Già, il 2002. Con la velocità delle macchine, anche di quelle che non usano le ruote, ci eravamo lasciati alle spalle una Piccola Storia della Rete piena di brutture come i siti fatti con i template su Tripod e che da 17 anni sono ancora lì. Altre esperienze di cui vergognarsi ci attendevano, a iniziare da Second Life. Ma in quell’anno tutta la nostra attenzione era attratta dai blog. La possibilità data a ognuno di scrivere di qualunque cosa anche disponendo di una sola idea presa in prestito e di un ridotto numero di vocaboli sembrava il trionfo della democrazia. Tutti avevano un blog. Seminaristi, parucchiere disoccupate, ragionieri creativi, studentesse fuoricorso. Sulle prime sembrò che tutti avessero molto da dire. Dopo pochi mesi ci si accorse che gli argomenti erano pochi e la vera massa di parole digitali era composta dai commenti: anonimi, volgari, sgrammaticati, insultanti. Si andava sui blog solo per lasciare traccia della propria maleducata impreparazione. Nessuno sembrava disposto ad avviare un dialogo, una contrapposizione dialettica. Sarebbe stata una perdita di tempo. Senza nemmeno cercare di capire il significato di un testo, senza nemmeno conoscerne l’estensore si lasciava la propria offesa. Fascista (o comunista), ignorante, stronzo e via in un crescendo di volgarità, mai firmate, che celebravano la fine immediata della tanto esaltata Democrazia della Rete.
E poi c’erano i giornalisti, quelli più cool, quelli che già avevano gli spazi in televisione, alla radio e sui quotidiani, che già pubblicavano libri a raffica e che non potevano farsi sfuggire quell’ennesima ribalta. Faceva così intellettuale americano neo-qualunquecosa dire: “Come scrivo nel mio blog…”.
Era il 2002 e non avevo molto da fare. Così anche io mi dedicai alla scrittura da blog, pur senza aprirne uno sulle piattaforme dedicate. In primo luogo perché ho sempre avuto un mio sito (dal 1999, benché qualche stoltarello disse “non è vero”. Fantastico quando qualcuno pensa di conoscere la tua storia meglio di te!). E poi perché avrei passato il tempo a cancellare commenti come fascista (o comunista), ignorante, stronzo. Nel mio caso si aggiungevano anche testa di cazzo e non-scrittore. Due definizioni in cui mi ritrovo, tanto che vorrei stamparle sui biglietti da visita.
Allora sul mio sito iniziai a inserire degli pseudo-post. L’ho fatto in più riprese. Solitamente smettevo quando usciva un libro o quando avevo una rubrica su un giornale, per evitare il raddoppio degli argomenti e l’effetto pubblicità di chi oggi sta su Twitter solo quando ha un programma su RaiUno.
Ricordo il periodo tra il 2002 e il 2003, il mio sito-blog con il logo del fiocco di neve stilizzato, le spillette che avevo fatto stampare con quello stesso logo, l’attesa dello sbarco in Iraq, l’imporsi dei Sigur Rós, il mio iBook, le t.A.T.u.
È il 2012 e non ho molto da fare. Così mi dedico a questo piccolo revival personale.

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