Pochi giorni fa hanno organizzato nel mio borgo una serata dedicata alla “Decrescita felice”. Naturalmente non ci sono andato. Non ho alcuna voglia di sentire chiacchiere vuote e modaiole su una cosa che io applico da sempre, spesso per necessità, e che mi viene presentata con una dose di fighetteria che tanto piace alla sinistra frou-frou. La stessa che aveva organizzato la soirée fintopoverista.

A infastidirmi è la patinatura della miseria. Certe pratiche che i miei genitori applicavano quasi con pudore, vengono sfoggiate come fossero inediti meriti culturali dagli aficionados di Che tempo che fa, conquistati dal verbo di Latouche. Oppure da chi delira per le pratiche agricole di tale Pecoranera, un ragazzotto di ottima famiglia che posa da contadino duro e puro sulle riviste patinate per vendere un suo librino autobiografico.

I fan della decrescita incolpano della crisi governi e banche. È vero: governi e banche hanno la loro enorme parte di colpa in tutto quanto sta avvenendo. Però nessuno dei neofrancescani è innocente.

Quelli che oggi si entusiasmano per la decrescita sono gli stessi che, fino a poco tempo fa, ti sbeffeggiavano alle macchinette del caffè se nel fine settimana non eri andato almeno in Patagonia. Sono gli stessi che, fino a poco tempo fa, ti deridevano se continuavi ad avere la vecchia automobile un po’ malandata invece di far sfoggio ogni anno di un nuovo mostro rombante.

Diciamo che la crisi è stata creata anche dalle numerose “comode rate a interessi zero” con cui si volevano pagare le vacanze infinite e gli spaventosi HP e che oggi non si riescono più a saldare. Le finanziarie sono dei chupacabras, ma hanno solo approfittato del gran numero di cabras in circolazione.

Verso il 1990, con il solito ritardo sul mondo reale, la sinistra post-occhettiana del mio allora comune di residenza giustificava i safari in Africa del sindaco e i buffet con champagne che seguivano le tavole rotonde sulla riunificazione tedesca dicendo che era importante ritrovare la “qualità della vita”. Concetto pare espresso in uno dei primi incontri del novello PDS. Bastava applicarlo per non sentirsi in colpa tutte le volte che ci si comportava come gli odiati craxiani.

Finite le riserve di champagne, pur di non perdere il diritto allo show ecco che la “qualità della vita” passa adesso per il pane fatto in casa e la bicicletta.

L’importante è fare sempre la figura di quelli che hanno capito tutto e sono gli unici in grado di salvare il mondo.

Io non voglio salvare il mondo, anzi tifo per la profezia Maya. Intanto applico una mia versione personale della decrescita che però non amo chiamare in questo modo. La definirei stato di necessità.

Alcuni esempi? Li trovate di seguito. Spero di aggiungerne altri. E spero di avere suggerimenti anche da chi sta leggendo e magari cerca di cavarsela senza cadere nei soliti isterismi collettivi.

iPhone

Lavastoviglie

Ristorante etnico

Acqua minerale gallese

Serata trasgressiva

Psicofarmaci

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