L’immagine della finta provincia paciosa e sorridente è fastidiosa quanto quella della finta città di luci e cristalli. Sono bugie irritanti perché veicolate da un medium irritante, la pubblicità.

È vero: l’Italia è una nazione fondata sul provincialismo, sulla piccola località e sul campanile. Siamo fratelli e non cugini dei francesi in questo. Non è vero invece che in quei luoghi la vita sia tutta fiorellini, farfalle, nonne bonarie che tirano la sfoglia, bambine vestite di pizzi, timidi fidanzatini che si fanno mandare dalla mamma a prendere il latte e i suoi derivati. Ossia i prodotti della Galbani (non a caso acquisita dai provinciali francesi) che da un po’ di tempo sta soffocando la programmazione con spot ambientati in una provincia arcadica e menzognera. Mi avvento sul televisore e spengo appena sento la musichetta piaciona a base di zufolamenti che vorrebbe richiamare non so quale lavoratore fischiettante sulla porta della sua bottega in sul calar del sole.

Nella realtà nessun provinciale ama definirsi tale e tutti si sentono cosmopoliti in un’orgia di orizzontalità. Un tempo il fortunato di ritorno da Parigi sedeva al Caffè Clerici di Luino e raccontava verticalmente le sue presunte avventure a un pubblico che sentiva la differenza con il narratore, irraggiungibile come la meta peccaminosa e cittadina da cui proveniva.

Oggi ogni distanza è bandita e la signorina provinciale, così diversa da quella immagine virtuale che si muove nello spot Galbani, quando legge nella rivista “Dove” i consigli su cosa visitare a New York dettati da un altro provinciale come Fabio Volo, non prova alcun senso di inferiorità, ma un senso di comunanza con il suo mentore bresciano.

Una volta, discutendo dell’inutilità del viaggiare con un esponente del provincialismo emancipato, dissi che evitavo di visitare città di cui mi ero fatto una immagine attraverso le letture per paura delle delusioni. Andare a New York e non trovarci Warhol, a Parigi e non trovarci Gertrude Stein, a Berlino e non trovarci Döblin. Che senso avrebbe avuto? “Allora adesso per viaggiare dobbiamo prenderci delle lauree”, sbottò il mio interlocutore che non aveva capito molto di quanto intendevo (io mi spiego malissimo). Era da poco tornato da una capitale europea dove, sorreggendo la fidanzata traballante sul tacco 13 portato di pomeriggio, aveva lungamente percorso viali commerciali, fermandosi estasiato davanti alle vetrine di Mutandorama e altri marchi globalizzati. E magari, appena atterrato a Malpensa, avrà chiamato gli amici per raccontargli di aver cenato dai Fratelli La Bufala.

Gira gira, sempre alle mozzarelle si torna.

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