Tristi perché non siete andati al Salone del Libro di Torino? Amareggiati perché nemmeno quest’anno è stato pubblicato il romanzo che continua a restare nel vostro disco rigido e con il quale pensavate di sconvolgere Lingotto Fiere? Bramosi di far esplodere gli stand degli editori che vi hanno risposto con una mail standard di rifiuto, preferendo al vostro il libro di una starlette televisiva?

Seguite il mio consiglio: conservate cupezze e desideri di vendetta per cause più meritevoli. E ritenetevi fortunati di non essere andati al Salone.

Sono quasi vent’anni che ci passo, come visitatore, presentatore di volumi altrui o speranzoso ospite di qualche stand, fermo davanti alla piletta dei miei libri, confusi nell’impressionante massa di carta che farcisce i padiglioni. Eppure un’edizione così misera e malinconica non la ricordo.

Parlando con gli editori si sentono solo lamentele. L’imprenditore è portato all’autocommiserazione, ma questa volta con una ragione.

Non so ancora cosa succederà nei due giorni clou del fine settimana benché non credo che molti decideranno di spendere 10 euro di biglietto per entrare in un rovente dedalo in cui si paga 1 euro e 50 una bottiglietta d’acqua e dove quasi nessun espositore opera sconti.

Il Salone: pagare un biglietto caro per trovare il nulla. Gli stand dei Paesi ospiti sono in chiave più che minima. In quello del tutto inutile della Romania c’era una paretina piena di libri in lingua originale e svariate sedute cubiche prese d’assalto da anziane professoresse con le caviglie gonfie. Nient’altro.

Imbarazzante la presenza di espositori che nulla hanno a che fare con l’editoria. Dai venditori di cd alle associazioni ambientalistico-umanitarie fino ai provider telefonici e ai produttori di smartphone. In qualche modo il Lingotto andava riempito visto che erano pochi anche gli stand della disperazione, quelli di 1 metro per 1 metro in cui per quattro giorni siede vittima della catalessi il piccolo editore valdostano di libri sull’ufologia celtica.

Che avrebbe anche un senso visitare, visto che lo trovi solo qui, ma al pubblico medio del Salone paiono interessare esclusivamente le novità di Ammaniti e Camilleri, ossia libri che si trovano anche all’Esselunga sotto casa, per di più con il 15 per cento di sconto. Evidentemente comperarli a Torino invece che tra surgelati e carciofi dà un tocco culturale.

Ma la vera maledizione del Salone sono loro: le scolaresche. Dall’asilo al liceo, professoresse invasate, tutte con svariati manoscritti inediti nel cassetto, trascinano classi intere di ragazzi spesso disinteressati a qualunque insieme di pagine stampate tenute insieme da una rilegatura.

Ed è a questi che va il mio pensiero. Ragazzi che non amate la lettura, io sto dalla vostra parte. Tremo al pensiero di qualcuno che mi costringa a visitare il Motor Show di Bologna e vi capisco.

Io credo fermamente che l’essere umano non debba essere forgiato, ma lasciato libero di seguire la propria indole. Leggere non ti rende migliore. Anzi, se non ti piace ti renderà ancora più astioso verso il mondo delle parole scritte. Vedevo quegli studenti disperati, sdraiati per terra dopo essere stati costretti a visitare lo stand di Adelphi e pensavo che magari avevano un gusto particolare per l’ikebana, un talento per la riparazione dei giocattoli a molla o per i tutorial di trucco su YouTube. E i professori, invece di capire quelle inclinazioni e aiutarle a crescere, li costringevano a subire le proprie frustrazioni culturali.

Vengo infine al personaggio cui mi sono rivolto all’inizio. Il portatore sano di inediti, la persona illusa che il Salone sia qualcosa a metà tra l’oscuro caffè letterario d’inizio Novecento e lo svenevole Reading Club anglosassone cui sono iscritti i cloni di Lisa Simpson. Un luogo in cui entrare per vedersi circondato di scrittori tristi e famosi, editor potenti e lungimiranti pronti ad ascoltarti, incontri densi di pensieri inediti e profondi.

Bene, nulla di tutto ciò. L’atmosfera è quella della festa paesana, mancano solo i banchetti lenzuolati dei venditori senegalesi di borse taroccate. Su tutto non grava l’odore intenso di antiche librerie di noce massiccio, ma dei panini alla piastra. Gli stand dei grandi editori sono presidiati solo da addetti fieristici che passano dalla minuteria metallica alle piastrelle e il cui unico comprensibile interesse è controllare che nessuno infili in borsa qualche volume scambiandolo per materiale pubblicitario. Le presentazioni sono fatte con microfoni residuati di Radio Londra, davanti a una decina di persone, urlando per sovrastare il frastuono delle radio, degli annunci, delle scolaresche.

E in mezzo a questo inferno voi girereste a vuoto, con il vecchio zainetto pieno di cd e curriculum allegato, vittime della stessa indifferenza che uccise la piccola fiammiferaia.

Credetemi, stare a casa vi ha fatto solo bene.

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