“Come si può invece produrre qualcosa di profondo quando il manifesto musicale che ti ha segnato a 15 anni diceva per otto minuti: «Uuuuuuuuuuuh it’s so good it’s so good it’s so it’s sooo good». E poi, salendo di tono, «Uuuuuuu-uh heaven knows heaven knows he-eh-ven knooohws».

Necessariamente, quasi in seguito a un imprinting musicale, oggi scrivo cose abbastanza simili a quelle. Per poter capire la mia scrittura, il mio mondo di riferimento, i critici dovrebbero aver studiato a fondo I Feel Love e il suo complesso tappeto ritmico di segnali sintetici e pulsazioni stellari, brano seminale da cui è nato tutto ciò che ho comperato e composto in seguito.

Siccome i critici non sanno nemmeno chi sia stata Donna Summer, non sono in grado di capire quello che scrivo e sbagliano grandemente perché la critica marxista impone di scandagliare a fondo ogni aspetto della vita creativa e sociale dell’Autore.

Ma tutto ciò mi interessa limitatamente. Resto orgoglioso del mio primato: appartenere finalmente a una generazione di intellettuali che non proviene dal Cicognini di Prato, ma da una qualsiasi scuola pubblica milanese. Che non esibisce riferimenti letterari alla lingua cristallina dei classici, ma alle onomatopee dei fumetti. Che non ha il latino come lingua comune, ma il Basic English della disco music.

Yeah baby, gimme gimme, keep it going, gotta have it, gotta have it now.”

(da Il piccolo isolazionista, 2006)

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