Odio ferocemente i dischi dal vivo, godo della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte e sapete quanto m’importa dell’aura?

L’unico disco live che abbia comperato e amato in vita mia compie 30 anni nel 2012: Oil on Canvas dei Japan. L’antitesi perfetta di tutta la paccottiglia che segna i live act. Per cominciare David Sylvian non grida nessuna delle solite frasi da animatore di villaggio vacanza scadente. Niente “Ciao Milano” o “Su le maniiii…” come si sentono in dovere di urlare tutti, da Madonna ai Simpatici del Liscio.

Di solito gli artisti pop dal vivo eseguono qualunque cosa, dai canti medievali all’inno della Champions League, ma non fanno mai volentieri le loro maggiori hit, tranne quando il pubblico inizia a far roteare i cappi. I Japan in Oil on Canvas eseguono tutti i pezzi che ci si aspetta da loro e li fanno proprio come li conoscevamo. Sarà stato perché il loro repertorio era abbastanza ridotto. Oppure, come dicono i più cattivi, perché non sapevano suonare e improvvisare. Ma io preferisco la riproducibilità tecnica anche in concerto invece del metodo che attuano certi gruppetti. Quelli che devono il loro successo a melodie melense e sviolinanti poi dal vivo rinnegano i Pooh e si mettono a fare i Metallica, distruggendo con le schitarrate le loro fragili canzonette.

Poi: le foto della copertina non fanno pensare a un concerto dal vivo. Niente folle sudate, biglietti stracciati, musicisti rozzi e burini che cercano di rubare la scena alla star almeno nelle foto. Solo ritratti silenti di Corbjin.

Ancora: in Oil on Canvas gli effetti sonori del pubblico sono abbassati al punto da far sospettare molti che la registrazione non fosse live. Nei dischi dal vivo dei piccoli idoli del pop il volume delle urla è pompato, si ascolta il pubblico cantare al posto dell’artista, che comunque viene strapagato per puntare muto il microfono verso la platea.

Purtroppo nel 1982 non ero presente all’Hammersmith di Londra né a Nagoya, ma da trent’anni mi piace perdermi in questo algido e perfetto esempio di disinteresse reciproco tra chi è sul palco e chi sta in platea.

PS: questo piccolo post, che deve essere già apparso altrove cinque anni fa, è dedicato a Mick Karn (1958 – 2011).

Advertisements