Quando lo si racconta ai ventenni, non ci credono. Eppure era appena l’altro ieri che in casa avevamo solo un televisore, sistemato bene in vista in sala. Orari di trasmissione limitati come quelli di lavoro di uno statale, due tinte e due canali. E il più piccolo della famiglia costretto ad alzarsi ogni volta per regolare il volume, per schiarire la visione quando c’era una scena notturna  e ottenebrarla quando Nicoletta Orsomando tornava sul video, pallida come una vampira.

Una vera schiavitù cessata quando anche da noi arrivarono i primi telecomandi, alla fine degli anni Settanta. Eppure quell’oggetto che ci ha cambiato vita e girovita esisteva sino dal 1955. Lo aveva inventato l’ingegnere statunitense Eugene Polley, morto ieri a 96 anni.

Detentore di 18 brevetti, Polley è l’uomo cui dobbiamo rivolgere un pensiero quando vediamo un dvd di Neri Parenti o quando guidiamo con i finestrini abbassati e Bob Sinclar a palla. Perché l’ingegnere ebbe un ruolo fondamentale nell’invenzione dei videodischi e dell’autoradio.
Ma il suo nome resterà legato per sempre al telecomando, invenzione epocale che gli fruttò solo 2000 dollari e uno speciale Emmy, il più prestigioso premio televisivo statunitense, assegnatogli nel 1977 per aver cambiato l’uso della televisione.

In Italia i telecomandi c’erano già a fine anni Cinquanta, ma erano rari e solo a filo. Se ne vede uno nel film del 1960 Il mattatore, con Gassman. Un generale in poltrona sta seguendo un western e quando entra la cameriera spegne rapidamente la tv con un telecomando a filo e finge di leggere. Anche allora si disdegnava pubblicamente la tv in favore della lettura. Benché poi…

È dal 1977 che il gadget si diffonde da noi a ogni livello, raggiungendo un’importanza maggiore che nel resto d’Europa. L’oggetto arriva contemporaneamente alla nascite delle televisioni libere. Dobbiamo cambiare canale più spesso di francesi e tedeschi, fossilizzati nel monopolio.

Pensate ai nostri anni Ottanta senza telecomando. Se per passare dall’Oroscopo di Verushka La Maga Dell’Amore alle televendite Aiazzone di Guido Angeli o alle emulazioni oratoriali della Corrida ci fossimo dovuti alzare ogni volta dalla poltrona per raggiungere il televisore, oggi saremmo un popolo di atleti e a Londra starebbero giá tremando.

Invece l’unica parte del corpo che abbiamo allenato è stato il pollice con cui non davamo requie al selettore. Sará stato per questo che negli anni Duemila anche i cinquantenni sarebbero diventati campioni europei di sms.

Se l’Italia dovesse lanciare un Voyager 3, invece dei dischi con Beethoven e i suoni della natura dovrebbe mettere il filmato che meglio ci racconterebbe a ipotetici extraterrestri. Il ragionier Ugo Fantozzi, a tavola, che gestisce due telecomandi con cui batte il record condominiale: 380 cambi di canale in 26 secondi netti.

Bistrattato dalla moglie, umiliato dai colleghi, Fantozzi trova l’unico ambito di potere nella detenzione del telecomando. «Tu comandi fino a quando, hai stretto in mano il tuo telecomando» avebbe cantato pochi anni dopo Renzo Arbore in La vita è tutta un quiz. La vita invece era tutta una lotta tra coniugi o tra genitori e figli per il possesso dello scettro a batterie. Chi lo impugnava decideva cosa si sarebbe visto in tv. Ma la guerra finì presto, almeno in Italia, dove iniziammo a dotare ogni stanza di un proprio televisore. Tot capita, tot telecomandi.

E il loro numero era destinato ad aumentare con l’arrivo di videoregistratori, lettori dvd, decoder satellitari e terrestri, impianti surround. La risposta dell’Ikea è immediata: una tasca da poltrona che accoglie tutto l’arsenale di comandi a distanza. Si chiama Flört. Un nome che significa flirt. Quello che ancora abbiamo verso l’invenzione del signor Polley che ci ha cambiato la vita.

(da Libero del 24 maggio 2012)

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