La Triennale di Milano è rinata dopo un breve periodo dedicato solo a qualche frattaglia. Un tempo che è apparso infinito a chi passa spesso in quegli spazi e si ritrova davanti gli annunci di minimostre su goniometri, porcellane sbeccate e follie di sedicenti designer alternativi.

Il ritorno alla sostanza è avvenuto con Trilogia del Moderno, una mostra di fotografie grande come il formato delle immagini esposte realizzate da Gérard Rancinan.

Come avviene per molti altri fotografi, anche Rancinan è come se fosse il CEO di una azienda che produce queste immagini. Ma il suo caso è particolare in quanto ha una collaboratrice importante, la scrittrice Caroline Gaudriault. Il rapporto lavorativo tra i due non è definito chiaramente. Credo che si parlino continuamente e da quella discussione nascano poi le foto. Forse Gérard ha un’idea, una suggestione che comunica a Caroline. Lei è il côté filosofico, allora organizza quell’idea e man mano nasce l’opera Per alcune sono serviti anche quattro mesi di lavoro tale è la loro complessità scenografica. Nell’Azienda Rancinan oltre ai soliti assistenti c’è anche un musicista che crea dei brani ispirandosi alle immagini fotografiche.

Se si considera che la Trilogia è composta dalle sezioni Metamorphoses, Hypothèses e A Wonderful World ecco che l’offerta di cataloghi, edizioni speciali e cd occupa un intero banco nel bookshop della Triennale.

A volte l’istituzione milanese organizza visite alle mostre guidate dagli stessi artisti o curatori. Così è avvenuto venerdì scorso, quando la visita è stata condotta dagli stessi Rancinan e Gaudriault. Ed è stato come essere presenti al momento dello scatto.

La mia sezione preferità è Metamorphoses, quella in cui alcuni grandi e celebri capolavori pittorici sono rielaborati da Rancinan in chiave consumistico-moderna. Esemplificativa l’immagine scelta come simbolo dell’esposizione, un remake del Radeau de la Méduse di Géricault, pesante pittore francese che ritorna in altre immagini di questa sezione. La zattera di Rancinan è piena di nostri contemporanei a malapena coperti da vesti stracciate su cui sono identificabili i marchi più celebri. Rancinan ha specificato che tutti i capi d’abbigliamento utilizzati sono “tarocchi”, contraffazioni acquistate nei mercati.

È bastata questa precisazione per destare un senso di fratellanza. Anche perché pur puntando il dito conto l’abuso delle merci, Rancinan e Gaudriault hanno sottolineato come anche loro ne siano vittime. Gli iPhone che spuntavano dalle tasche posteriori dei loro jeans lo dimostravano.

Quindi ho deciso.

A dicembre dell’anno scorso è scaduto il contratto di Neoproletariato i cui diritti ora sono tornati di mia proprietà. È il momento di pensare a una riedizione del libro visto che dopo dieci anni le cose non sono cambiate. Più che il contenuto del libro è conosciuto il titolo, anche perché Castelvecchi rifallì poco dopo l’uscita.

Ci furono alcuni responsabili culturali di provata fede maoista che si rifiutarono di parlarne perché mi consideravano “un fascista che parla male dei poveri che vanno al discount”. Se avessero letto davvero quanto avevo scritto, si sarebbero resi conto che descrivevo un fenomeno diverso. Ma questa scarsa voglia di approfondire e, soprattutto, la disattenzione verso la realtà, sostituita da una rappresentazione favolistica del proletariato, sono stati i motivi che hanno prepensionato certe ideologie.

La recensione migliore apparve su un giornalino di universitari afflitti del pavese in cui scrissero che si trattava di un “pamphletino” e che “Labranca, si sa, non è Baudrillard”. E allora? Nemmeno Pulp è il New Yorker.

Vi terrò informati sull’andamento del progetto Neoproletariato Again in cui di sicuro non mancherà un accenno a Rancinan.

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