L’indie non mi fa perdere i sensi (se non per gli sbadigli). E il sottolineare la propria giovinezza è sintomo di una ispirazione dal respiro corto che presto scomparirà. Eppure da quando mi hanno passato i file di The Year of Hibernation del (pare) diciassettenne Youth Lagoon ho fatto uno strappo alle mie severe convinzioni e l’ho ascoltato una volta e poi un’altra ancora.

Il disco è uscito l’anno scorso e in Italia ne ha parlato qualche sito che si occupa di dischetti indie. Naturalmente ne hanno parlato facendo un mare di citazioni e con la solita arroganza che hanno i critici musicali part-time. Vanno capiti: scrivono dopo una dura giornata di lavoro come informatori del farmaco e in qualche modo devono pure sfogarsi.

A me non interessa che il disco sia uscito l’anno scorso e che si inserisca in un filone di adolescenti da cameretta disprezzati dai soloni dell’indie web. Così dico che questo cd mi piace.

Sarà forse perché in certi momenti di particolare introspezione e di falsetto mi ricorda il Jónsi dei pezzi non usati dai pubblicitari.

O sarà la sua storia di piccolo isolazionista chiuso per un anno in camera a comporre e registrare questa manciata di canzoni.

O ancora sarà la distanza incolmabile tra esperimenti simili e i nostri giovincelli canori, per esempio certi mostriciattoli costruiti in laboratorio come Valerio Scanu, il campione del nulla. D’altronde come stimare uno che per presentare il suo nuovo disco dice: “Ho temuto di perdere i capelli. Sono una cosa cui tengo molto”. Non lo dico per invidia. È che se uno che vuole fare davvero l’artista dovrebbe preoccuparsi della voce, dei produttori, di scegliere belle canzoni e non delle doppie punte.

Ma torniamo a Youth Lagoon e al suo suono sporco, lowissimo fi, alla voce registrata malissimo che rende incomprensibili i testi. Nonostante ciò ha già accumulato due milioni e secientomila ascolti su Lastfm. Ascoltate almeno Daydream. Quasi stupida eppure così cullante.

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