A Milano ci sono ancora quartieri in cui si può camminare sicuri di non incontrare i soliti personaggi che popolano i miei incubi: Bor7 in pantaloni afghani, autorini televisivi con laurea in scienze della comunicazione, artisti concettuali salentini con finti rayban da vista e  così via.

Uno di questi pochi quartieri è San Luigi, a sinistra della fermata Brenta della metro gialla per chi va verso il centro. Ci vado abbastanza spesso perché c’è una lavanderia automatica dove si fanno incontri interessanti come nemmeno alle Giubbe Rosse di Firenze ai primi del Novecento. Pensionate con la lavatrice rotta e dalla favella iperattiva, ghanesi circondate da otto figli, guardie giurate notturne che raccontano di tristi storie d’amore con segretarie che invece lavorano di giorno.

In realtà una Bor7 in pantaloni afghani c’è e gestisce una libreria. Ha sempre il muso atteggiato a indicare che lei fa cültüra. In vetrina solo volumi ad alta indignazione, oltre a un reparto di libri intelligenti e giochi di legno per bambini borsettini. Ma a colpire è un cartello fotocopiato e attaccato al vetro con scritto “No Tav”. In questo modo la Bor7 evita intelligentemente che le sfascino il negozio durante qualche manifestazione.

Per fortuna poco distante c’è un negozio di alimentari etnici in cui anche oggi non ho saputo frenarmi. Vi elenco in fondo alcune delle cose che adesso riposano nella dispensa. Prima, proprio per sottolineare l’eccezionalità della zona, vi racconto dell’anziana signora che stava pagando al cassiere cingalese una busta di platano fritto, alcune verdure atomiche ignote ai nostri orti e una lattina forse di succo di cocco. All’improvviso la signora si è accorta di non avere gli spiccioli per facilitare il resto e ha detto “Parola turna indrè!”. Che in milanese significa “Ah, mi correggo!”

Sentire parlare milanese in un negozio di salse piccanti alla banana e confezioni da dieci chili di riso basmati rosso è sorprendente come andare su cam4.com e trovarci il proprio parrocco in guêpière. Allora mi sono girato e ho detto: “Ma lei esiste davvero, signora?”

Esisteva davvero, parlava milanese, mangiava platano fritto e non era una Bor7! La vita è ancora bella.

Bene, oltre all’immancabile bottiglione di Inka Cola, al platano fritto e agli snack ai gamberetti e ai piselli ho acquistato:

Non è un minestrone surgelato, ma un misto di verdure mummificate e salatissime. Nonostante il nome Singapore è prodotto in Vietnam.

Non è purè, come ho creduto sulle prime, ma una specialità filippina chiamata puto. Il mio entusiasmo si è raffreddato quando ho letto che per preparare 12 miniputo servono i puto moulds. E dove ora li trovo ora? Userò delle normali tazzine. Sul retro della scatola il logo dell’Ente Filippino per gli Affari Islamici garantisce le caratteristiche Halal del prodotto. E noi che siamo ancora fermi al marchio dell’Associazione Ginecologi…

Il top però è questa confezione di Halawa. Ottima, benché alla fine sia solo una specie di torrone al pistacchio. Imperdibile l’etichetta con una fantasiosa traduzione in italiano degli ingredienti. Oltre a “Vaniglia e Sapore” (io avevo letto sapone) il prodotto contiene “Natural Fustigazione Agente”.
Tempo due giorni e qualche Bor7 un po’ distratta farà partire una campagna contro la “fustigazione di Halawa.” Con grandi foto di una qualsiasi afghana presa da Internet e appese ai balconi di Palazzo Marino.

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