Prendiamola un po’ alla lontana e torniamo al settembre dell’anno scorso. A un giorno in cui ero in fila alla posta per pagare qualche bolletta. Allo sportello accanto c’era un signore sui 70 con moglie. Il pensionato medio del circondario milanese, con le scarpe da ginnastica Naik, i bermuda e la maglietta con le scritte in pseudoamericano, tutto preso al banchetto dei cinesi, quelli che stanno divorando non solo il mercato globale, ma anche quello rionale.

L’uomo ha ritirato un pacchetto e ha pagato con una banconota da 50 euro. Mentre la moglie continuava a brontolare in dialetto sulla necessità di “buttare via così i soldi”, lui ha aperto la busta e, con gli occhi luccicanti, ne ha tratto alcuni cd di musica liscio-melody che aveva ordinato tramite qualche programma televisivo locale. Lei macinava insulti, lui non la sentiva, già con le orecchie piene di quelle note che tra poco avrebbe ascoltato davvero.

Sarei uscito dalla fila e avrei perso il mio turno per andarlo ad abbracciare come un fratello. Ah, quante volte hanno detto anche a me quelle cose! Che buttavo via i soldi per comperare i dischi. Ma lo facevo volentieri e quando non ne avevo li rubavo dal portafogli di mio padre. Poi nascondevo gli LP nuovi nello zaino della scuola e nessuno si accorgeva di come il volume di vinili aumentasse mese dopo mese.

Per quanto diversi potessero essere i nostri gusti musicali, quello che mi accomunava al fan dei Girasoli era la dipendenza musicale.

C’è in giro molta musica in cui non mi ritrovo, che magari prendo di mira quando scrivo, però davanti a tutti i musicisti io provo un rispetto che sconfina nel timore. Perché loro hanno la capacità magica di trarre dei suoni da pezzi di legno o metallo e io non ne sono mai stato capace.

Questa lunga introduzione mi serve a spiegare una cosa: che la mia insofferenza verso il Concertone del Primo Maggio non nasce dalla differenza di gusti. Il fatto che gli stili, gli strumenti, le sonorità degli artisti sul palco non coincidono con quelli che preferisco non ha importanza e non deve averne. La vera lotta non è quella tra generi diversi, ma tra gli appassionati di musica e quelli che non sopportano nemmeno l’ascolto di una nota. Ne esistono molti, ne ho incontrati parecchi ed erano tutte brutte persone.

Quello che continua a non convincermi del Concertone è l’aria decrepita che si respira: sempre le stesse frasi, sempre le stesse facce, sempre lo stesso pubblico vagamente stracciarolo e del tutto disinteressato, ma attratto solo dalla gratuità dell’evento e dal piccolo spaccio. Sempre gli stessi gruppi che invecchiano male e che ormai hanno un po’ di visibilità nazionale solo in questo giorno grazie all’inutile diretta del TG3, condotta con toni epici, nemmeno fossimo a Woodstock.

Quest’anno ci sarà una massiccia presenza di quei tremendi registini cinematografici che invocano continui finanziamenti governativi per girare male film che nessuno vedrà, ma con cui sistemano felicemente se stessi, fidanzate attrici e amici sceneggiatori. Al confronto la famiglia Bossi è composta da dilettanti.

Tante chiacchiere sempre più lontane dal Paese reale dei pensionati in Naik. Ma l’importante è fare i moralisti.

A San Giovanni non si fa economia di moralismo appiccicoso e noioso. Lo dispensano Caparezza, Sud Sound System, Dente, Almamegretta. E anche i  Subsonica con Boosta che nei giorni dispari canta in piazza di Prodotto Interno Lurido e in quelli pari va alle riunioni della casa editrice che gestisce con Andrea Agnelli.

L’incoerenza è una virtù quando è intrisa di follia. Quando si vena di moralismo cambia nome e diventa ipocrisia.

PS: Buon Primo Maggio a tutti con l’assurdo doodle odierno di Google. Una delle aziende che ha trasformato il lavoro smaterializzandolo non trova di meglio che celebrare con l’immagine di una specie di operaio. Poi torna a immergersi nella solita fuffa zen:

L’incoerenza eccetera.

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