Ho scaricato Ein deutsches Requiem di Brahms nella versione del 1961 diretta da Otto Klemperer e con due delle persone che avrei voluto almeno come zii, Dietrich Fischer-Dieskau ed Elisabeth Schwarzkopf.

Non è la versione fredda rimasterizzata e ripulita del recente cd, quindi stiano a bada i discografici pronti a piagnucolare contro la pirateria. È la copia digitale presa dal doppio, rovinatissimo vinile di cinquant’anni fa il cui fruscio non fa che aggiungere meraviglia alla musica.

Brahms non è tra i miei compositori preferiti, anzi. Per il Requiem faccio un’eccezione. Ogni volta che ascolto un pezzo di musica ispirata dal sacro mi domando come possano esistere persone che trovino piacere nella cosiddetta Christian Music. Canzoncine melense con testi che meriterebbero non dico il rogo eretico, ma almeno la scomunica.

I miei ex vicini, gli ormai celebri Petrescu di Haiducii, ne conoscevano centinaia e le provavano a tarda sera a casa con lui, Nicolae, che suonava un antico organo Bontempi.

A essere conquistati dalla mania musicale sono soprattutto gli evangelici latino-americani. Internet gronda di video in cui terribili bachatas che inneggiano a Jesus accompagnano immagini in cui il Cristo è sempre vestito di bianco. Pensate ai santini rielaborati dal pubblicitario del Mulino Bianco. Gesù, avvolto in una nuvola flou, compare sopra immagini di coppie di latinos che si guardano innamorati, intrecciano le dita paffute in un eterno legame d’amore. Poi compaiono tramonti, cagnolini, caramelle, cuoricini a iosa. Più che dal Vangelo l’ispirazione pare presa da un libro di Moccia.

Ieri in metropolitana c’era uno di questi seguaci della Bibbia a tempo di salsa. Aveva uno smartphone in mano sul quale andava uno di quei video e condivideva gli auricolari con un amico al quale traduceva dallo spagnolo le parole della canzone. Ad altissima voce, sembrava un predicatore invasato.

È sicuramente un segno aver visto quell’individuo proprio nel giorno in cui consegnavo una recensione a un bel libro di Errico Buonanno, L’eternità stanca, appena uscito per Laterza.

La recensione è uscita oggi nelle pagine culturali di Libero. Ve la incollo di seguito.

Squilli di trombe apocalittiche? Croci in cielo accompagnate da slogan prepubblicitari? Fulminazioni sulla via di Damasco? Nulla di tutto questo. Oggi la chiamata alla conversione e alla relativa salvezza dalla dannazione eterna è annunciata da un prosaico trillo di citofono. Alle sette e mezzo. Della domenica mattina. Evidentemente la severa regola dei Testimoni di Geova vieta loro di passare il sabato notte in discoteca e quindi si svegliano presto.

Non si può fare nulla. Viviamo in un Paese in cui vige la libertà di culto. Siamo come l’America di Tom Wolfe. Quella del Falò delle Vanità in cui il giudice subisce le letture coraniche di Herbert 92x, il folle musulmano che sta processando per omicidio, e un sedicente Reverendo, nominato dalla stessa madre capo di una Chiesa evangelica di Harlem, intasca ricchi finanziamenti.

In Italia non siamo ancora arrivati alla Religione Creativa statunitense, quella delle teologie fai da te. In fondo siamo intrisi di cattolicesimo e quindi rispettosi dei precetti. Anche i presunti atei hanno gli occhi pieni di splendide pitture, musiche meravigliose e di tutta l’arte commissionata dalla Chiesa. Allora da noi si prefisce il Remix alla Creazione e chiunque può prendere la Bibbia e leggerla ad personam. Visionarie e stigmatizzati abbondano.

È quindi sorprendente leggere L’eternità stanca – Pellegrinaggio agnostico tra le nuove religioni, il libro di Errico Buonanno che ci fa scoprire quanta terra c’è al di là dei grandi Credi stabiliti, quelli che ci chiedono i millesimi della nostra dichiarazione dei redditi.

Da oggi Errico è diventato un mio idolo, quasi avesse fondato involontariamente una nuova ennesima religione, il buonannismo, di cui mi proclamo sacerdote. E siccome non c’è religione senza una guerra santa da portare avanti, la nostra battaglia sarà contro l’odifreddismo. Ossia contro quell’ateismo adolescenziale che non nasce dalla riflessione matura, ma dal semplice sberleffo al professore di religione e ai tanti preti che hanno segnato la vita del matematico preferito dai liceali di sinistra.

Se il professore ha solo un’espressione, quella sorniona e fastidiosa di chi crede di aver capito tutto, Errico nelle pagine di questo volume svela un carattere multiforme. Svagato e illuso, curioso e deluso, ostinato e spaventato. Scoperto il substrato di fuffa che si nasconde dietro ogni culto, Buonanno non demorde e ogni volta ricomincia da capo, tra cripte antiche e seminterrati diacci di una Roma affascinante alla quale l’intento saggistico del libro non riesce a negare il ruolo di vera protagonista. «Straniante, spiazzante, incredibile Roma».

Il viaggio si snoda insieme a una moglie medico che lo tratta amorevolmente come un caso disperato e segnato da un rapporto sveviano con il tabacco.

«Vuoi sostituire il fumo con Dio?». «Il tabacco dei popoli! Forse dovrei cercare il mio idolo, la fede che fa più per me».

Errico intraprende un viaggio tra ogni tipo di culto, quelli noti e quelli che lasciano increduli. L’inizio con l’autore che suona il tamburello alla parata degli Hare Krishna è folgorante. Agli ordini di un capogruppo degno di Full Metal Jacket, si autoconvince che tutto è normale. Poi, incontrando una collega, per un istante «la mediocrità si rimpossessa di me: supremo imbarazzo, provo vergogna di essere stato sorpreso a cantare.»

Da quel momento inizia una giostra infinita tra adoratori di Giove, Venere e tutto il corteo olimpico pagano che alla fine rivelano ben altra natura, o evangelici guaritori esaltati al cui confronto Chuck e la scomparsa Nora erano due modelli di sobrietà oratoria.

Buonanno salta dal veganesimo quasi immangiabile degli Hare Krishna alla concreta pizza che divora con i Raeliani i quali a tavola dimenticano le teorie extraterrestri. Si fa sottoporre alla prova dello stress con la macchina di Scientology, la religione dei divi di Hollywood che mette in allarme la moglie dello scrittore. La quale, come Pina Fantozzi, lo saluta così: «Non firmare mai carte. Non mangiare, non bere, non accettare mai niente di quello che ti offrono! Buona giornata».

Ma Errico è adulto, vaccinato e intelligente e sa come cavarsela. In particolare, a differenza di Odifreddi, non pretende di dare giudizi definitivi dall’alto delle sue frustrazioni. E questo viaggio si conclude giustamente senza risposte ai tanti dubbi. Anzi, alla fine si aggiunge un nuovo dubbio. Saputo che la moglie è incinta, Errico si domanda in preda al panico: «Che, lo battezziamo?»

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