei consessi dell’intelligenza che sono i teatrini off. Quelli magari che allestiscono spettacolini contro il potere repressivo del sindaco con i soldi stessi del comune. Non è vana retorica: potrei fornire nomi e cognomi.

Perché stasera non vado a teatro? Perché se proprio devo essere preso in giro preferisco che a farlo siano i lustrini, i sogni, la linearità narrativa, le emozioni anche drogate di certa televisione commerciale. E non le urla, la spocchia e l’ignoranza travestita da dote minervina di certi teatranti.»

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